Operazione “Furia Epica”: raid USA-Israele sull’Iran, Teheran reagisce con missili e droni verso Israele e basi nel Golfo

La presidente della Commissione europea Ursula von der Leyen e il presidente del Consiglio europeo António Costa hanno definito gli sviluppi «estremamente preoccupanti». Il ministro degli esteri italiano Tajani: «L’Europa non so quanto possa fare in questo momento: la partita è nelle mani di Iran, Israele e Stati Uniti». Per il ministro della Difesa Crosetto la priorità resta la sicurezza del personale italiano impiegato nei teatri internazionali e allo stato, non risultano coinvolgimenti diretti di militari italiani negli eventi

La notte in cui Washington e Gerusalemme hanno scelto di trasformare la pressione diplomatica in un’azione militare coordinata ha un nome ufficiale, almeno dal lato americano: “Furia Epica”. Il raid congiunto, rivendicato dal presidente Donald Trump come l’avvio di «grandi operazioni di combattimento», ha colpito obiettivi in più città iraniane, in un’escalation che ha immediatamente allargato il fronte ben oltre Israele e Iran, trascinando nel rischio di ritorsioni l’intero scacchiere del Golfo. Secondo la ricostruzione circolata nelle prime ore, esplosioni sono state segnalate in diversi centri, mentre a Teheran colonne di fumo sono state viste anche in aree ritenute sensibili; in parallelo, l’Iran ha risposto annunciando una prima ondata di missili e droni contro Israele e rivendicando attacchi contro installazioni statunitensi nella regione.
La mossa americana arriva dopo giorni di dichiarazioni ambigue e di colloqui che, almeno ufficialmente, venivano descritti come ancora aperti. Donald Trump, parlando ai suoi sostenitori attraverso Truth Social, ha presentato l’offensiva come un’azione per «eliminare minacce imminenti» e ha rilanciato la linea rossa già scandita più volte: l’Iran non può dotarsi di un’arma nucleare. Lo stesso presidente, nelle ore precedenti, aveva lasciato intendere che non ci fosse ancora una “decisione finale”, salvo poi esprimere insoddisfazione per l’andamento del negoziato sul nucleare. La narrazione della Casa Bianca si intreccia con quella del governo israeliano, che da tempo sostiene l’urgenza di colpire la capacità militare e l’infrastruttura strategica di Teheran prima che si compia un salto di qualità irreversibile.

In Israele, l’attacco è stato incorniciato come una risposta preventiva a una minaccia “esistenziale”. Benjamin Netanyahu ha parlato di una campagna congiunta per neutralizzare il pericolo rappresentato dal regime iraniano e ha ringraziato pubblicamente Donald Trump per la “leadership”, ribadendo che un Iran dotato di capacità nucleare non sarebbe soltanto un problema per Israele ma, nelle sue parole, per la sicurezza globale. In parallelo, sirene e allarmi hanno scandito la giornata nel centro del Paese a seguito della risposta iraniana: le forze armate israeliane hanno comunicato l’attivazione dei sistemi di difesa aerea e l’invito ai cittadini a raggiungere le aree protette, mentre la tensione saliva anche lungo le rotte e le basi occidentali nel Golfo.
Attacchi statunitensi e israeliani hanno preso di mira Ali Khamenei e Masoud Pezeshkian: un funzionario israeliano, parlando con Reuters, ha confermato che la Guida Suprema dell’Iran e il presidente iraniano sono stati indicati come obiettivi dei raid congiunti, precisando però che gli esiti degli attacchi non sono chiari. Un’altra fonte informata avrebbe riferito in precedenza alla stessa agenzia che Khamenei non si trovava a Teheran e sarebbe stato trasferito in un luogo sicuro. Una fonte iraniana vicina al governo ha inoltre confermato che diversi comandanti delle Guardie Rivoluzionarie e funzionari politici sarebbero stati uccisi negli attacchi, mentre i media iraniani hanno riferito che il ministro degli Esteri Abbas Araqchi risulta al sicuro.
Dal lato iraniano, la comunicazione ha avuto due obiettivi immediati: confermare l’attacco e dimostrare tenuta. Media e agenzie legate a Teheran hanno riferito di esplosioni in diverse città e di missili che avrebbero colpito anche zone della capitale; contemporaneamente, è stata diffusa l’informazione che il presidente Masoud Pezeshkian sarebbe “in buone condizioni”, mentre sulla Guida Suprema Ali Khamenei le informazioni sono rimaste più opache, con ricostruzioni che lo vorrebbero al sicuro e lontano dai luoghi colpiti. Nello stesso flusso informativo si è inserita la rivendicazione del Corpo dei Guardiani della Rivoluzione, che ha parlato di una prima ondata di missili e droni contro Israele, presentandola come risposta diretta all’attacco congiunto.
