Porto di Genova, Maresca ringrazia la Xª Mas: D’Angelo (Pd) attacca, lui replica. Scontro sugli eventi del 1945. Ecco cosa dice la storia

L’esponente di Futuro Nazionale attribuisce agli uomini comandati da Mario Arillo un contributo alla mancata distruzione dello scalo. Durissimo Simone D’Angelo del Partito Democratico, che parla di “riabilitazione del nazifascismo”. Maresca contrattacca e richiama la Medaglia d’oro al Valor Militare concessa alla Xª Flottiglia MAS, ma fu attribuita a quella della Regia Marina, il 10 giugno 1943, prima dell’armistizio, non a quella di Junio Valerio Borghese che dopo l’8 settembre combatté con la Repubblica sociale italiana

È bastato un post di poche righe per riaccendere a Genova una delle dispute più delicate sulla memoria della Liberazione. Il consigliere comunale del gruppo misto, Francesco Maresca, esponente di FN, ha pubblicato sui social un’immagine dedicata alla Xª Flottiglia MAS sostenendo che i suoi uomini, comandati a Genova da Mario Arillo, contribuirono nell’aprile del 1945 a impedire la distruzione del porto predisposta dai tedeschi.

«Nell’aprile 1945 gli uomini della Xª MAS comandati a Genova da Arillo contribuirono a impedire la distruzione del porto minato dai tedeschi. Grazie ancora», ha scritto Maresca.

Le parole hanno provocato l’immediata e durissima reazione del consigliere regionale Simone D’Angelo, esponente del Partito Democratico, che accusa Maresca di riscrivere la storia degli ultimi giorni dell’occupazione tedesca.
«Chi pensa che il fondo sia stato toccato, ogni giorno con gli emuli di Vannacci resta deluso. Oggi è il turno del consigliere comunale Francesco Maresca, che riesce a sostenere senza vergogna che Genova debba gratitudine ai criminali della Xª MAS», ha dichiarato Simone D’Angelo.
Il consigliere regionale del PD prosegue: «Francesco Maresca, abbia almeno il pudore di studiare la storia prima di riscriverla. La Xª MAS era una formazione di traditori dell’Italia schierata al fianco dei nazisti, che in Liguria si è macchiata di crimini e violenze contro partigiani e civili».
Per D’Angelo, il salvataggio del porto deve essere invece inserito pienamente nella storia dell’insurrezione genovese e della Resistenza. «Genova non ha bisogno delle sue falsificazioni. La storia di quei giorni racconta un’altra verità, con la Resistenza, attraverso il Comitato di Liberazione Nazionale e l’azione di tanti uomini e donne, da Mirella Alloisio fino al contributo di esponenti della Chiesa genovese, a salvare il porto dalla distruzione».
La conclusione è altrettanto netta: «Le parole di Francesco Maresca sono semplicemente squallide. È indegno che chi siede nelle istituzioni democratiche riscriva la storia per trasformare criminali nazifascisti in eroi».
A stretto giro arriva però la controreplica del consigliere comunale di Futuro Nazionale, che contesta proprio l’accostamento indistinto tra la Xª Flottiglia MAS della Regia Marina precedente all’armistizio e la formazione che continuò a utilizzare lo stesso nome dopo l’8 settembre 1943.
«Prima di dare lezioni di storia e distribuire patenti di dignità, Simone D’Angelo dovrebbe approfondire seriamente i fatti e distinguere le diverse fasi storiche della Xª Flottiglia MAS», afferma Maresca.
Ed è su questo punto che Maresca richiama la più alta decorazione collettiva ottenuta dal reparto durante la guerra: «La Xª Flottiglia MAS della Regia Marina fu insignita della Medaglia d’Oro al Valor Militare per le straordinarie imprese compiute durante la Seconda guerra mondiale. È un dato storico, non un’opinione politica».
