UniGe e referendum, il rettore rilancia sul “contraddittorio”: «Aula, ma con spazio anche al Sì» mentre si allarga il fronte del No e nasce un nuovo caso istituzionale

Dopo le proteste per il diniego a un’iniziativa di Sinistra Universitaria – Udu Genova sul referendum costituzionale, il rettore Federico Delfino spiega che la richiesta era stata impostata come appuntamento “monotematico” sul No con la presenza di un esponente politico e che, in nome della neutralità prevista dai regolamenti, era stato chiesto di trasformarla in un confronto includendo anche le ragioni del Sì. Alla vicenda si aggiunge ora la presa di posizione del Comitato Società civile per il No, che chiede all’Ateneo di tornare sui propri passi e annuncia che, in caso contrario, l’iniziativa del 2 marzo si terrà fuori dall’università con la presenza delle realtà aderenti

La bufera sull’aula negata all’Università di Genova per un’iniziativa legata al referendum costituzionale si allarga e cambia passo, passando dalle accuse di “censura” e dalle iniziative politiche già annunciate nei giorni scorsi a una nuova fase in cui l’ateneo prova a ricondurre la vicenda a un tema di neutralità e regole interne. A riaccendere il dibattito è stato il rettore Federico Delfino, che a margine di una conferenza stampa ha scelto di rispondere pubblicamente alle contestazioni di Sinistra Universitaria – Udu Genova, dopo che il caso era già finito sotto i riflettori cittadini e nazionali tra ricorsi interni, prese di posizione partitiche e un’interrogazione parlamentare.

Nella ricostruzione fornita dal rettore, la questione non sarebbe stata la presenza di un evento sul referendum in quanto tale, bensì la formula con cui era stato richiesto. Delfino ha spiegato che i regolamenti dell’ateneo orientano verso un atteggiamento neutro e che, per questo motivo, agli studenti che avevano chiesto di organizzare un appuntamento “monotematico” incentrato sul No con la partecipazione di un esponente politico sarebbe stato proposto di mantenere l’iniziativa e gli stessi relatori, ma riformulando l’evento in modo da dare spazio anche alle ragioni del Sì. L’obiettivo dichiarato, nella sua prospettiva, sarebbe stato quello di preservare la neutralità dell’università e, insieme, favorire un’informazione più completa, evitando che gli spazi accademici venissero letti come terreno di utilizzo politico.
Per sostenere questa linea, Delfino ha richiamato anche le iniziative già promosse dall’Ateneo sul tema referendum, rivendicando che l’Università di Genova non avrebbe affatto evitato il confronto pubblico. Ha ricordato due eventi ospitati nell’aula magna del Palazzo dell’Ateneo, quindi nello spazio simbolicamente più rappresentativo dell’istituzione, costruiti in collaborazione con l’Ordine dei Giornalisti. Il rettore ha sottolineato che si sarebbe trattato di appuntamenti capaci di incidere sul dibattito cittadino e di contribuire all’informazione, indicando come interlocutori l’Associazione nazionale magistrati per il primo incontro e l’Ordine degli Avvocati, con riferimento all’area dei penalisti, per il secondo.
In queste ore, inoltre, il fronte delle reazioni si è ulteriormente ampliato con l’intervento del Comitato Società civile per il No al referendum costituzionale, che riunisce realtà tra cui Cgil Genova, Anpi, Arci, Udu, Tavolo No Autonomia Differenziata, Auser, Libera, Rete studenti medi, Unione donne in Italia, Giuristi democratici, Legambiente Liguria, Associazioni cristiane lavoratori italiani Liguria, Coordinamento Democrazia Costituzionale, Associazione Libertà e Giustizia e Comitato per lo Stato di diritto Genova. In una nota, il Comitato riferisce di aver appreso “con stupore” la notizia del diniego agli studenti di Sinistra Universitaria – Udu Genova per un evento dedicato alle ragioni del No al referendum del 22 e 23 marzo e sostiene che la sala sarebbe stata negata adducendo motivazioni considerate strumentali.
Il Comitato esprime solidarietà agli studenti e invita l’Università di Genova a tornare sui propri passi, concedendo i locali per lo svolgimento dell’evento. Nella stessa comunicazione viene però messa nero su bianco anche l’ipotesi alternativa: se la decisione non dovesse cambiare, l’iniziativa si sposterà all’esterno dell’università il 2 marzo, con una presenza dichiarata delle realtà aderenti e con l’intento di esporre pubblicamente le ragioni del No.
In questo contesto si inserisce anche un secondo fronte, tutto politico ma confezionato in forma istituzionale che sta diventando incidente diplomatico. Nelle ultime ore è circolato infatti un comunicato dell’esponente e consigliere di Fratelli d’Italia Stefano Balleari che interviene sulla polemica invocando responsabilità, contraddittorio e pari dignità delle posizioni, sostenendo che senza equilibrio un momento di approfondimento può trasformarsi in un’iniziativa unilaterale. Il testo valorizza l’autonomia degli atenei e afferma che chiedere un confronto “bipartisan” non significherebbe comprimere il pluralismo ma preservarlo, ribadendo inoltre che scuole e università non dovrebbero diventare terreno di conquista politica e che i giovani andrebbero messi nelle condizioni di formarsi un’opinione libera e consapevole.
La nota è stata diffusa con intestazione e veste dell’istituzione (Balleari la firma come presidente dell’Assemblea legislativa regionale e non come consigliere di Fdi) e non si presenta, quindi, come intervento di parte, ma, appunto, come dichiarazione resa nel ruolo di presidente del Consiglio regionale. Una scelta formale che, nella percezione pubblica, tende a spostare l’intervento dal piano dell’opinione politica a quello dell’indirizzo istituzionale, come se il giudizio sulla vicenda fosse espresso a nome dell’intera assemblea legislativa e non da un singolo esponente che appartiene a una parte politica. Essendoci in consiglio soggetti politici che si sono schierati apertamente per il No al referendum e hanno già espresso un giudizio critico sulla scelta di Delfino, che la nota sia ecumenica è piuttosto improbabile. In una polemica che riguarda proprio l’uso degli spazi e dei simboli — l’aula universitaria, l’autonomia, la neutralità — il dettaglio della “firma” e del cappello istituzionale finisce inevitabilmente per pesare quanto il contenuto.
L’effetto complessivo è che la vicenda UniGe, invece di chiudersi con una spiegazione, si complica ulteriormente: da un lato l’ateneo prova a difendere la propria scelta sostenendo di avere offerto una strada alternativa e più “neutra”, dall’altro la politica interviene chiamando in causa l’equilibrio ma lo fa talvolta con strumenti e linguaggi che sembrano voler occupare, più che proteggere, il terreno dell’imparzialità.
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