La Genova che frana, Ferrante: «Caso critico a livello nazionale». Appello al governo: «Servono subito misure che aiutino i privati a fare manutenzione»

L’assessore comunale alla Protezione Civile e ai Lavori Pubblici lega frane e cedimenti all’invecchiamento del cemento armato e ai costi alti degli interventi che molti privati non vogliono o non possono sostenere. «Servono incentivi e sostegni, come dopo i terremoti, per permettere ai privati di intervenire prima che i problemi esplodano»

I cedimenti che stanno segnando questi giorni, a partire dal caso di via Napoli, non sono per Massimo Ferrante un episodio isolato né una semplice conseguenza del maltempo. L’assessore comunale alla Protezione Civile e ai Lavori Pubblici del Comune allarga lo sguardo e indica una questione molto più ampia, che riguarda la tenuta del patrimonio edilizio costruito soprattutto nel dopoguerra, la difficoltà di intervenire per tempo e il nodo irrisolto delle responsabilità private. Il suo ragionamento parte da un presupposto tecnico e arriva a una lettura strutturale della città: «Lo sto dicendo da giorni, il cemento armato ha una vita naturale». È da qui che prende forma la sua analisi, che chiama in causa materiali, manutenzione, incentivi e assetto urbano.

Ferrante spiega che il cemento armato «è un materiale composito da calcestruzzo e ferro» e che, se non viene seguito con interventi costanti, «col tempo si deteriora». Il punto, insiste, non è soltanto constatare l’usura quando il problema esplode, ma affrontare prima i segnali. Nella sua ricostruzione, la manutenzione corretta significa innanzitutto evitare che i ferri restino esposti: «Le dovute manutenzioni sarebbero evitare di avere ferri affioranti che si arrugginiscono, si ossidano e poi creano il fenomeno dell’esplosione del calcestruzzo». A questo si aggiunge un altro passaggio cruciale, spesso meno visibile ma decisivo, cioè la gestione dell’acqua: «È il perfetto controllo del drenaggio dei muri, perché i muri non devono fare l’effetto di diga, devono poter drenare l’acqua». E quando serve, prosegue, occorrono anche interventi puntuali di ripristino, con «eventuali iniezioni di nuovo calcestruzzo», perché «sono materiali che col tempo si deteriorano».
Nelle parole dell’assessore c’è poi un riferimento diretto alla trasformazione urbana del secondo dopoguerra, che oggi presenta il conto. «Quello che sta succedendo a Genova dell’edilizia selvaggia degli anni 50-60 è semplicemente che sono passati esattamente 60-70 anni dalla costruzione della Genova del dopoguerra», osserva Ferrante, sottolineando che molti manufatti realizzati in quella stagione stanno entrando in una fase critica. «Purtroppo questi materiali iniziano a entrare in crisi e ad avere minor resistenza rispetto a prima». È qui che l’assessore introduce una formula che torna più volte nel suo ragionamento e che usa come chiave interpretativa generale: «È il grande tema delle manutenzioni, questa grande sconosciuta».