Il rischio, a questo punto, è la geometria variabile delle ritorsioni. Nei Paesi del Golfo l’allerta è salita rapidamente: il Bahrein, che ospita la Quinta Flotta americana, è finito al centro delle segnalazioni di esplosioni e attacchi, con comunicazioni di emergenza alla popolazione e richiami a raggiungere aree sicure; in parallelo, le notizie di missili diretti verso basi e infrastrutture militari in Qatar, Kuwait ed Emirati hanno alimentato il timore di una spirale difficile da contenere. A complicare ulteriormente il quadro c’è la dimensione informativa: organizzazioni di monitoraggio hanno parlato di un blocco quasi totale della rete in Iran, un elemento che rende più difficile verificare in tempo reale portata, obiettivi e conseguenze dei raid e della risposta.
In un lungo testo su X, Reza Pahlavi ringrazia l’“aiuto” degli USA, parla di “intervento umanitario” e invita gli iraniani a “riprendersi l’Iran”. Il figlio dell’ultimo scià, deposto dalla Rivoluzione islamica del 1979, afferma che “momenti decisivi sono davanti a noi”. Da tempo esule negli USA, erede del “Trono del Pavone” rovesciato dalla rivoluzione del 1979, Reza Pahlavi tenta di accreditarsi per una transizione democratica al regime e ora sostiene che “l’aiuto promesso dal presidente degli Stati Uniti al coraggioso popolo iraniano è arrivato”, definendolo “un intervento umanitario” che avrebbe come bersaglio la Repubblica islamica, “il suo apparato di repressione e la sua macchina di morte — non il Paese e la grande nazione dell’Iran”. Pahlavi, che ha detto di non voler ristabilire la monarchia, aggiunge che “la vittoria finale sarà ancora raggiunta da noi… Il momento di tornare nelle strade si avvicina” e conclude: “In queste ore e giorni delicati, più che mai dobbiamo restare concentrati sul nostro obiettivo finale: riprenderci l’Iran”.
La crisi apertasi dopo l’attacco e la risposta iraniana viene seguita a Roma con il livello di allerta più alto, soprattutto per le ricadute sulla sicurezza dei connazionali e del personale italiano presente nell’area. Il ministro degli Esteri Antonio Tajani, intervenendo a SkyTg24, ha descritto un quadro “molto preoccupante” e ha spiegato che l’Italia da settimane aveva già ridotto al minimo la presenza diplomatica a Teheran, proprio per prepararsi a uno scenario di deterioramento rapido. La Farnesina, ha aggiunto, è pronta a organizzare un’evacuazione anche per gli italiani che intendessero lasciare l’Iran, replicando quanto già avvenuto in occasione del conflitto di alcuni mesi fa. Tajani ha ricordato che l’invito a partire era stato rivolto da giorni ai cittadini italiani presenti nel Paese e che in gran parte a lasciare l’Iran erano stati turisti e lavoratori, mentre resterebbero soprattutto residenti stabilmente inseriti nel contesto locale, spesso in famiglie miste. Proprio per questo, la riunione d’emergenza convocata alla Farnesina serve a fare una valutazione puntuale e a decidere eventuali misure operative, chiarendo che un’eventuale evacuazione verrà disposta solo se ritenuta opportuna e soprattutto se realizzabile senza esporre le persone a rischi aggiuntivi.
Parallelamente, Palazzo Chigi ha fatto sapere che la presidente del Consiglio Giorgia Meloni ha già attivato la catena di coordinamento politico-istituzionale. In una conferenza telefonica presieduta in mattinata, Giorgia Meloni ha riunito il ministro degli Esteri Antonio Tajani, il vicepresidente Matteo Salvini, il ministro della Difesa Guido Crosetto, i sottosegretari Alfredo Mantovano e Giovanbattista Fazzolari e i vertici dell’intelligence. Al centro dell’analisi, viene spiegato, c’è stata la fotografia complessiva della crisi, con un punto di partenza non negoziabile: la tutela degli italiani presenti in Medio Oriente. Il Governo ha rinnovato l’invito alla massima prudenza e a seguire con attenzione le indicazioni delle ambasciate e delle sedi consolari, mentre nella nota di Palazzo Chigi si sottolinea che la presidente del Consiglio manterrà nelle prossime ore contatti con i principali alleati e con i leader regionali, sostenendo ogni iniziativa che possa contribuire ad abbassare la tensione. Nello stesso messaggio, l’Italia ribadisce vicinanza alla popolazione civile iraniana, richiamando il tema dei diritti civili e politici chiesti “con coraggio” da una parte del Paese.
