Genova promette più verde, ma l’Ecoistituto accusa: «Cemento, parcheggi e motori restano la priorità»

Secondo l’associazione, la Giunta della sindaca Silvia Salis annuncia parchi e forestazione urbana, ma piazza Acquaverde, piazzale Kennedy, Valletta Carbonara e gli abbattimenti di Marassi mostrerebbero una politica ancora contraddittoria

A Genova il verde starebbe conquistando spazio nei programmi e nelle dichiarazioni pubbliche, senza però ottenere la stessa centralità nei progetti concreti. È la lettura dell’”Ecoistituto Genova Reggio Emilia, centro di diritto ambientale”, secondo il quale le decisioni assunte o presentate nei mesi di luglio e agosto mostrerebbero una distanza ancora profonda tra gli obiettivi ambientali dichiarati dall’Amministrazione comunale e le trasformazioni previste sul territorio.

L’Ecoistituto riconosce al Comune il merito di avere iniziato a considerare il suolo permeabile, gli alberi e gli spazi naturali come infrastrutture ecosistemiche, avviando il nuovo Piano del Verde e presentando importanti interventi di forestazione urbana. Secondo l’associazione, tuttavia, contemporaneamente continuerebbero a essere portati avanti progetti nei quali automobili, parcheggi, costruzioni e infrastrutture conserverebbero una posizione prioritaria.

Nella valutazione dell’Ecoistituto, il verde verrebbe ancora troppo spesso inserito alla fine del processo progettuale, dopo avere già stabilito la distribuzione degli edifici, delle strade e degli spazi destinati alla mobilità privata. In questo modo, sostiene l’associazione, alberi e superfici permeabili rischierebbero di trasformarsi in elementi compensativi, invece di diventare il punto di partenza della pianificazione urbana.
«Il verde non può essere una compensazione dopo aver deciso cemento, parcheggi e infrastrutture», afferma l’Ecoistituto. Secondo l’associazione, non sarebbe sufficiente aumentare il numero delle nuove piantumazioni per definire ecologica una trasformazione urbana, se il medesimo intervento finisse per incentivare il traffico, consumare suolo o impoverire il patrimonio arboreo esistente.
Tra i casi citati dall’Ecoistituto c’è il progetto di piazza Acquaverde. Davanti alla stazione di Genova Piazza Principe è prevista la creazione di uno spazio pedonale, ma contestualmente dovrebbe essere realizzato un autosilo da circa 130 posti.
Secondo l’associazione, il progetto conterrebbe una contraddizione evidente: da una parte si vorrebbe ridurre la presenza delle automobili in superficie, dall’altra si creerebbero nuovi spazi per attirarle nel sottosuolo. L’Ecoistituto osserva inoltre che l’intervento riguarda una zona già servita dalla stazione ferroviaria, dalla metropolitana e da numerose linee del trasporto pubblico.
Per l’associazione, la scelta confermerebbe la permanenza di un modello di mobilità legato al passato, nel quale ogni trasformazione urbana viene accompagnata dalla richiesta di nuovi parcheggi. Questa impostazione, sostiene l’Ecoistituto, renderebbe più difficile ridurre concretamente il traffico e la dipendenza dei cittadini dall’automobile privata.
L’associazione collega la vicenda di piazza Acquaverde anche alla situazione dell’Azienda mobilità e trasporti. Secondo l’Ecoistituto, il risanamento dell’azienda non dovrebbe essere affrontato soltanto come una questione finanziaria, perché il trasporto pubblico dovrebbe rappresentare una delle principali infrastrutture della transizione ecologica genovese.
Nella lettura proposta dall’associazione, continuare a costruire parcheggi mentre il servizio pubblico attraversa una fase di difficoltà produrrebbe un messaggio contraddittorio. Da una parte si inviterebbero i cittadini a utilizzare meno l’automobile; dall’altra si continuerebbero a creare strutture destinate ad accoglierla, senza offrire ancora un’alternativa collettiva sufficientemente forte e affidabile.