La data è il 10 giugno 1943. Lo stendardo della Xª Flottiglia MAS della Regia Marina venne insignito della Medaglia d’oro al Valor Militare con Regio Decreto del 10 giugno 1943 per le operazioni condotte nel Mediterraneo tra il 10 giugno 1940 e il 10 giugno 1943. La decorazione è registrata sia dalla Marina militare sia nella banca dati delle onorificenze della Presidenza della Repubblica. La motivazione ricorda, tra l’altro, gli attacchi condotti dagli uomini dei mezzi d’assalto contro unità navali avversarie nei porti nemici.
La precisazione cronologica è essenziale per capire lo scontro politico. La Medaglia d’oro fu quindi concessa tre mesi prima dell’armistizio dell’8 settembre 1943 e riguarda la Xª Flottiglia MAS della Regia Marina del Regno d’Italia, non la successiva formazione schieratasi con la Repubblica sociale italiana. La stessa Marina militare ricostruisce che dopo l’8 settembre il reparto si divise: una componente rimase con il Regno del Sud assumendo la denominazione “Mariassalto”, mentre un’altra aderì alla Repubblica sociale italiana mantenendo il nome Xª Flottiglia MAS.
Anche l’Enciclopedia Treccani distingue le due fasi: dopo l’armistizio Junio Valerio Borghese, che aveva assunto il comando nel maggio del 1943, trasformò la Decima in una formazione militare autonoma che continuò a combattere al fianco del Terzo Reich e che fu impiegata soprattutto nella lotta antipartigiana.
È dunque proprio sulla sovrapposizione, o sulla distinzione, tra queste due storie che si concentra una parte rilevante della polemica tra Francesco Maresca e Simone D’Angelo.
«Non accetto che si cancelli o si deformi la storia militare italiana soltanto perché non coincide con la narrazione politica del Partito Democratico», prosegue Maresca.
Il consigliere comunale torna poi direttamente sulla questione genovese: «Sul porto di Genova, inoltre, la storia è più complessa degli slogan: uomini provenienti dai reparti d’assalto della Marina ebbero un ruolo nelle vicende legate alla salvaguardia e alla successiva bonifica delle infrastrutture portuali».
Poi ribalta contro D’Angelo l’accusa di indegnità istituzionale: «Simone D’Angelo mi definisce “indegno” di sedere nelle istituzioni. Gli rispondo che chi ripudia indiscriminatamente uomini e reparti della Marina italiana decorati al Valor Militare e il contributo di quanti operarono anche per salvaguardare Genova dovrebbe interrogarsi sulla propria adeguatezza a ricoprire l’incarico di consigliere regionale».
E conclude: «La storia non appartiene al PD e non può essere riscritta secondo convenienza politica. Io continuerò a ricordare tutti i fatti storici, senza complessi e senza farmi intimidire dagli insulti».
La questione del porto, peraltro, è più articolata di quanto possa apparire nello scontro politico di queste ore. Che lo scalo genovese fosse stato minato dai tedeschi e che esistesse un piano per distruggerne le infrastrutture durante la ritirata è documentato. Altrettanto documentato è che, già nell’immediato dopoguerra, nacque una disputa sull’attribuzione dei meriti per averne impedito la devastazione.
Nel 1948 la Camera di commercio istituì una “Commissione d’accertamento sul salvataggio del porto di Genova”, chiamata proprio a stabilire a quali iniziative dovesse essere attribuito il merito di aver evitato la totale distruzione dello scalo. La commissione fu istituita il 22 giugno di quell’anno, dopo una polemica che si era sviluppata sulla stampa già nel 1947.
Il tema del contributo delle diverse componenti, dunque, non nasce con la discussione politica del 2026. Altro problema è stabilire quale peso assegnare alle singole iniziative e, soprattutto, evitare di sovrapporre vicende e formazioni militari appartenenti a fasi storiche differenti.
La ricostruzione istituzionale della Liberazione di Genova mette al centro l’insurrezione cittadina e la resa del comandante tedesco Günther Meinhold al Comitato di Liberazione Nazionale per la Liguria, firmata a Villa Migone la sera del 25 aprile 1945. La resa avvenne prima dell’arrivo delle truppe alleate.
