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Provinciale 226, bilancio choc dopo l’ennesimo schianto: Antonio Bigotti attacca gli «enti sovraordinati» e chiede decisioni subito

Dopo la richiesta dello Spi Cgil di un tavolo urgente sulla sicurezza lungo la provinciale 226 in Valle Scrivia, il sindaco di Savignone risponde duramente: vuole un incontro “urgentissimo” con Città Metropolitana e Comando provinciale dei carabinieri, denuncia anni di dinieghi su semafori e camminamenti e spiega che senza interventi strutturali la strada resterà pericolosa. Sullo sfondo, la petizione dei residenti e l’investimento mortale che ha riacceso la rabbia

Il giorno dopo l’affondo dello Spi Cgil sulla provinciale 226, la risposta del sindaco di Savignone Antonio Bigotti arriva con il tono di chi sente di essere finito, ancora una volta, in mezzo a un cortocircuito istituzionale: la strada è provinciale, il tratto è urbano, i residenti chiedono sicurezza, ma il Comune – racconta – non può decidere davvero, e quando prova a farlo si sente dire “no”. In mezzo restano i cittadini, soprattutto quelli che vivono e lavorano lungo il rettilineo e gli incroci più critici, in un’area dove l’ultima tragedia ha trasformato la paura in una domanda brutale: quanto deve ancora accadere prima che qualcuno si prenda la responsabilità di intervenire?

La miccia si è riaccesa dopo l’investimento mortale avvenuto lungo la provinciale 226, un episodio che ha riportato al centro del dibattito la sicurezza di una strada caricata quotidianamente dal traffico e, in particolare, dal passaggio di mezzi pesanti. Lo Spi Cgil Valle Scrivia, nel chiedere un incontro urgente con Città Metropolitana e con il sindaco, ha parlato di una scia di incidenti, ha ricordato una petizione con 192 firme già consegnata e ha rilanciato richieste molto concrete: controlli sulla velocità, manutenzione del manto, marciapiedi e strumenti che impediscano di trasformare un tratto urbano in un rettilineo da “strada veloce”.

Antonio Bigotti non respinge la richiesta di confronto, anzi la rivendica come già avviata: spiega di aver chiesto «alla Città Metropolitana e al comando provinciale dei carabinieri un incontro urgentissimo» per «definire una storia che purtroppo va avanti da tanto tempo», perché – dice – la pericolosità è nota e non nasce ieri. Il punto, però, nella sua versione, è che l’iter si inceppa sempre nello stesso modo: quando il Comune prova a ragionare su semafori, camminamenti o soluzioni di moderazione del traffico, i tecnici dell’ente proprietario della strada avrebbero ripetutamente negato autorizzazioni e pareri. «Diventa difficile, le risorse non ci sono. E anche quando gli interventi sarebbero a nostre spese, a volte il permesso non arriva», sostiene, portando ad esempio l’idea di un camminamento che – racconta – il Comune avrebbe anche potuto contribuire a finanziare, senza ottenere il via libera.

Nella lettura del sindaco, la radice del problema è anche storica. Antonio Bigotti ricorda che negli anni Ottanta e Novanta la strada provinciale è stata allargata per farla diventare di fatto una direttrice di scorrimento, utile soprattutto al traffico pesante diretto verso i poli logistici e alimentari della zona. Il risultato, sostiene, è un rettilineo che “invita” alla velocità e su cui i limiti urbani vengono ignorati sistematicamente. Ed è qui che entra lo scontro con la richiesta dello Spi Cgil di introdurre strumenti come i tutor: per Antonio Bigotti non è una soluzione realistica in quel contesto e, soprattutto, non è il Comune che può decidere in autonomia su dispositivi di controllo della velocità in una cornice così vincolata.

C’è poi un nodo che il sindaco mette sul tavolo con franchezza, ed è quello dei controlli sul territorio. A Savignone, racconta, la polizia locale è ridotta all’osso: «abbiamo un agente e mezzo», perché la comandante è condivisa con Casella, e i limiti di personale sarebbero fissati da regole che impediscono di assumere oltre certe soglie senza rischiare conseguenze contabili per gli amministratori. Ne deriva, sostiene, una situazione paradossale: l’agente “di fatto” non potrebbe svolgere alcune attività da sola, perché per certe operazioni bisogna uscire in due, e quindi la capacità di presidio si riduce ulteriormente. E anche quando i controlli vengono fatti, aggiunge, l’effetto deterrente dura poco: gli automobilisti si avvisano tra loro con fari e segnali, rendendo la pattuglia una presenza prevedibile e aggirabile. Sul fronte delle forze dell’ordine, Antonio Bigotti parla di carenza di personale anche tra i carabinieri rispetto alle incombenze affidate, impegnati su un territorio ampio e su emergenze diverse, dai furti agli altri reati che gravano sulle vallate.