Un giudizio più favorevole viene espresso dall’Ecoistituto sul nuovo parco di piazzale Kennedy. L’associazione considera positiva la trasformazione di una superficie oggi dominata dall’asfalto in uno spazio con alberi, vegetazione e aree destinate alla socialità. Il progetto potrebbe diventare, secondo l’Ecoistituto, una delle principali infrastrutture verdi della Foce.
Anche in questo caso, però, l’associazione chiede che il parco non venga utilizzato come copertura ambientale di un intervento progettato seguendo altre priorità. Secondo l’Ecoistituto, il mantenimento di un’impostazione ancora fortemente legata ai parcheggi e alla mobilità privata rischierebbe di ridurre la portata ecologica della trasformazione.
Per l’associazione, un grande parco urbano dovrebbe determinare fin dall’inizio l’organizzazione complessiva dell’area. La permeabilità del suolo, la copertura arborea, il contenimento delle temperature e l’accessibilità attraverso il trasporto pubblico dovrebbero quindi orientare le altre scelte, e non essere adattati a decisioni già assunte.
L’Ecoistituto ritiene che, in assenza di questo cambio di metodo, piazzale Kennedy rischierebbe di diventare un’isola verde inserita in un sistema urbano ancora dominato dalle automobili. Secondo l’associazione, la realizzazione del parco rappresenterebbe un passo importante, ma non sarebbe sufficiente da sola a dimostrare il superamento del precedente modello di mobilità.
Tra i progetti sui quali l’associazione domanda maggiore chiarezza figura anche la trasformazione di Valletta Carbonara. L’Ecoistituto considera l’intervento una grande opportunità per Genova, ma ritiene necessario rendere pubbliche e comprensibili le modifiche apportate rispetto alle ipotesi originarie.
L’associazione chiede in particolare informazioni sull’evoluzione dei costi, sulle variazioni delle opere, sulla destinazione degli spazi alla fruizione pubblica e sui cambiamenti intervenuti nella progettazione del verde. Secondo l’Ecoistituto, l’importanza dell’area e dell’investimento richiederebbe un confronto pubblico più approfondito.
«Non contestiamo la rigenerazione di Valletta Carbonara, ma chiediamo che un progetto di questa importanza venga spiegato pubblicamente, soprattutto quando cambiano opere, funzioni, costi e soluzioni ambientali», precisa l’associazione.
Secondo l’Ecoistituto, il richiamo alla rigenerazione urbana non dovrebbe essere utilizzato per sottrarre le scelte progettuali al controllo dei cittadini. Quando cambiano funzioni, costi e soluzioni ambientali, sostiene l’associazione, l’Amministrazione dovrebbe indicare con precisione quali modifiche siano state introdotte e quali ragioni le abbiano determinate.
Il caso che, nella valutazione dell’Ecoistituto, renderebbe ancora più evidente la necessità di cambiare metodo è quello dei Giardini Edoardo Sanguineti di viale Bracelli, a Marassi. Due pini domestici di grandi dimensioni sono stati abbattuti, mentre il terzo esemplare è stato salvato e sottoposto a monitoraggio dopo il sopralluogo dell’assessora al Verde e all’Urbanistica Francesca Coppola.
Secondo l’associazione, il salvataggio del terzo pino dimostrerebbe l’utilità di svolgere verifiche approfondite prima di procedere con gli abbattimenti. L’Ecoistituto domanda quindi se la medesima attenzione sia stata riservata anche agli altri due alberi e se tutte le alternative tecniche siano state realmente esaminate e documentate.
L’associazione sottolinea inoltre che gli alberi si trovavano in un’area frequentata dai bambini della scuola Fanciulli e dai ragazzi con gravi disabilità del Polo Gravi della scuola Cambiaso. Secondo l’Ecoistituto, la perdita dell’ombra garantita dai pini maturi avrebbe quindi conseguenze particolarmente significative proprio per le persone maggiormente vulnerabili durante le giornate più calde.
