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«La memoria non è un rito», Genova ricorda l’eccidio del Forte San Martino, 82 anni dopo

Cerimonia questa mattina tra via Gobetti e Forte San Martino per l’82° anniversario dell’eccidio del 14 gennaio 1944, quando otto genovesi furono fucilati per rappresaglia. Deposte corone d’alloro, corteo fino al Forte, orazione del presidente Anpi Genova Massimo Bisca. Presenti per il Comune l’assessore Emilio Robotti e il consigliere Edoardo Marangoni. Robotti: “La memoria è impegno quotidiano a difesa di democrazia e diritti”. Ricostruito anche il gesto del tenente dei carabinieri Giuseppe Avezzano Comes, che si oppose all’esecuzione e salvò i suoi uomini da ulteriori ritorsioni

Non una ricorrenza da calendario, ma un richiamo diretto al presente. È questo il senso che ha attraversato la commemorazione dell’eccidio del Forte San Martino, celebrata questa mattina a Genova nell’82° anniversario della strage che, il 14 gennaio 1944, costò la vita a otto concittadini genovesi, uccisi per rappresaglia.

La cerimonia si è svolta in due momenti: prima la deposizione delle corone d’alloro ai piedi della lapide in via Piero Gobetti, poi lo spostamento del corteo fino al Forte San Martino, luogo della fucilazione. L’iniziativa è stata curata dal Comitato Permanente della Resistenza della Provincia di Genova; l’orazione commemorativa è stata affidata a Massimo Bisca, presidente Anpi Genova. Per il Comune erano presenti l’assessore alla Mobilità sostenibile Emilio Robotti e il consigliere comunale Edoardo Marangoni. A rappresentare la Regione è stato il capogruppo Pd Armando Sanna.

“Esercizio di memoria”: il senso della commemorazione

Nel suo intervento, Robotti ha insistito su un punto: ricordare non significa soltanto rendere omaggio, ma assumersi una responsabilità. Ha parlato del coraggio di otto uomini uccisi “da innocenti” nella “feroce rappresaglia” degli occupanti e dei collaborazionisti, e ha definito la memoria un dovere civile quotidiano per le istituzioni e per chi le rappresenta: un impegno a tutela della democrazia, dei diritti e della partecipazione.

Secondo l’assessore, esercitare la memoria non è un rito sterile: è la domanda scomoda che ogni generazione dovrebbe farsi, chiedendosi se sarebbe stata capace di quelle scelte e di quei sacrifici che hanno reso possibile la libertà di oggi. La conclusione è stata affidata a un richiamo netto: i valori democratici e la pace non sono dati acquisiti una volta per tutte, ma vanno conquistati e mantenuti con scelte individuali e collettive.

L’intervento di Robotti: «Il nazifascismo non è morto»