Il pericolo per il porto non cessò automaticamente con quella firma. Alcuni reparti tedeschi, in particolare della Marina, non accettarono immediatamente l’ordine di Meinhold e i combattimenti proseguirono fino al giorno successivo.
Anche Mario Arillo è una figura storica che attraversa le due diverse stagioni della Decima. Ufficiale della Regia Marina e sommergibilista, era stato assegnato alla Xª Flottiglia MAS prima dell’armistizio e ricevette personalmente la Medaglia d’oro al Valor Militare per le sue azioni belliche. La Marina militare ne conserva la relativa motivazione.
La vicenda della decorazione collettiva, però, non può essere trasferita automaticamente alla Xª Flottiglia MAS della Repubblica sociale italiana. Il riconoscimento del 10 giugno 1943 premiava infatti il reparto della Regia Marina per le operazioni compiute fino a quella data. Dopo l’8 settembre la storia dell’unità si biforcò nettamente. Anche la biografia ufficiale della Marina di Junio Valerio Borghese ricorda che questi aderì alla Repubblica sociale italiana e comandò fino alla fine della guerra la “ricostituita X Flottiglia MAS”.
Nel dopoguerra gli specialisti dei mezzi d’assalto tornarono inoltre a operare nelle attività di bonifica e sminamento dei porti. La Marina militare colloca proprio nelle operazioni di bonifica la ripresa dell’attività degli assaltatori che avrebbe poi condotto alla costituzione dei reparti moderni.
Rimane infine il dato centrale della memoria istituzionale genovese: l’insurrezione della città, la trattativa e la resa delle forze tedesche impedirono che il piano di devastazione fosse portato a compimento prima dell’arrivo degli Alleati.
Ottantuno anni dopo, quella storia torna così al centro di uno scontro politico. Francesco Maresca rivendica il contributo di uomini provenienti dalla Decima e sottolinea la necessità di distinguere la Xª Flottiglia MAS della Regia Marina decorata il 10 giugno 1943 dalla formazione successiva all’armistizio. Simone D’Angelo vede invece nel post del consigliere comunale una riabilitazione della Decima che operò con la Repubblica sociale italiana.
Ed è proprio questa distinzione, insieme alla controversa attribuzione dei meriti per il salvataggio del porto, a trasformare un post sui social in una nuova battaglia politica sulla memoria della Liberazione di Genova.
Ecco cosa dice la storia
La distinzione decisiva è questa: quando si parla di “Xª Mas” tra il 1940 e il 1945 si rischia di sovrapporre formazioni che, dopo l’8 settembre 1943, combatterono addirittura su fronti opposti. Ed è proprio questa distinzione che permette di capire sia la Medaglia d’oro sia il controverso ruolo nel salvataggio del porto di Genova.
La Medaglia d’oro al valor militare fu conferita allo stendardo della Xª Flottiglia Mas della Regia Marina con Regio decreto del 10 giugno 1943. Non riguarda quindi la formazione della Repubblica Sociale Italiana nata dopo l’armistizio. Il Quirinale indica espressamente la data del conferimento e la motivazione circoscrive le imprese al periodo “Mediterraneo, 10 giugno 1940 – 10 giugno 1943”. Fra i risultati ricordati figurano l’affondamento o il grave danneggiamento di due navi da battaglia, due incrociatori, un cacciatorpediniere e numerosi mercantili. Significativa anche la conclusione della motivazione, che definisce la Decima fedele al motto “Per il Re e la Bandiera”: una formula che rende particolarmente evidente come quella decorazione appartenesse alla Regia Marina monarchica.
Il riconoscimento premiava il ciclo delle operazioni dei mezzi d’assalto che aveva reso celebre il reparto: Baia di Suda, Gibilterra, Alessandria d’Egitto e altre incursioni. L’azione più nota resta quella della notte tra il 18 e il 19 dicembre 1941 ad Alessandria, quando gli incursori italiani misero fuori combattimento le corazzate britanniche Valiant e Queen Elizabeth. La Marina Militare considera esplicitamente quella tradizione parte della propria storia.
