Dissesto idrogeologico e infrastrutture critiche, la Regione risponde “picche” alla richiesta di fondi del Comune

Il presidente Bucci e l’assessore Giampedrone replicano alla lettera inviata dalla sindaca Salis e dall’assessore Ferrante: la Regione è disponibile a confrontarsi, ma sostiene che molte richieste non sarebbero tecnicamente ammissibili o finanziabili. Il Comune di Genova aveva chiesto oltre 110 milioni di euro. Piazza De Ferrari: «Già conferiti 300 milioni in 10 anni»


Una nota ufficiale della Regione Liguria è arrivata in risposta alla lettera inviata il 27 febbraio scorso dalla sindaca Silvia Salis e dall’assessore ai Lavori pubblici, Manutenzioni e Protezione civile Massimo Ferrante, nella quale il Comune chiedeva alla Regione risorse straordinarie per affrontare il fenomeno del dissesto idrogeologico a Genova.

Nel documento, firmato dal presidente Marco Bucci e dall’assessore regionale alla Difesa del Suolo e Protezione civile Giacomo Giampedrone, si ribadisce la disponibilità a collaborare e ad incontrare le strutture comunali per valutare proposte progettuali, ma si evidenzia che molte delle richieste avanzate dal Comune non risultano ammissibili per una valutazione tecnica e sono in gran parte non finanziabili, in quanto riguarderebbero aree e pertinenze in regime di proprietà privata e non sarebbero state presentate con la documentazione richiesta nei canali istituzionali.
Le richieste di Salis: oltre 110 milioni per mettere in sicurezza il territorio
Nella lettera inviata alla Regione, la sindaca Salis e l’assessore Ferrante avevano rappresentato un quadro complessivo delle principali criticità idrogeologiche che interessano Genova, sottolineando lo “stato di fragilità diffusa” del territorio, caratterizzato da elevata acclività, forte urbanizzazione e continua interferenza fra infrastrutture e versanti naturali, condizioni che rendono il rischio di frane e cedimenti più frequente e pericoloso.
Il Comune aveva stimato un fabbisogno complessivo di oltre 110 milioni di euro per dare risposta alle esigenze di sicurezza idrogeologica. Queste richieste erano suddivise in diverse categorie di intervento:
- circa 46,6 milioni di euro per opere strutturali su versanti, scarpate stradali e bacini minori:
- 10 milioni per il consolidamento delle scarpate stradali;
- 18 milioni per la sistemazione idraulico-forestale dei bacini minori;
- 5 milioni per interventi su frane strutturali;
- 600.000 euro per monitoraggi triennali;
- 13 milioni per interventi sull’Acquedotto storico e il sistema dei Forti.
- un ulteriore capitolo di circa 64 milioni di euro era stato dedicato alla messa in sicurezza dei muri di sostegno delle strutture stradali, con la ricognizione di 559 interventi necessari, distribuiti nei diversi municipi cittadini. La sicurezza di questi muri, fondamentali per la viabilità quotidiana e per la tutela delle aree collinari, era indicata come una delle priorità più immediatamente rilevanti.
La lettera del Comune conteneva anche la richiesta di strumenti finanziari straordinari, ritenuti necessari per affrontare un quadro di criticità che, secondo l’amministrazione genovese, non può essere gestito con le sole risorse ordinarie. Nel testo era inoltre confermata la volontà di portare la questione anche a livello nazionale, con un incontro fissato per mercoledì 4 marzo a Roma con il capo del Dipartimento nazionale della Protezione civile, Fabio Ciciliano, per rafforzare la richiesta di canali dedicati di finanziamento alle opere di mitigazione del rischio.
La replica della Regione
Con una nota protocollata il 2 marzo 2026, Marco Bucci e Giacomo Giampedrone hanno risposto formalmente alla comunicazione inviata dal Comune di Genova, richiamando il quadro normativo che disciplina le competenze in materia di difesa del suolo.
Nel documento, indirizzato alla sindaca Silvia Salis e all’assessore Massimo Ferrante, la Regione sottolinea come la legge regionale 15/2015 attribuisca ai Comuni la progettazione, realizzazione, manutenzione e gestione delle opere di difesa del suolo, mentre alla Regione spetta la programmazione e il finanziamento degli interventi di mitigazione del rischio idrogeologico, oltre alla gestione delle opere di terza categoria idraulica. Un chiarimento che diventa il perno della replica politica: secondo Bucci e Giampedrone, le richieste avanzate dal Comune non sarebbero state trasmesse secondo la procedura prevista per l’inserimento nel Programma triennale regionale e, in diversi casi, riguarderebbero aree in proprietà privata, circostanza che ne renderebbe impossibile il finanziamento con risorse pubbliche.
Nel testo si evidenzia inoltre che, nell’ultimo aggiornamento del Programma triennale, a fronte di richieste provenienti da tutto il territorio ligure per circa 270 milioni di euro, risulta inserita una sola istanza del Comune di Genova, relativa alla sistemazione idraulica del rio Preli per un importo di circa 420 mila euro. Un dato che la Regione definisce «emblematico» rispetto al fabbisogno complessivo dichiarato.
La nota richiama anche gli investimenti già effettuati negli ultimi dieci anni: quasi 300 milioni di euro, tra fondi regionali e statali, destinati a 19 interventi nel territorio genovese. Tra le opere citate figurano i lavori sui rii Fegino, Noce e Rovare e soprattutto gli interventi sul Bisagno, compreso lo scolmatore, che da solo supera i 200 milioni di euro. A questi si aggiungono circa 20 milioni liquidati al Comune a seguito degli ultimi stati di emergenza di Protezione civile per il ristoro dei danni.


Bucci e Giampedrone, pur definendo le richieste «inammissibili» ai fini della programmazione regionale e in parte «non finanziabili», dichiarano comunque la disponibilità a un incontro per valutare proposte e progetti che vengano trasmessi secondo le modalità previste. Nel documento si precisa anche che, allo stato attuale, non risulterebbero pervenute segnalazioni formali di danni da dissesto attraverso i canali della Protezione civile regionale e che gli ultimi eventi sul territorio comunale, pur avendo causato danni puntuali, non rientrerebbero nei presupposti per la dichiarazione di uno stato di emergenza regionale o nazionale.
Il confronto resta dunque aperto, ma la Regione fissa paletti chiari: procedure formali, documentazione progettuale adeguata e rispetto delle competenze delineate dalla normativa vigente. Un terreno tecnico che si intreccia inevitabilmente con quello politico, in un momento in cui la sicurezza idrogeologica torna al centro del dibattito cittadino.
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