Enti Pubblici e Politica 

CasaPound contro Silvia Salis: «Fuori dal diritto, vuole chiudere una sede regolare»

Dopo le dichiarazioni rilasciate ieri dalla Sindaca sulla presenza di CasaPound in città e sulla richiesta di un confronto con prefetto e questore per la sicurezza nel quartiere, CasaPound diffonde una nota durissima: «Chiedere la chiusura d’imperio di una sede politica regolare è grave e pericoloso». Nel comunicato l’organizzazione accusa la Salis di farsi portavoce di “Genova Antifascista”

La risposta di CasaPound arriva il giorno dopo le parole con cui la sindaca Silvia Salis aveva spiegato di essersi «schierata completamente contro la presenza di CasaPound» e di aver chiesto un incontro al prefetto insieme al questore per affrontare, oltre ai profili di opportunità politica, la pressione che una parte del quartiere dichiara di vivere sul tema della sicurezza e della vivibilità. Nel comunicato diffuso oggi, CasaPound alza immediatamente il livello dello scontro e sostiene che quelle dichiarazioni sarebbero «gravi e pericolose», perché, si legge, «chiedere la chiusura d’imperio di una sede politica regolare solo perché non ne condivide le idee significa oltrepassare il perimetro della legittimità politica».

La nota insiste soprattutto su due punti: il metodo e gli interlocutori indicati dalla sindaca. CasaPound definisce «ancora più inquietante» la scelta di Silvia Salis di farsi «portavoce presso la Questura delle istanze di “Genova Antifascista”», descritta nel testo come una realtà che «negli ultimi anni ha alzato il livello dello scontro con minacce, contenuti violenti e prese di posizione pubbliche inaccettabili per qualsiasi istituzione seria». È in questo passaggio che il comunicato tenta di spostare il baricentro dalla discussione sulla sede e sul contesto cittadino a un tema più ampio di ordine pubblico e legittimazione politica, chiedendo alla sindaca un chiarimento esplicito: secondo CasaPound, dopo queste dichiarazioni, Silvia Salis sarebbe «chiamata a chiarire il suo rapporto con i collettivi antagonisti della città».

Dentro lo stesso impianto, il comunicato cita un fatto di cronaca – evocato come contesto e non come elemento da provare nel merito – sostenendo che «all’indomani dell’omicidio del giovane Quentin Deranque» programmare di «cancellare associazioni legittime» e, al contrario, «sostenere movimenti che diffondono materiale inneggiante alla violenza» costituirebbe «un segnale che non può essere ignorato». La nota parla anche di una presunta «rete europea di movimenti illegali» che «promuove lo scontro fisico» e che, secondo l’organizzazione, avrebbe «contatti e coperture istituzionali in Italia», formulazione che viene usata per rafforzare l’accusa politica rivolta alla sindaca, senza però indicare episodi specifici o elementi circostanziati nel testo diffuso.

Un altro passaggio centrale è la contestazione dell’argomento “simbolico” richiamato ieri dalla sindaca, cioè la vicinanza a piazza Alimonda e la lettura di quella collocazione come scelta «provocatoria». CasaPound «respinge con fermezza le insinuazioni» e scrive che «da anni operiamo nel rispetto dei luoghi e della memoria di ogni caduto politico, senza che alcun simbolo commemorativo sia mai stato toccato». Qui il comunicato inserisce anche un contrattacco, contrapponendo la propria condotta a quella di «chi vandalizza le targhe» dedicate ad altre figure ricordate nello spazio pubblico: «Per noi (…) il ricordo è uno spazio inviolabile», è la frase che chiude il ragionamento.

La parte finale del comunicato prova poi a rilegittimare la presenza dell’organizzazione sul terreno delle attività sociali, elencando iniziative che CasaPound rivendica come proprie: «raccolte alimentari e attività di protezione civile», con riferimenti a interventi in occasione di eventi emergenziali e calamitosi citati come esempio di impegno. Il messaggio conclusivo torna politico e divisivo: se «il sindaco ritiene preferibile sostenere chi legittima l’odio e l’apologia di omicidio, se ne assuma la piena responsabilità politica», mentre «per noi Genova e gli italiani restano la priorità assoluta».

Lo scontro, insomma, si sposta rapidamente dal piano amministrativo – l’esistenza di un contratto e la regolarità formale, tema che la sindaca aveva detto essere stato esaminato – a quello dell’opportunità politica e del conflitto identitario. E, mentre Silvia Salis aveva rivendicato l’intenzione di portare la questione in un confronto istituzionale con prefettura e questura, CasaPound risponde accusando il Comune di volersi collocare «fuori dal perimetro del diritto» e chiedendo una presa di posizione pubblica sul rapporto tra istituzioni cittadine e realtà antagoniste.


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