«Solo sì significa sì»: al Teatro della Tosse scatta la mobilitazione contro il Ddl Bongiorno sul consenso

Assemblea pubblica oggi in Sala Dino Campana: Non Una di Meno e i centri antiviolenza contestano il cambio di impostazione proposto dalla Lega. In sala il padre di Martina Rossi. Presenti anche Silvia Salis, Rita Bruzzone e Simona Cosso

Nel pomeriggio di oggi, domenica 15 febbraio, la Sala Dino Campana del Teatro della Tosse ha ospitato l’assemblea pubblica «Solo sì significa sì – Senza consenso è stupro», promossa da Non Una di Meno Genova insieme al Centro antiviolenza Mascherona e a Per Non Subire Violenza – Udi. Un appuntamento convocato nel giorno in cui ricorre il trentennale della legge contro la violenza sessuale che sancì il passaggio decisivo: la violenza non come offesa alla morale, ma come reato contro la persona. Da lì, spiegano le organizzatrici, l’urgenza di tornare a parlare di consenso e di come viene trattato nei tribunali e nella società, soprattutto di fronte al testo in discussione in Parlamento.

Il punto contestato è il ribaltamento dell’impianto che, secondo quanto denunciato durante l’incontro, avrebbe dovuto introdurre nel codice penale il principio del consenso libero e attuale. Le promotrici dell’assemblea sostengono che, dopo un intervento della Lega, nel cosiddetto Ddl Bongiorno il riferimento al «consenso» sarebbe stato sostituito da formulazioni come «volontà contraria» e «dissenso», con un effetto che viene giudicato pericoloso: spostare l’attenzione sulla reazione di chi subisce, fino a far diventare centrale la dimostrazione dell’opposizione o del “no”, anziché la responsabilità di chi compie la violenza. Un ritorno, è stato ribadito più volte, a meccanismi di rivittimizzazione che il lavoro dei centri antiviolenza e anni di mobilitazioni avevano provato a scardinare, anche dentro le aule di giustizia.

Nel ragionamento portato in sala, «Solo sì significa sì» non è uno slogan ma un criterio: un rapporto sessuale deve essere accettato e scelto, non interpretato a partire dalla capacità di difendersi, dalla prontezza di reazione o dalla possibilità di dimostrare un dissenso. In questo quadro è stato rilanciato un messaggio netto, ripetuto come filo conduttore del pomeriggio: «Senza consenso è stupro», e «non esistono zone grigie nella violenza sessuale». Da qui l’annuncio di una mobilitazione permanente per chiedere che il provvedimento venga fermato, perché considerato un arretramento rispetto all’impianto attuale e, soprattutto, un rischio concreto di legittimare domande e letture che finiscono per giudicare chi ha subito violenza invece degli autori.
Tra i momenti più intensi dell’assemblea, la presenza del padre di Martina Rossi, ricordata come simbolo di una storia che ha segnato il dibattito pubblico: la giovane, ventenne, morì nel 2011 precipitando dal sesto piano di un albergo durante una vacanza, nel tentativo di sottrarsi a un presunto tentato stupro di gruppo. Una vicenda che, è stato sottolineato, richiama con forza quanto sia decisivo il modo in cui le istituzioni e la giustizia nominano e interpretano la violenza, e quanto possa essere fragile la linea tra tutela e colpevolizzazione.
All’incontro hanno partecipato anche la sindaca Silvia Salis (arrivata durante il flash mob in piazza Matteotti), l’assessora alla Scuola Rita Bruzzone e la presidente del Municipio Centro Est Simona Cosso, in un contesto in cui l’assemblea non è stata presentata come un evento isolato ma come l’avvio di un percorso: informazione pubblica, pressione politica e iniziative continuative per riportare al centro il principio che, per chi organizza, non dovrebbe essere negoziabile.





Foto di Francesca Pongiluppi
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