Tajani, tornando sul punto, ha detto di tenere costantemente aggiornata Giorgia Meloni fin dalle prime ore della giornata e ha ribadito che l’attenzione prioritaria resta quella per i connazionali. Sul piano della situazione immediata, ha precisato che al momento non risultano feriti italiani e che quindi le famiglie possono essere rassicurate, pur nel quadro di una crisi che viene considerata in evoluzione e potenzialmente destinata a peggiorare: la reazione iraniana, ha osservato, sembrerebbe già pronta e questo rende difficile essere ottimisti nel breve periodo. In questa fase, Tajani ha anche espresso scetticismo sulle capacità europee di incidere direttamente, sostenendo che le leve principali restano nelle mani dei protagonisti del confronto, cioè Iran, Israele e Stati Uniti; ciò non toglie, però, che l’Italia continui a premere perché la fase militare si chiuda e si torni a un accordo, a partire da una rinuncia iraniana al programma nucleare, considerato il vero fattore di rischio per la regione e, in prospettiva, anche per l’Europa. Il ministro ha ricordato inoltre che l’Italia ha personale militare dislocato in diversi teatri dell’area, dal Libano al Kuwait fino all’Iraq, e ha spiegato che, allo stato, non ci sarebbero segnali di criticità specifiche per quei contingenti, che risultano già collocati in condizioni di sicurezza.
Sul fronte della Difesa, il ministro Guido Crosetto ha confermato un monitoraggio continuo con i vertici militari, mantenendo un filo diretto con il Capo di Stato Maggiore della Difesa e con il Comandante del COVI, che lo aggiornano sull’andamento degli eventi e sui possibili rischi connessi. Il punto fermo, nelle sue parole, è la protezione dei militari e di tutto il personale italiano impiegato nei teatri internazionali: Crosetto ha voluto rassicurare che, al momento, nessun uomo o donna della Difesa italiana risulta coinvolto negli eventi e che l’Italia resta pronta ad adottare ogni misura necessaria per tutelare connazionali e contribuire alla stabilità regionale.
Intervistato nell’edizione straordinaria del Tg1, Crosetto ha poi dato una lettura più ampia degli obiettivi attribuiti all’azione militare in corso, sostenendo che l’intento sarebbe quello di spingere Teheran a cambiare linea sul nucleare, ma che tutto dipenderà dalla reazione iraniana e dalle scelte politiche che seguiranno. Ha anche sottolineato un limite strutturale: una guerra lunga sarebbe difficilmente sostenibile per dimensioni, territorio e popolazione dell’Iran e non avrebbe senso parlare di un’operazione di “conquista”, anche perché non esisterebbe un’alternativa immediata e credibile al regime. In questa prospettiva, l’auspicio indicato dal ministro è che la pressione militare venga usata per forzare il ritorno a un tavolo negoziale e per disinnescare il percorso verso l’arma nucleare, considerata una variabile che renderebbe la crisi ingestibile e fuori controllo.
Anche l’Unione Europea, pur con margini di manovra limitati su una crisi che vede protagonisti diretti Washington, Gerusalemme e Teheran, ha scelto di intervenire sul piano politico-diplomatico. La presidente della Commissione Ursula von der Leyen e il presidente del Consiglio europeo António Costa hanno definito gli sviluppi “estremamente preoccupanti” e hanno ribadito l’impegno a salvaguardare sicurezza e stabilità regionale, insistendo su un punto considerato cruciale: la sicurezza nucleare e la necessità di evitare azioni che aggravino ulteriormente le tensioni o indeboliscano il regime globale di non proliferazione. È una formula che, letta tra le righe, prova a tenere insieme due esigenze spesso in conflitto: riconoscere la gravità della minaccia percepita e, allo stesso tempo, frenare il passaggio dalla risposta militare a una guerra regionale più ampia.
Nel frattempo, la cronaca dell’operazione resta frammentata e, per molti aspetti, ancora in evoluzione. Gli attacchi vengono descritti come pianificati da mesi e destinati a proseguire, mentre il rimbalzo di missili e droni, le sirene in Israele e le allerte nel Golfo suggeriscono che la fase più critica potrebbe essere quella in cui ogni parte tenta di dimostrare deterrenza senza perdere il controllo dell’escalation. L’Italia e l’Europa, in questa cornice, possono incidere soprattutto su due piani: la protezione dei propri cittadini e la pressione politica per tenere aperta, anche nel pieno della crisi, una finestra negoziale che eviti di trasformare “Furia Epica” nell’inizio di un conflitto senza confini.
In copertina: foto da X
Se non volete perdere le notizie seguite il nostro sito GenovaQuotidiana il nostro canale Bluesky, la nostra pagina X e la nostra pagina Facebook (ma tenete conto che Facebook sta cancellando in modo arbitrario molti dei nostri post quindi lì non trovate tutto). E iscrivetevi al canale Whatsapp dove vengono postate solo le notizie principali



Devi effettuare l'accesso per postare un commento.