L’intervista non si ferma però alla diagnosi tecnica. Ferrante mette il dito anche su un aspetto amministrativo e sociale che definisce centrale: la difficoltà, in città, di rendere effettiva la responsabilità dei privati nella cura delle strutture. «Purtroppo in città non riusciamo da tempo a far assumere anche ai privati la loro responsabilità», dice, richiamando il lavoro spesso lungo e faticoso degli amministratori condominiali che cercano di portare questi temi nelle assemblee. Nella sua ricostruzione cita esplicitamente il caso di via Napoli 72, spiegando che «l’ingegner Rossi, ora incaricato da quel condominio, era già stato incaricato e aveva già portato avvisaglie in assemblea condominiale». Il problema, aggiunge, è che tra allerta tecnica e decisione di spesa spesso si apre un vuoto fatto di rinvii, discussioni e costi giudicati insostenibili.
Ed è proprio sul peso economico degli interventi che Ferrante insiste con più forza. «È il grande tema anche del fatto che queste manutenzioni non si fanno perché i costi sono eccessivi», afferma, collegando la questione locale a una cornice normativa più ampia. Per l’assessore non basta richiamare genericamente i proprietari ai loro doveri: serve costruire strumenti che rendano davvero praticabili gli interventi. «In questo Paese bisogna trovare degli incentivi fiscali esattamente come si è fatto per il bonus 110 o dopo i terremoti», sostiene, indicando la necessità di misure che permettano ai privati di affrontare opere complesse con «incentivi e anche sostegno». La conclusione: «È quindi un tema di norme nazionali e regionali, è un tema complesso».
Nella parte più politica dell’intervista, Massimo Ferrante definisce la città come una sorta di caso esemplare, ma in senso critico, sia per quanto riguarda l’edilizia in cemento armato sia per quanto riguarda i ponti. Alla base c’è lo stesso problema: il deterioramento dei materiali di costruzione. «Genova purtroppo è la cartina Tornasole di tutto questo», dice, perché qui si sommano più fragilità contemporaneamente. La prima, spiega, «è quella del mare», con tutto il tema della difesa costiera e dell’erosione. La seconda è l’assetto idrogeologico: «Siamo probabilmente la città che ha tombinato più torrenti e rivi sin dai tempi del Medioevo», e questo significa, nelle sue parole, che «di fatto viviamo sopra rii e torrenti tombinati». La terza fragilità riguarda invece proprio il patrimonio edilizio del dopoguerra: «L’edilizia degli anni 50-60 in cemento armato fatta in maniera estremamente, diciamo, “ottimistica” ci presenta il conto». Ferrante arriva a parlare di una condizione «particolarmente critica», aggiungendo che, insieme al dossier di ponti e impalcati, la situazione genovese «rischia di essere un secondo unicum nazionale».
L’assessore usa anche una lettura storica della crescita urbana per spiegare perché oggi certi nodi emergano con questa forza. Richiama la città ottocentesca e i grandi muri di contenimento delle aree collinari, evocando «la fotografia di quello che è stato fatto nell’Ottocento nel tridente Acquarone, via Assarotti, via Caffaro dal Barabino», e sostiene che nel Novecento quel modello sia stato riprodotto «in scala», ma moltiplicato e accelerato, fino a «decuplicare» ciò che era avvenuto nelle colline genovesi. Il risultato, nella sua visione, è un tessuto urbano dove la fragilità non riguarda solo i grandi eventi eccezionali, ma anche la manutenzione ordinaria di muri, scarpate, drenaggi e opere di sostegno diffuse.
Per rafforzare questa analisi, Ferrante cita anche l’esperienza diretta degli ultimi mesi, con un resoconto che lega maltempo, frane minori e inerzia dei proprietari. «Noi a settembre e novembre abbiamo avuto eventi meteorologici intensi con frane che hanno poi fatto crollare dei muri nelle crêuze, tutti muri privati», ricorda. E racconta di essersi trovato davanti a situazioni in cui, dopo i cedimenti, i proprietari «neanche andavano a rimuovere i detriti o li facevano rimuovere». In alcuni casi, aggiunge, il Comune è dovuto intervenire con sanzioni. È uno dei passaggi più duri dell’intervista, perché Ferrante allarga il discorso dal tema tecnico a quello civico, parlando apertamente di atteggiamenti di disinteresse: «A volte c’è purtroppo anche in questi piccoli casi, come quelli delle frane sulle crêuze, il menefreghismo».
Il quadro si complica ulteriormente, racconta l’assessore, quando entrano in gioco proprietà frammentate, successioni e terreni difficili da gestire. Ferrante riferisce quanto gli avrebbero raccontato i tecnici, cioè casi di persone che «addirittura rinunciano a eredità dei terreni per evitare poi di doversene prendere cura», con la conseguenza di far scivolare intere situazioni in una zona grigia amministrativa e giuridica che rallenta gli interventi. «Lì si entra nel limbo», sintetizza. È una frase che rende bene il senso dell’intervista: il problema, per lui, non è solo la frana in sé, ma l’insieme di fattori materiali, economici, normativi e culturali che possono trasformare una criticità nota in un’emergenza.
Il messaggio finale dell’assessore è quindi duplice. Da un lato c’è la necessità di continuare a intervenire sulle emergenze e sulle verifiche, con il lavoro di protezione civile, tecnici e strutture comunali; dall’altro c’è l’urgenza di aprire una discussione più ampia sulla manutenzione del patrimonio costruito, pubblico e privato, prima che i cedimenti diventino la normalità. Nelle sue parole, il caso genovese non è solo una sequenza di episodi, ma un segnale che chiama in causa tutto il sistema: «La situazione è estremamente complessa». E proprio per questo, lascia intendere Ferrante, non basteranno risposte episodiche o misure tampone, ma serviranno strumenti stabili, responsabilità condivise e una nuova cultura della prevenzione.
Intanto Ferrante, ha disposto questa mattina la chiusura totale e precauzionale del Parco Gavoglio, l’area verde sottostante via Napoli colpita dal crollo. La decisione è maturata a seguito di un nuovo sopralluogo effettuato questa mattina dallo stesso assessore con la Polizia Locale. Nonostante l’area giochi fosse già stata interdetta e fossero presenti transenne per limitare l’accesso alle zone potenzialmente a rischio, è stata riscontrata la presenza di persone all’interno del parco.
«La sicurezza dei cittadini viene prima di tutto- ha dichiarato l’assessore -. Stamani mi sono recato nuovamente sul posto e, constatando che le delimitazioni non sono state sufficienti a scoraggiare l’ingresso di alcuni frequentatori, ho ritenuto necessario dare mandato per la chiusura completa del parco. È una misura di estrema prudenza, indispensabile finché non avremo certezze assolute sulla stabilità dell’area»
La situazione resta sotto stretto e costante monitoraggio da parte dell’Amministrazione comunale. Nella giornata di domani, lunedì 23 febbraio, inizierà ufficialmente la campagna diagnostica e di monitoraggio del fronte frana e quindi dei movimenti strutturali del palazzo, affidata a tecnici privati, i cui esiti permetteranno di definire i prossimi passi per la messa in sicurezza definitiva.
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