Cornigliano, l’allarme del Comitato “No Forno” dopo i dati di Legambiente: «Con l’aria già sotto pressione, un nuovo impianto sarebbe un salto nel passato»

Il Comitato No Forno Elettrico lega i numeri sulla mortalità da polveri sottili, i dati su Genova e il quadro normativo europeo a un no netto: in un’area storicamente compromessa, ogni progetto che aumenti le emissioni rischia di essere incompatibile con gli obblighi di risanamento e con la tutela della salute


Il tema torna a incendiare Cornigliano con un comunicato che intreccia salute pubblica, qualità dell’aria e regole europee, e che mette al centro una tesi netta: in un territorio già segnato da decenni di impatti ambientali, introdurre una nuova attività industriale inquinante significherebbe andare contro la direzione indicata dai dati e dalla legge. A firmarlo è il Comitato No Forno Elettrico Genova, che richiama anzitutto un numero pesante come un macigno: secondo i dati ufficiali dell’Agenzia Europea dell’Ambiente riferiti al 2023, in Italia oltre 43 mila decessi sarebbero attribuibili all’esposizione cronica alle polveri sottili PM2,5, un primato negativo che colloca il nostro Paese al primo posto nell’Unione Europea per mortalità legata all’inquinamento atmosferico. Per il Comitato quel dato non è solo una statistica, ma il segnale di un’emergenza sanitaria che continua a essere sottovalutata, mentre l’aria resta uno dei fronti più urgenti su cui intervenire.

Lo sguardo poi si sposta su Genova, dove, sempre secondo il Comitato, la fotografia locale conferma che il problema non è alle spalle. Il dossier “Mal’Aria” di Legambiente viene citato per evidenziare che il capoluogo continua a registrare criticità sul biossido di azoto, con Genova indicata come l’unico capoluogo ligure fuori norma. In questo contesto, osserva il Comitato, le misure che entrano nel dibattito cittadino – dall’estensione delle Zone 30 fino all’idea di un osservatorio sul traffico – nascono proprio dalla necessità di tagliare le emissioni urbane, non di aggiungere nuovi fattori di pressione in un quadro già fragile.

È qui che la presa di posizione diventa anche giuridica. Il comunicato ricostruisce il perimetro normativo facendo riferimento alla Direttiva 2008/50/CE sulla qualità dell’aria e al suo recepimento in Italia con il Decreto legislativo 155/2010, ricordando l’obbligo per gli Stati di prevenire il peggioramento dell’aria e di ridurre le concentrazioni degli inquinanti nelle aree a rischio o già oltre i limiti, attraverso piani di risanamento efficaci e tempestivi. Viene richiamato anche il principio di “non deterioramento”, così come interpretato dalla giurisprudenza europea: in sostanza, secondo il Comitato, non si dovrebbero autorizzare nuove attività in grado di aggravare il carico emissivo proprio dove la qualità dell’aria è già critica, nemmeno con la promessa di compensazioni future.
A rendere il quadro ancora più stringente, sostiene il Comitato, è la scadenza del 2030, quando l’Unione Europea dovrà allinearsi a limiti più severi e avvicinarsi progressivamente alle linee guida dell’Organizzazione Mondiale della Sanità, più restrittive rispetto agli standard attuali. Genova, viene sottolineato, oggi sarebbe ancora distante da quei valori e ogni nuova fonte emissiva introdotta adesso renderebbe più complicato, domani, centrare gli obiettivi.
Da qui l’affondo politico e territoriale: l’ipotesi di un nuovo impianto in area Cornigliano viene definita incompatibile non solo con il percorso di riduzione dell’impatto ambientale, ma anche con gli impegni che – secondo il Comitato – erano stati assunti dopo la dismissione della produzione a caldo, avvenuta proprio per alleggerire il peso sanitario su un quartiere densamente abitato e storicamente compromesso. La conclusione, nel comunicato, è una linea rossa: alla luce dei dati europei, delle analisi ambientali e delle regole comunitarie e nazionali, qualunque progetto che comporti un peggioramento della qualità dell’aria a Cornigliano non potrebbe essere considerato sostenibile né “difendibile” sul piano giuridico, perché in contrasto con gli obblighi di risanamento e con il diritto costituzionale alla tutela della salute.
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