In base a quanto ricostruito dall’associazione attraverso le informazioni emerse pubblicamente, le criticità sarebbero state legate alle interferenze delle radici con manufatti e infrastrutture private, e non a un accertato pericolo imminente di caduta. Da questa ricostruzione nasce la richiesta di conoscere le valutazioni tecniche compiute prima degli abbattimenti.
L’Ecoistituto domanda se siano state considerate soluzioni riguardanti le pavimentazioni, i manufatti e le infrastrutture interferenti, se siano state effettuate verifiche indipendenti e quali eventuali alternative siano state escluse. Secondo l’associazione, senza risposte puntuali rimarrebbe il dubbio che si sia scelto di eliminare gli alberi invece di adattare le strutture costruite intorno alle radici.
Anche la sostituzione con nuovi esemplari, osserva l’Ecoistituto, non restituirebbe immediatamente al quartiere il patrimonio perduto. Secondo l’associazione, un giovane albero avrebbe bisogno di molti anni per raggiungere le dimensioni e la capacità di ombreggiamento di una pianta adulta, senza che possa essere garantita la sua sopravvivenza fino alla piena maturità.
Per l’Ecoistituto, gli abbattimenti non potrebbero quindi essere valutati attraverso una semplice contabilità tra alberi eliminati e nuove piantumazioni. L’associazione ricorda che una pianta adulta offre ombra, riduce le temperature, assorbe anidride carbonica, intercetta parte delle precipitazioni, sostiene la biodiversità e migliora la qualità dello spazio pubblico.
A sostegno di questa impostazione, l’Ecoistituto richiama le ricerche del Consiglio nazionale delle ricerche sulla copertura arborea nelle città italiane. Secondo la lettura dell’associazione, questi studi mostrerebbero quanto gli alberi possano contribuire alla riduzione delle temperature urbane e alla protezione della popolazione durante le ondate di calore.
Per l’Ecoistituto, continuare a considerare gli alberi come semplici elementi ornamentali o di arredo urbano non sarebbe più accettabile. L’associazione li definisce infrastrutture climatiche, sanitarie e ambientali, il cui valore dovrebbe essere riconosciuto anche quando la loro conservazione entra in conflitto con parcheggi, manufatti o interessi privati.
È su questo terreno che, secondo l’associazione, si misurerà l’effettiva utilità del nuovo Piano del Verde. L’Ecoistituto teme che il documento possa rimanere una dichiarazione di intenti se i singoli interventi continueranno a essere progettati seguendo criteri diversi o incompatibili con gli obiettivi ambientali annunciati.
Secondo l’associazione, il Piano del Verde dovrebbe incidere sul Piano urbanistico comunale, sulla pianificazione della mobilità, sulle trasformazioni edilizie, sulle strategie climatiche e sulle politiche per la salute pubblica. Se venisse limitato alla manutenzione dei giardini e al numero delle nuove piantumazioni, sostiene l’Ecoistituto, non riuscirebbe a modificare realmente il modo in cui la città viene progettata.
«Il verde non può essere ciò che rimane dopo aver deciso strade, edifici e parcheggi. Deve diventare una delle infrastrutture fondamentali a partire dalle quali si progettano mobilità, edilizia e spazi pubblici», afferma l’Ecoistituto, rivolgendosi alla Giunta guidata dalla sindaca Silvia Salis.
Per l’associazione, la prova decisiva non sarà rappresentata dal numero degli annunci o degli alberi messi a dimora, ma dalla capacità dell’Amministrazione di modificare o abbandonare le opere incompatibili con gli obiettivi ambientali, ridurre lo spazio destinato alle automobili e proteggere gli esemplari adulti ogni volta che esistano alternative praticabili all’abbattimento.
Secondo l’Ecoistituto, Genova non avrebbe bisogno soltanto di piantare nuovi alberi, ma di riconoscere il valore di quelli che già possiede. Se l’Amministrazione li considera davvero infrastrutture climatiche, conclude l’associazione, dovrebbe proteggerli anche quando questa scelta richiede di rivedere parcheggi, manufatti e progetti già impostati. In caso contrario, il nuovo Piano del Verde rischierebbe di rimanere una promessa ecologica smentita dalle decisioni assunte nei cantieri.
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