Denuncia di stupro in aula, il Gip archivia: «Racconto coerente e con possibili riscontri, ma il reato era prescritto dal 2019»

Dopo l’intervento in Consiglio comunale della consigliera Ghio, la Procura aveva aperto un fascicolo. Il giudice riconosce solidità e dettagli del racconto, ma non può procedere perché i termini sono scaduti. Davanti al magistrato la consigliera ha indicato un nome per consentire verifiche su eventuali altri casi

La vicenda era esplosa pubblicamente durante una seduta del Consiglio comunale, quando la consigliera Francesca Ghio aveva raccontato in aula di essere stata violentata a 12 anni da un uomo che frequentava casa sua. Quelle parole, pronunciate il 26 novembre 2024, avevano portato la Procura ad aprire un fascicolo quasi immediatamente, trasformando un dolore personale in un fatto giudiziario, pur dentro un perimetro complicato: il tempo.
Ora l’indagine è stata archiviata. Il giudice per le indagini preliminari Matteo Buffoni ha infatti chiuso il procedimento rilevando che, pur a fronte di un racconto ritenuto credibile, il reato non è più perseguibile perché prescritto: secondo quanto indicato nel provvedimento, la prescrizione sarebbe maturata nel 2019.
Nelle motivazioni dell’archiviazione, però, c’è un passaggio che pesa e che racconta la tensione tra verità giudiziaria e limiti imposti dalla legge. Il magistrato descrive il racconto della consigliera come “dettagliato” e “intrinsecamente coerente”, aggiungendo che potrebbe essere “munito di solidi riscontri”. In altre parole, il giudice non sminuisce la narrazione né la liquida come vaga o inattendibile; al contrario, la colloca in un quadro che avrebbe potuto sostenere verifiche. Ma il nodo resta insuperabile: quando i termini scadono, l’azione penale non può proseguire.
La richiesta di archiviazione era arrivata dalla Procura: il pubblico ministero Federico Panichi aveva chiesto di chiudere il fascicolo proprio per la prescrizione. La consigliera, assistita dall’avvocato Michele Ispodamia, si era opposta, chiedendo ulteriori approfondimenti investigativi. Nel corso dell’udienza davanti al giudice, Francesca Ghio ha anche indicato il nome dell’uomo che, secondo la sua ricostruzione, sarebbe responsabile delle violenze subite, spiegando di averlo fatto per consentire alla Procura di verificare un eventuale coinvolgimento in altri episodi simili.
È un punto che, pur non cambiando l’esito sul singolo procedimento, spiega il senso della scelta: non solo un atto personale per “togliersi un macigno”, come lei stessa avrebbe riferito, ma anche la volontà di non lasciare il racconto confinato alla dimensione privata e di permettere, almeno in teoria, un controllo su eventuali altri fatti che potrebbero non essere coperti dagli stessi limiti temporali.
La storia, così, si chiude sul piano processuale senza una sentenza nel merito, ma con un paradosso difficile da ignorare: un provvedimento che, da un lato, riconosce la consistenza della narrazione e la possibilità di riscontri, e dall’altro certifica che la giustizia penale non può più intervenire perché la finestra legale si è ormai chiusa anni fa.
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