“L’ultimo miglio verso la guerra”: i ferrovieri antimilitaristi denunciano cantieri “dual use” tra Sampierdarena e La Spezia

Mentre in Liguria si parla di porti e corridoi europei, un collettivo di ferrovieri/e lancia l’allarme: “A Genova Sampierdarena e La Spezia Marittima si potenziano scali e binari anche per la logistica militare”. Nel mirino finanziamenti europei, treni fino a 750 metri e la parola “duplice uso” (civile e militare). L’appello: fermare la militarizzazione della rete e pretendere investimenti su sicurezza, mobilità civile e lavoro

“Non c’è più tempo”. La frase, nel volantino diffuso oggi dal collettivo Ferrovieri/e contro la guerra, non è uno slogan di circostanza: è il modo in cui descrivono una sensazione di accelerazione, di preparazione serrata, di infrastrutture che cambiano pelle senza che – secondo loro – il Paese se ne accorga davvero.

Il bersaglio è chiaro: due interventi che, a loro avviso, in Liguria stanno entrando nella fase più concreta di attuazione e “terminalizzazione” e che riguardano la rete ferroviaria in area portuale. Da una parte Genova Sampierdarena – Parco Fuori Muro, dall’altra La Spezia Marittima. Due scali, due nodi strategici, un’unica parola che nel documento torna come un martello: “dual use”, cioè duplice uso civile e militare.
I soldi e il tracciato: “fondi europei per collegare i porti liguri ai corridoi”
Il collettivo richiama i finanziamenti dell’Unione Europea attraverso il programma CEF, riportando cifre e destinatari: per lo scalo di Genova, 28.774.201,50 euro erogati a Rete Ferroviaria Italiana; per La Spezia, 9.274.599,00 euro assegnati all’Autorità di sistema portuale del mar ligure orientale. Nella loro lettura, non è “solo” ammodernamento: è un tassello di una rete che punta a garantire capacità e continuità di trasporto lungo grandi corridoi.
Il punto tecnico che viene evidenziato è la capacità infrastrutturale: binari e scali potenziati per accogliere convogli più lunghi, fino a 750 metri, dentro la logica dei corridoi Ten-T (Reno-Alpino e Mediterraneo/Scandinavo-Mediterraneo). E qui il collettivo afferma che, nelle schede progettuali, l’obiettivo non sarebbe soltanto la movimentazione merci, ma anche il trasporto di personale militare, mezzi e forniture, cioè una logistica che in caso di crisi può diventare immediatamente operativa.
“Non per la mobilità civile, ma per obiettivi di morte”: la denuncia politica
La tesi, espressa in modo durissimo, è che questo “fiume di soldi pubblici” stia andando dove non dovrebbe: non su mobilità civile, sicurezza ferroviaria e contratti (con assunzioni), ma su un’infrastruttura che rende più efficiente la catena militare. In altre parole: la modernizzazione non viene letta come bene neutro, ma come scelta di campo.
Nel volantino c’è anche un riferimento a interventi “già denunciati” in altre aree d’Italia (stazioni in provincia di Pisa e Palmanova): l’idea di fondo è che si stia costruendo un disegno nazionale, non episodi isolati. E la Liguria, con i suoi porti, diventerebbe un punto di snodo.
L’appello: unire vertenze sul lavoro e mobilitazione antimilitarista
Il collettivo non si limita alla denuncia. Chiama i ferrovieri e le ferroviere a una presa di posizione, parlando anche di obiezione di coscienza, ma soprattutto di qualcosa di più “strutturale”: interrompere il trasporto militarizzato su ferro e bloccare la spirale che – secondo loro – lega sfruttamento del lavoro e preparazione bellica.
Il passaggio più politico è quello in cui chiedono di non separare le battaglie: contratti, sicurezza, organici e condizioni di lavoro dovrebbero diventare un tutt’uno con la mobilitazione antimilitarista, perché “lo sfruttamento del lavoro alimenta la guerra”. E avvertono che non ci saranno miglioramenti reali se non si spezza questo binomio.
“Circolazione civile e sicura”: la frase finale che riassume tutto
La chiusura del documento è doppia e volutamente frontale: da una parte il sostegno a una circolazione ferroviaria civile e sicura, dall’altra il rifiuto dell’uso della rete a scopo bellico. È qui che il loro messaggio diventa anche un avvertimento su Genova: l’“ultimo miglio” verso i porti, dicono, può essere infrastruttura di sviluppo oppure passaggio verso una logica di guerra. E loro scelgono di chiamarla per nome.
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