L’8 settembre 1943 avvenne però la frattura. Una parte degli uomini dei mezzi d’assalto rimase con il Regno d’Italia e proseguì la guerra a fianco degli Alleati sotto la denominazione “Mariassalto”, comandata da Ernesto Forza. Un’altra parte, guidata da Junio Valerio Borghese, rimase nell’Italia settentrionale e mantenne il nome di Xª Flottiglia Mas entrando nell’apparato militare della Repubblica Sociale Italiana e combattendo al fianco della Germania. È la stessa Marina Militare a descrivere questa separazione.
Questo significa che la Medaglia d’oro del 1943 non fu conferita alla Xª Mas della Repubblica Sociale Italiana. La decorazione era stata guadagnata dalla precedente unità della Regia Marina e, nel dopoguerra, la sua eredità militare venne ricondotta ai reparti incursori della Marina della Repubblica: nel 1960 la Medaglia d’oro passò al Raggruppamento Subacquei e Incursori, dal quale deriva l’attuale Comando Subacquei e Incursori “Teseo Tesei”.
Ed è qui che Genova rende la vicenda ancora più interessante, perché nell’aprile 1945 troviamo due distinti filoni riconducibili alla vecchia Decima.
Il primo è documentato in maniera molto solida e riguarda proprio gli uomini che, dopo l’8 settembre, avevano scelto il Regno del Sud e combattevano con gli Alleati. Nella notte sul 19 aprile 1945 incursori italiani penetrarono nel porto di Genova e attaccarono la portaerei Aquila, incompiuta. Fra loro c’erano Nicola Conte ed Evelino Marcolini. La Marina Militare conferma che l’operazione portò al danneggiamento dell’Aquila; la finalità strategica era impedire che la grande nave potesse essere utilizzata dai tedeschi per ostruire il porto al momento della ritirata.
Non si tratta di una ricostruzione postuma marginale. Marcolini ricevette la Medaglia d’oro al valor militare e la motivazione ufficiale del Quirinale afferma che l’azione nelle acque di Genova, nella notte sul 19 aprile 1945, contribuì a risparmiare “ulteriori gravi offese” a uno dei principali centri marittimi italiani.
Questa operazione è paradossale solo in apparenza: erano uomini provenienti dalla stessa tradizione militare della Xª Flottiglia decorata nel 1943, ma nel 1945 combattevano contro tedeschi e Repubblica Sociale Italiana. Quindi, se si afferma genericamente che “uomini della Decima contribuirono a salvare il porto di Genova”, questa frase può essere certamente vera anche senza chiamare in causa la Decima di Junio Valerio Borghese.
Poi esiste il secondo filone, molto più controverso: quello della Xª Mas della Repubblica Sociale Italiana e del comandante Mario Arillo, responsabile del settore dell’Alto Tirreno e presente a Genova.
Esistono elementi documentari che impediscono di liquidare semplicemente come invenzione il ruolo di Mario Arillo. Una dichiarazione attribuita a Giuseppe Siri, allora vescovo ausiliare di Genova, datata 23 luglio 1945, riferisce che già nel marzo precedente Arillo stava lavorando per impedire la distruzione del porto e che il 24 aprile aveva comunicato l’intenzione di ritirarsi nello scalo proprio per opporsi a eventuali demolizioni tedesche. La dichiarazione è riprodotta nella memorialistica dedicata alla Decima; molti anni dopo, nel 1983, Siri dedicò inoltre una propria fotografia a Arillo ricordando che nel 1945 aveva “contribuito” alla salvezza di Genova.