Questo quadro, nella sua ricostruzione, porta a una conclusione netta: se non arrivano misure fisiche e strutturali – dossi, semafori, camminamenti, riordino degli incroci – la pericolosità non scenderà davvero, perché la sola vigilanza non basta e non può bastare in un Comune piccolo. E il tema torna sempre allo stesso punto: chi decide e chi paga. Antonio Bigotti dice chiaramente che su quel tratto servirebbero interventi importanti, “da grande opera”, con costi che un piccolo Comune non può sostenere, mentre gli enti sovraordinati continuerebbero a negare risorse e progetti. Non a caso, nel comunicato del Comune, il sindaco parla di una «guerra tra poveri» in cui «l’unica certezza è che a rimetterci sono i cittadini, spesso i più fragili», e chiede che gli enti superiori «stanzino le risorse necessarie per il riordino urbanistico della provinciale SP226 e la messa in sicurezza dei tratti maggiormente a rischio», ricordando che sul rettilineo vivono e lavorano centinaia di persone.

Dentro questa richiesta, Antonio Bigotti inserisce anche una denuncia politica più ampia: il sindaco torna sul tema delle risorse comunali sottratte, secondo lui, dai meccanismi di redistribuzione nazionale e dalla quota di imposte che finisce direttamente allo Stato, sostenendo che quei fondi potrebbero essere usati per mettere in sicurezza il territorio. È un passaggio che non riguarda solo una strada, ma il sentimento diffuso di molti comuni dell’entroterra: avere problemi infrastrutturali enormi con bilanci sempre più stretti e iter autorizzativi sempre più lenti.

«Lo Stato, direttamente dall’IMU che versano i nostri contribuenti, prende ai comuni come il nostro una percentuale molto alta – dice il sindaco di Savignone -. A noi vengono sottratti dai 200 ai 300 mila euro ogni anno e vengono prelevati per finanziare i cosiddetti “comuni più poveri”, tra i quali rientra anche Genova. E poi questi comuni più poveri utilizzano i miei denari per fare cose sul loro territorio, quando io con questi soldi qua potrei mettere in sicurezza qualsiasi sito e avere anche la possibilità di fare degli interventi sul territorio. Questa è una storia annosa, io nel 2015 ero andato anche a fare l’elemosina a San Lorenzo, era finito su tutti i media nazionali, Anci mi aveva detto va bene, il ministro Del Rio non aveva risposte, nessuno sa dare risposte a questo sistema pauroso con il quale lo Stato “ruba” a una parte dei comuni. E non solo, perché i capannoni, la quota dell’IMU del 7,6% se la becca direttamente lo Stato, quindi visto che lo Stato si prende i soldi di tutti i capannoni di via Marconi e delle altre vie di Savignone, intervenga lo Stato attraverso la Regione e la Città Metropolitana».

Nel suo intervento, Antonio Bigotti richiama anche il tema della visibilità e della “geografia delle priorità”, citando la differenza – a suo dire – tra l’attenzione data a emergenze sulla costa e quella riservata a frane e interruzioni nell’entroterra, come nel caso di Sorrivi, che il Comune definisce una ferita ancora aperta. Il messaggio, qui, è politico prima ancora che tecnico: l’Appennino ligure non può essere trattato come un territorio di serie B, perché senza mobilità e sicurezza la valle si svuota, i servizi arretrano e il presidio umano diventa più debole.

Alla fine, però, resta una frase che taglia tutto il resto: per il sindaco l’incidente che ha ucciso Mario Parodi non può diventare “uno dei tanti”. Nel comunicato del Comune esprime dolore, vicinanza alla famiglia e l’idea che quella morte debba trasformarsi in una spinta collettiva, perché «quello che è successo non può e non deve ripetersi». È una promessa che suona come un impegno, ma anche come un ultimatum: o si sblocca la catena decisionale tra Comune, Città Metropolitana e gli altri enti coinvolti, oppure la provinciale 226 continuerà a essere una strada dove la normalità, troppo spesso, assomiglia a un rischio quotidiano.


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