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Funivia in Val Bisagno, Stefano Fera ribalta il dibattito: «Il vero nodo non è il tracciato, ma il conto lasciato dal Lagaccio»

In un lungo post su Facebook il presidente genovese di Italia Nostra (che però parla a titolo personale) sostiene che la nuova ipotesi sulla Val Bisagno vada letta come una possibile via d’uscita dall’eredità amministrativa della funivia del Lagaccio. Al centro, secondo lui, non ci sono solo trasporti e impatto urbano, ma soprattutto penali, contratti e futuri costi pubblici

La discussione sulla funivia in Val Bisagno, per Stefano Fera, starebbe girando attorno al punto sbagliato. Nel post pubblicato su Facebook, il presidente genovese di Italia Nostra sostiene infatti che il dibattito di questi giorni si sia impantanato in una contrapposizione tecnica su vantaggi e svantaggi del sistema, quando invece la questione decisiva sarebbe un’altra e andrebbe detta con molta più nettezza: l’ipotesi di portare una funivia sul greto del Bisagno, nella sua lettura, rappresenterebbe soprattutto una possibile via d’uscita politica e amministrativa dal problema lasciato in eredità dal progetto della funivia del Lagaccio.

Fera sottolinea: «Questa è una presa di posizione mia personale. Non parlo a nome di Italia Nostra perché il mio post non è stato concordato con il consiglio direttivo della sezione». Insomma, è la sua posizione, comunque autorevole, quella di un architetto dal lungo curriculum, specializzato nel restauro di dimore storiche e nello studio dell’architettura pre-moderna. È anche docente al Rome Studies Program della University of Notre Dame.

È da qui che prende forma il ragionamento di Fera, che nel suo intervento pubblico prova a spostare il fuoco dal merito trasportistico dell’opera al quadro contrattuale e finanziario che starebbe dietro a questa nuova ipotesi. Secondo l’architetto, se il Comune decidesse oggi di non realizzare l’impianto previsto per il Lagaccio rischierebbe di esporsi a una penale significativa, che lui quantifica attorno al 10 per cento di un appalto valutato in circa 40,5 milioni di euro, dunque per una cifra vicina ai 4,5 milioni. A questo, sempre secondo la sua ricostruzione, potrebbe aggiungersi anche il rischio di un ulteriore contenzioso o di rilievi sotto il profilo contabile, qualora la mancata realizzazione dell’opera non fosse ritenuta sufficientemente motivata in termini di interesse pubblico.

Nel post, Stefano Fera lega questo possibile scenario ai contratti stipulati negli anni scorsi dal Comune con Doppelmayr Italia e con il raggruppamento di professionisti e imprese facente capo a Collini Lavori. Ed è proprio questo, secondo lui, il cuore autentico della partita. Nella sua interpretazione, il ritorno del tema funivie sotto una diversa forma territoriale non sarebbe quindi il frutto di una nuova convinzione strategica sul sistema di mobilità migliore per la città, ma il tentativo di trovare una soluzione meno traumatica a un vincolo ereditato dalla precedente amministrazione.

L’architetto non usa mezzi termini e parla apertamente di “trappolone” ricevuto in eredità dall’attuale amministrazione. La sua tesi è che oggi il vero confronto pubblico dovrebbe ruotare attorno a una domanda molto concreta e cioè se abbia davvero senso pagare milioni di euro per fermare tutto, con possibili conseguenze successive, oppure sia considerato più conveniente cercare un compromesso, magari lasciando realizzare tra le ipotesi in campo quella che appare, nella sua valutazione, meno impattante e meno assurda dell’altra. In questo senso la funivia in Val Bisagno, pur restando per lui una soluzione tutt’altro che convincente, verrebbe letta come il male minore dentro un quadro già pesantemente compromesso dalle scelte precedenti.

C’è però un ulteriore passaggio, forse il più politico di tutti, nel ragionamento sviluppato da Fera. Il presidente di Italia Nostra invita infatti a non fermarsi al costo immediato di un’eventuale penale, perché a suo giudizio bisognerebbe mettere sul piatto anche ciò che potrebbe accadere dopo, cioè i costi di gestione di un servizio che lui considera non necessariamente efficiente né davvero risolutivo. Da qui il paragone polemico con un’altra grande opera molto discussa, lo Skymetro, evocato come esempio di progetto giudicato altisonante ma potenzialmente poco efficace rispetto ai problemi reali della mobilità urbana.

Nel suo post, quindi, Stefano Fera non si limita a bocciare l’idea della funivia sul Bisagno sul piano paesaggistico o urbanistico, tema su cui da tempo si concentra gran parte del fronte critico. Prova piuttosto a mettere in discussione l’intero impianto della discussione pubblica, sostenendo che il punto vero sia stato finora solo sfiorato: quanto costa davvero uscire dagli impegni già assunti e quanto costerebbe, invece, portare avanti un’opera che rischia di pesare sulle casse pubbliche anche negli anni successivi alla sua eventuale realizzazione.

«Non ho soffiate particolari, ho solo fatto 1+1=2. So come funziona quel genere di contratti – conclude l’architetto -. Sarebbe bene che il Comune rendesse pubblica la documentazione».

La sua presa di posizione si inserisce così in un passaggio molto delicato del confronto cittadino, perché aggiunge alla disputa su impatto, utilità e consenso territoriale un’altra variabile, quella dei rapporti contrattuali e delle responsabilità amministrative pregresse. Ed è proprio su questo terreno che Fera chiede più trasparenza, sostenendo che prima ancora di discutere se una funivia sia bella, utile o accettabile, bisognerebbe chiarire con precisione quale sia il prezzo del sì e quale quello del no.


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