Il cardinale Giuseppe Siri (all’epoca arcivescovo di Genova) è stato accusato da alcuni storici e saggisti (come nel libro Ratlines di John Loftus e Mark Aarons) di essere stato uno dei coordinatori logistici delle vie di fuga clandestine (le cosiddette ratlines) che permisero a criminali nazisti, tra cui Josef Mengele ed Erich Priebke, di imbarcarsi dal porto di Genova verso il Sudamerica nel dopoguerra.Tuttavia, queste accuse nei confronti di Siri rimangono al centro di un dibattito storiografico privo di riscontri documentari definitivi, e la storiografia ufficiale e gli archivi ecclesiastici hanno spesso ridimensionato o respinto il suo coinvolgimento diretto, ascrivendo la regia principale a Roma al vescovo austriaco Alois Hudal e a reti internazionali di spionaggio e supporto dell’epoca.I punti principali della questioneIl ruolo di Genova: Il porto della città ligure fu effettivamente uno dei nodi di transito principali per l’espatrio clandestino di ex gerarchi e collaborazionisti verso l’Argentina e altri Paesi latinoamericani. Le accuse a Siri: Alcuni autori sostennero che l’arcivescovo, spinto da un forte sentimento anticomunista, avesse protetto o finanziato i canali di transito e fondato commissioni per l’emigrazione usate dai fuggitivi.La posizione critica e la difesa: La gran parte degli storici e le smentite di area ecclesiastica hanno evidenziato la mancanza di prove archivistiche dirette sul coinvolgimento personale del cardinale Siri nell’aiutare i criminali nazisti, riconducendo la rete delle ratlines a iniziative autonome di singoli ecclesiastici (come Hudal a Roma) o a coperture dei servizi segreti occidentali in ottica di Guerra Fredda.
La memorialistica della Decima attribuisce a Junio Valerio Borghese l’ordine di predisporre un piano antisabotaggio e autorizzare Mario Arillo a prendere contatto con esponenti del Comitato di Liberazione Nazionale qualora i tedeschi avessero tentato di distruggere lo scalo. La stessa fonte racconta rapporti con una formazione di Giustizia e Libertà. Ma questa fonte è, evidentemente, “di parte”.
Junio Valerio Borghese, ufficiale della Regia Marina e comandante della Xª Mas, si distinse durante la Seconda guerra mondiale nelle operazioni dei mezzi d’assalto italiani. Dopo l’8 settembre 1943 scelse di continuare la guerra al fianco dei tedeschi e aderì alla Repubblica Sociale Italiana, mantenendo il comando di quella parte della Decima rimasta fascista. Nel dopoguerra entrò nell’area neofascista, fu vicino al Movimento Sociale Italiano e nel 1968 fondò il Fronte Nazionale. Molti dei movimenti di estremissima destra da allora a oggi hanno avuto le iniziali FN. Nella notte tra il 7 e l’8 dicembre 1970 promosse il cosiddetto “golpe Borghese”, un tentativo di colpo di Stato avviato e poi improvvisamente fermato. Ricercato dalla magistratura, si rifugiò nella Spagna franchista, dove morì nel 1974.
Comunque, da qui a dire che “la Xª Mas salvò il porto di Genova” c’è un salto storico che le fonti più solide non consentono.
L’Istituto ligure per la storia della Resistenza e dell’età contemporanea documenta infatti che il piano tedesco di “terra bruciata”, il cosiddetto “Piano Z”, prevedeva esplicitamente la distruzione del porto, della diga foranea, delle infrastrutture, delle centrali e di altri obiettivi strategici. Il comandante tedesco della piazza, Günther Meinhold, raccontò nel proprio memoriale di avere deciso personalmente di ritardare e infine non impartire l’ordine di distruzione e di voler favorire l’occupazione della città da parte dei partigiani proprio per impedirne la devastazione.
C’è di più. Carmine Romanzi, intermediario della Resistenza nei contatti con Meinhold, ricordò che già il 23 aprile il generale tedesco gli aveva comunicato di aver provveduto a sminare alcuni punti indicati durante le trattative. Il 25 aprile Günther Meinhold accettò infine di raggiungere Genova e firmò alle 19.30 a Villa Migone la resa delle proprie forze davanti ai rappresentanti del Comitato di Liberazione Nazionale.
