Genova “Capitale del Mare”, ma i quartieri fronte porto lanciano l’allarme: «Prima la salute, basta respirare fumi»

La Rete associazioni San Teodoro accoglie con favore la candidatura di Genova a Capitale italiana del Mare 2026, ma chiede che la “rigenerazione blu” parta dai quartieri più esposti ai fumi delle navi e al traffico: elettrificazione delle banchine, più monitoraggi, un’indagine epidemiologica sui soggetti fragili e interventi urgenti su viabilità e vivibilità. Nel mirino la Regione e gli armatori: «Non si possono privatizzare i ricavi e socializzare i costi»

La candidatura di Genova a Capitale italiana del Mare 2026 viene salutata con interesse, ma anche con una richiesta netta: se davvero la città vuole proporsi come laboratorio di “rigenerazione urbana a vocazione blu”, allora la rinascita deve iniziare dove il mare pesa di più sulla vita quotidiana. È il cuore del messaggio diffuso dalla Rete associazioni San Teodoro, che mette al centro una parola scomoda e spesso rimossa quando si parla di porto: salute pubblica.

Nel comunicato, la Rete prende le mosse dalle dichiarazioni del vicesindaco Terrile, secondo cui Genova avrebbe tutte le potenzialità per diventare un riferimento nazionale nella rigenerazione legata al mare. “Ne siamo convinti”, scrivono, ma aggiungono subito il “dove” e il “come”: il punto di partenza devono essere i quartieri “fronte porto”, quelli che subiscono le esternalità negative del traffico marittimo, con un impatto che per gli abitanti non è teorico né occasionale, ma quotidiano.

“Fumi delle navi e ossidi di azoto”: i numeri che la Rete porta sul tavolo
Il tema indicato come prioritario è l’inquinamento atmosferico legato ai fumi delle navi, definito responsabile di circa metà delle emissioni di ossidi di azoto, con riferimento particolare al biossido di azoto, uno degli indicatori più citati quando si parla di aria e salute. La Rete richiama inoltre un rapporto dell’Associazione italiana medici per l’ambiente (“Cambiamo aria”), secondo cui Genova risulterebbe ai vertici nazionali per le concentrazioni di ossidi di azoto.
Non solo: nel testo vengono citate valutazioni di esperti (un epidemiologo e un chimico ambientale) basate su rilevazioni dell’Agenzia regionale per la protezione dell’ambiente ligure, con un’affermazione forte: l’esposizione media annua dei genovesi nel 2025 sarebbe stata superiore alle linee guida dell’Organizzazione mondiale della sanità e anche alle norme europee che entreranno in vigore dal 2030. Da questa impostazione discende una stima altrettanto pesante: l’inquinamento da biossido di azoto avrebbe contribuito a circa 380 morti prevenibili, pari al 4,8% della mortalità totale.
Il comunicato insiste poi su un punto che spesso resta invisibile nel dibattito pubblico: non tutti respirano la stessa aria. Le centraline in aree a traffico intenso o vicino al porto, viene sottolineato, mostrerebbero concentrazioni molto più elevate rispetto alle zone lontane dalle principali fonti di inquinamento. Ed è qui che la questione diventa politica nel senso più diretto: se l’esposizione non è distribuita in modo equo, allora anche la tutela della salute non può essere lasciata alla “media cittadina”.
Le richieste: elettrificazione, monitoraggi, epidemiologia e misure urgenti nei quartieri più colpiti
La Rete associazioni San Teodoro chiede misure “nei tempi più brevi”, partendo da ciò che viene indicato come intervento chiave: l’allaccio delle navi a banchine elettrificate, per ridurre le emissioni quando le imbarcazioni sono ferme in porto. Accanto a questo, vengono invocate azioni efficaci per colmare il divario di esposizione tra territori, rafforzando i monitoraggi e includendo anche luoghi oggi non coperti, così da fotografare davvero l’impatto nei diversi quartieri.
Non manca una richiesta sanitaria esplicita: un’indagine epidemiologica sui soggetti più fragili, perché l’effetto dell’inquinamento non colpisce tutti allo stesso modo e alcune condizioni preesistenti rendono il rischio più alto. E c’è anche la dimensione “urbana” dell’emergenza: interventi urgenti nei quartieri più impattati per garantire viabilità e vivibilità, soprattutto nei periodi di maggior affluenza agli imbarchi, quando il traffico cresce e la qualità della vita precipita.
“Non scegliere tra fame e fumi”: lavoro e salute, senza ricatti
Il passaggio più duro, e più politico, arriva quando la Rete rifiuta l’idea di una scelta obbligata: “Siamo consapevoli dell’urgenza di dare risposte ai cittadini e della complessità di salvaguardare il lavoro e tutelare la salute, ma rifiutiamo di scegliere se morire di fame o di fumi”. È una frase che prova a spezzare la contrapposizione classica tra economia portuale e benessere dei residenti, chiedendo un modello in cui sviluppo e tutela sanitaria non si escludano a vicenda.
Il giudizio su istituzioni e armatori: “bene il Comune, manca Regione, manca risposta degli armatori”
Nel testo c’è anche una distinzione netta su chi, secondo la Rete, sta facendo cosa. Viene registrato “con favore” il rilancio e il coordinamento dell’Osservatorio ambiente salute da parte della nuova amministrazione comunale, considerato un passo utile per migliorare il rapporto tra i soggetti preposti.
Ma, aggiungono, mancherebbero l’impulso politico della Regione Liguria e una risposta degli armatori. La Rete dice di cercare un confronto “per costruire un rapporto virtuoso tra la città e il suo porto”, ma pretende un’assunzione di responsabilità: “non si possono privatizzare i ricavi e socializzare i costi, a partire dalla salute dei cittadini”.
Ed è qui che la candidatura a Capitale italiana del Mare, per San Teodoro e i quartieri fronte porto, smette di essere uno slogan e diventa una prova di coerenza: se Genova vuole davvero raccontarsi come città “blu” e moderna, la prima cartolina da sistemare non è quella per i turisti. È quella delle persone che vivono a ridosso delle banchine e chiedono, semplicemente, di non pagare con i polmoni il prezzo della crescita.
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