È per me una grande emozione, oltre che un onore, essere stato delegato dalla Sindaca a rappresentare in questa cerimonia la città di Genova, medaglia d’oro della Resistenza,.
Oggi sono tempi difficili. Per la pace, per il diritto internazionale che è nato proprio dalla sconfitta del nazifascismo; sono tempi difficili per quello stato di diritto di cui il nazifascismo è la negazione assoluta.
Oggi siamo di fronte a guerre, occupazione di altri paesi e persino di genocidi in palese violazione del diritto internazionale. Siamo di fronte a cedimenti dello stato di diritto in Europa ed altrove ancor più; quello stato di diritto che difende la Costituzione e i suoi principi, nati dalla Resistenza.
Ancora più importante, quindi, essere qui oggi a ricordare il coraggio di otto uomini che hanno pagato con la vita per affermare quei valori poi scolpiti nella nostra Costituzione; che hanno pagato, da innocenti, vittime della feroce rappresaglia degli occupanti nazi-fascisti; di un momento nel quale l’ufficiale che comandava il plotone di esecuzione e poi i carabinieri si sono ribellati alla richiesta di essere complici di un crimine.
Siamo a ricordare, ma a fare soprattutto esercizio di memoria.
Per le istituzioni e per chi le rappresenta, la memoria deve essere un impegno quotidiano a difesa della democrazia, dei diritti e della partecipazione.
Esercitare la memoria di quello che è accaduto allora, non è un rito, né un esercizio sterile. E’ chiedersi ogni giorno della nostra vita, di fronte ad ogni ingiustizia, di fronte ad ogni violazione dei valori che quel giorno e in quegli anni erano negati; chiederci se saremmo stati capaci, se saremmo capaci, di compiere quelle scelte, quei gesti, quei sacrifici, che hanno assicurato a noi oggi la libertà di cui godiamo, sconfiggendo il nazifascimo. Perché il nazifascismo non è morto e risorge in mille modi apparentemente diversi, ma sempre altrettanto pericoloso. Compiere gli atti di quei giorni, era e rimarrà sempre un dovere civile: i valori democratici e la pace si conquistano e si mantengono con la democrazia, attraverso le nostre scelte individuali e collettive, sempre. Ogni giorno. Ora e sempre, Resistenza. Viva la Resistenza!

Il 14 gennaio 1944: otto vite spezzate per rappresaglia

Il racconto storico al centro della commemorazione riporta a una mattina di guerra e occupazione. Il 14 gennaio 1944 furono condotti al Forte San Martino e fucilati:

  • Dino Bellucci, professore, 32 anni
  • Giovanni Bertora, tipografo, 31 anni
  • Giovanni Giacalone, straccivendolo, 53 anni
  • Romeo Guglielmetti, tranviere, 34 anni
  • Amedeo Lattanzi, giornalaio, 54 anni
  • Luigi Marsano, saldatore elettrico, 27 anni
  • Guido Mirolli, oste, 53 anni
  • Giovanni Veronelli, operaio, 57 anni

La fucilazione venne eseguita da ufficiali nazisti e dalla Guardia Nazionale Repubblicana, come rappresaglia per un attentato compiuto la sera precedente da una squadra dei Gruppi di Azione Patriottica contro due ufficiali, uno dei quali morì.

Ma le vittime, è stato ricordato, erano estranee ai fatti: erano state arrestate in precedenza con l’accusa di essere “cospiratori”, prelevate nottetempo dal carcere di Marassi e sottoposte a un processo sommario da un tribunale militare.

Il rifiuto di sparare e la nota distrutta: la scelta del tenente Avezzano Comes

Nella memoria dell’eccidio emerge anche una pagina di resistenza dentro l’uniforme. A opporsi alla fucilazione – inutilmente – fu il tenente dei carabinieri Giuseppe Avezzano Comes, che con il suo plotone di venti uomini si rifiutò di eseguire la sentenza. Un gesto rischioso, che in quel contesto poteva significare nuove punizioni e nuove ritorsioni.

Non solo: dopo la fucilazione, Avezzano Comes riuscì a distruggere la nota di servizio con i nomi dei carabinieri presenti con lui al Forte, evitando che quei nominativi diventassero un elenco su cui esercitare vendette o rappresaglie da parte delle forze occupanti e della Guardia Nazionale Repubblicana. È un dettaglio che restituisce la concretezza della scelta: non un gesto simbolico, ma un’azione mirata a proteggere altri uomini e altre vite.

Perché ricordare oggi

La commemorazione al Forte San Martino, a 82 anni dai fatti, non si è limitata a ripetere un elenco di nomi. Ha provato a tenere insieme due livelli: la storia precisa – con date, persone, responsabilità – e l’attualità del messaggio. La memoria, come è stato ribadito, non è solo un dovere verso chi è stato ucciso: è un modo per misurare la qualità della democrazia nel presente, per riconoscere quanto sia fragile la libertà se smette di essere difesa, e per ricordare che la pace non è un’abitudine, ma una scelta da rinnovare ogni giorno.


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