La situazione, tuttavia, non si risolse immediatamente. I reparti della Marina da guerra tedesca comandati da Max Berninghaus rifiutarono inizialmente di riconoscere la capitolazione di Meinhold, arrivando a considerarlo un traditore, e i combattimenti continuarono fino al 26 aprile. Il Museo del Risorgimento di Genova ricostruisce proprio questa sequenza.
Anche il ruolo della Xª Mas repubblicana in quelle ore è tutt’altro che lineare. Una ricerca pubblicata dall’Istituto ligure per la storia della Resistenza e dell’età contemporanea colloca i gruppi italiani della Xª Mas comandati da Mario Arillo fra le forze ancora presenti nell’area portuale mentre l’insurrezione era in corso; alla fine del 24 aprile nel porto rimanevano infatti focolai di resistenza. Questa circostanza non dimostra che gli uomini di Arillo volessero distruggere il porto, ma impedisce anche di rappresentarli semplicemente come una forza già passata dalla parte degli insorti.
Infine c’è un dato istituzionale molto pesante. La motivazione con cui Genova ricevette nel 1947 la Medaglia d’oro al valor militare attribuisce alla lotta della città e dei partigiani il risultato di avere ottenuto la resa del presidio tedesco “salvando così il porto, le industrie e l’onore”. È dunque questa la ricostruzione sulla quale si fonda il riconoscimento ufficiale conferito alla città.
La conclusione più corretta, quindi, è che il porto di Genova non ebbe un unico “salvatore”. La minaccia tedesca di distruggerlo era reale. La Resistenza combatté, isolò i reparti tedeschi e ottenne la resa di Günther Meinhold; lo stesso Meinhold decise di disobbedire alla strategia della terra bruciata e di non dare corso alle demolizioni; uomini della Regia Marina provenienti dalla vecchia Decima e confluiti in Mariassalto effettuarono il 19 aprile l’operazione contro l’Aquila; parallelamente esistono testimonianze attendibili che attribuiscono a Mario Arillo e a uomini della Xª Mas della Repubblica Sociale Italiana un’attività antisabotaggio e quindi un contributo alla conservazione dello scalo.
Perciò la formulazione storicamente più difendibile è: “Anche uomini della Xª Mas repubblicana, sotto Arillo, contribuirono secondo diverse testimonianze a impedire le distruzioni del porto”. La formulazione “fu la Xª Mas a salvare il porto di Genova”, invece, trasforma un contributo possibile e in parte documentato in un merito esclusivo che contrasta con l’insieme delle fonti disponibili.
C’è poi un particolare particolarmente interessante: sei giorni prima della resa tedesca, uomini provenienti dalla Decima ma schierati con il Regno d’Italia avevano già rischiato la vita proprio dentro il porto contro i tedeschi. È probabilmente questo il punto che più spesso scompare nelle ricostruzioni polemiche della vicenda.
La bandiera “creativa” di Maresca

La bandiera raffigurata nel post di Francesco Maresca non risulta una riproduzione attendibile della bandiera utilizzata dalla Decima di Mario Arillo a Genova nell’aprile 1945.
Nell’immagine compare un tricolore con, al centro, una grande X nera associata a elementi che sembrano armi bianche e, soprattutto, sormontata da una corona reale. Proprio la corona è l’elemento decisivo. Dopo l’8 settembre 1943 la formazione comandata da Junio Valerio Borghese, alla quale apparteneva Mario Arillo, aveva eliminato i riferimenti alla monarchia. Una ricostruzione dell’accordo stipulato da Junio Valerio Borghese con il comandante tedesco Max Berninghaus il 14 settembre 1943 specifica infatti che la Decima avrebbe continuato a battere bandiera italiana ma senza l’emblema dei Savoia; la stessa associazione dei reduci della Decima descrive il reparto successivo all’armistizio semplicemente come “battente bandiera italiana”.
