Palleggi tra gli scaffali Genovacheosa e TesteMobili appoggiano il flash mob “dal basso” e chiedono «spazi veri, non sport sul tetto»

I due gruppi rivendicano il supporto all’iniziativa “dal basso” di ieri alle 18 a Quarto: un gruppo di ragazzi e ragazze è entrato nel nuovo Basko in divisa da basket e ha palleggiato tra gli scaffali per denunciare la scomparsa dei molti campi del Centro Don Bosco, sostituiti da una grande struttura commerciale e da parcheggi. C’è un campo a sette, ma non viene ritenuto sufficiente. Le due realtà chiedono di riaprire una discussione pubblica sul modello di città e sulla progressiva privatizzazione degli spazi di sport e socialità


Ieri alle 18, a Quarto, la protesta ha scelto un linguaggio immediato: una palla che rimbalza dove prima si giocava davvero e dove oggi si consuma. Genovacheosa e il Ricreativo TesteMobili dicono di aver sostenuto e accompagnato il flash mob “dal basso” che ha portato un gruppo di ragazzi e ragazze dentro il nuovo Basko, vestito con divise da basket, a palleggiare per alcuni minuti all’interno della struttura commerciale. Un gesto simbolico, ma tutt’altro che leggero, perché nasce – spiegano – da una trasformazione che ha cancellato un pezzo di quotidianità del quartiere: l’area del Centro Don Bosco che ospitava campi da calcio, basket, pallavolo e spazi informali di aggregazione, oggi sostituita da un supermercato e dalle sue funzioni accessorie.
Nel loro messaggio, le due realtà collegano l’azione di ieri a un malessere che definiscono “reale e diffuso”, reso visibile anche dagli striscioni comparsi prima dell’inaugurazione sul cavalcavia: la sottrazione progressiva di spazi comunitari a favore di un’idea di sviluppo urbano che mette il commercio al centro e tutto il resto ai margini. La partita, dicono, non riguarda solo un edificio, ma ciò che quella sostituzione produce nel tessuto sociale: meno luoghi gratuiti dove incontrarsi, meno sport accessibile, meno possibilità di stare insieme senza dover spendere.

Il Ricreativo TesteMobili, attraverso la voce del suo rappresentante Gabriele Grosso, sceglie parole nette e senza diplomazie: «In una città sempre più povera di spazi gratuiti di socialità, sportivi e non, questa costruzione è l’ennesimo schiaffo alla vivibilità della nostra città. Vogliamo più spazi per stare insieme, lontani dalle logiche di lucro». Il punto, nella loro lettura, non è lo sport in sé, ma la sua riduzione a “servizio accessorio” di una struttura commerciale: prima, spiegano, l’area era in grado di ospitare contemporaneamente un campo da calcio a sette, uno a cinque, un campo da basket con due canestri e uno da pallavolo; oggi, sostengono, resta di fatto un solo campo da calcio a sette posizionato sul tetto del supermercato, mentre gli altri spazi sarebbero scomparsi o trasformati in impianti gestiti da privati.
Per Genovacheosa e TesteMobili questo non equivale a una semplice ricollocazione, ma a una perdita qualitativa e quantitativa: il luogo, dicono, non potrà più svolgere contemporaneamente la funzione che aveva prima, cioè essere spazio di sport pubblico gratuito, aggregazione giovanile, oratorio e presidio sociale. E insistono sulla differenza tra un campetto “a terra”, attraversabile e vissuto anche in modo informale, e un’area sportiva collocata sopra una struttura commerciale, legata a logiche di accesso e gestione che non coincidono con l’idea di bene comune. In sostanza, trasformare uno spazio comunitario in una funzione secondaria del consumo, secondo loro, non significa garantire un diritto allo sport e alla socialità: significa cambiare paradigma urbano, spostando ciò che era condiviso dentro una cornice dove il profitto diventa l’asse dominante.
Nel messaggio torna anche la campagna “Vogliamo spazio”, con cui Genovacheosa rivendica da tempo che gli spazi pubblici siano una risorsa collettiva e che strumenti come il Regolamento dei Beni Comuni debbano essere utilizzati per garantire luoghi realmente accessibili, gratuiti e partecipati. Il Levante cittadino, sostengono, rischia di diventare ancora più povero di spazi adeguati per sport, socialità e tempo libero che non implichino una spesa, e questa non sarebbe una conseguenza inevitabile, ma una scelta politica e urbanistica che incide sulle opportunità, sulle relazioni e sul benessere collettivo.
Per questo, concludono, episodi come il flash mob di ieri non dovrebbero essere archiviati come una provocazione, ma diventare un’occasione di discussione pubblica su quale città si sta costruendo e su quale città si vuole difendere e immaginare. A questo link il racconto completo dell’iniziativa, con il video.


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