Il quadro normativo della Repubblica Sociale Italiana conferma il problema. Con il decreto legislativo numero 141 del 28 gennaio 1944, pubblicato il 6 maggio, la bandiera nazionale venne definita come il tricolore verde, bianco e rosso, mentre la bandiera di combattimento delle Forze armate doveva portare un’aquila nera ad ali spiegate sopra un fascio repubblicano disposto orizzontalmente. Non c’era alcuna corona reale.
Esiste inoltre una fonte iconografica contemporanea particolarmente utile. Il Catalogo generale dei Beni culturali conserva un manifesto di propaganda della Xª Flottiglia Motoscafi armati siluranti, datato 1943-1945, nel quale un’ausiliaria bacia la bandiera della Repubblica Sociale Italiana. La scheda ministeriale identifica nell’immagine “bandiera italiana”, “aquila” e “fascio littorio”. Anche in questo caso siamo quindi nell’iconografia repubblicana fascista, non in quella monarchica.
Va fatta però un’ulteriore distinzione. Non risulta che esistesse un’unica “bandiera della Xª Mas” usata in ogni circostanza. C’erano la bandiera nazionale, la bandiera di combattimento, vessilli e fiamme dei singoli reparti e numerosi distintivi della Decima. La grande X era certamente uno dei suoi segni identificativi e diversi reparti adottavano teschi, ancore, animali o altri simboli. Ma non esiste nelle fonti archivistiche e museali di libera consultazione una bandiera storica della Decima del 1945 corrispondente a quella disegnata nel post di Maresca, cioè un tricolore con quella specifica X nera sormontata da corona.
Anzi, la combinazione sembra mescolare epoche differenti. La corona rimanda inevitabilmente all’ordinamento monarchico e alla Regia Marina precedente all’8 settembre. Durante il Regno d’Italia la bandiera navale da guerra portava al centro del tricolore lo scudo sabaudo sormontato dalla corona reale. Questa era una disposizione ufficiale risalente al 1848. Il simbolo della grafica di Francesco Maresca, però, non riproduce neppure quella bandiera: al posto dello scudo dei Savoia presenta una grande X e altri elementi militari. È quindi una composizione simbolica, non la bandiera regolamentare della Regia Marina.
Questo porta a una conclusione abbastanza netta: se l’immagine vuole rappresentare gli uomini di Mario Arillo nel porto di Genova nell’aprile 1945, la corona è storicamente fuori posto. In quel momento Mario Arillo comandava il settore del Tirreno della Decima che aveva aderito alla Repubblica Sociale Italiana, non un reparto della Regia Marina monarchica.
C’è anche un ulteriore indizio grafico: lo stesso emblema con X e corona viene ripetuto isolatamente sulla destra della composizione, vicino alla scritta “LA DECIMA MAS”. Ha quindi tutta l’apparenza di un logo creato dall’autore della grafica per evocare la Decima, più che della riproduzione fotografica di un vero vessillo del 1945.
Non esiste una fotografia sicuramente datata e localizzata nel porto di Genova, nell’aprile 1945, che mostri precisamente quale vessillo fosse materialmente esposto dal Comando Tirreno di Mario Arillo. Le fonti disponibili non permettono di affermare che quella fosse la barriera effettivamente utilizzata. Si può dire, invece, con una certa sicurezza che “quella mostrata nel post non è una ricostruzione filologicamente corretta della bandiera della Decima repubblicana presente a Genova nel 1945”.
C’è infine una cosa interessante: l’errore non è marginale rispetto al messaggio politico-storico dell’immagine. La corona finisce per sovrapporre visivamente la Decima della Regia Marina, quella decorata con Medaglia d’oro al valor militare il 10 giugno 1943 e fedele, nella stessa motivazione ufficiale, “al Re e alla Bandiera”, con la Decima di Junio Valerio Borghese della Repubblica Sociale Italiana del 1943-1945. Sono due fasi storiche che vanno tenute distinte.
La frase sul contributo della Decima al salvataggio del porto ha un fondamento documentario ma è controversa nel suo peso effettivo; la grafica, invece, contiene un’evidente commistione simbolica fra la Decima monarchica e quella della Repubblica Sociale Italiana.
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