Oggi a Genova 

Camion fermi per sei giorni, rischio effetti a catena: cosa può cambiare davvero per famiglie, negozi e consegne

Trasportounito conferma il fermo nazionale dell’autotrasporto merci dal 20 al 25 aprile per il caro carburante. Se l’adesione sarà ampia, i primi effetti potrebbero arrivare su rifornimenti, pacchi, cantieri e distribuzione ai negozi

La protesta dell’autotrasporto entra in una fase più dura e stavolta il rischio è che a pagare il prezzo dello scontro non siano soltanto le imprese del settore. Trasportounito ha infatti proclamato il fermo nazionale del trasporto merci su gomma dal 20 al 25 aprile, spiegando che la scelta nasce dall’emergenza determinata dall’aumento del prezzo del gasolio, considerato ormai insostenibile per aziende già alle prese con bilanci molto fragili. La mobilitazione risulta anche nel calendario della Commissione di garanzia, dove lo sciopero del comparto merci su gomma è indicato come attivo per quelle stesse date.

Secondo la ricostruzione pubblicata dalla stampa specializzata, Franco Pensiero, presidente nazionale di Trasportounito, avrebbe voluto partire anche prima con il blocco dei servizi, ma la proclamazione è stata fissata tra il 20 e il 25 aprile tenendo conto degli orientamenti procedurali, pur in presenza delle controindicazioni espresse dalla Commissione di garanzia. Nello stesso quadro, l’associazione ha lasciato intendere che la tensione sul fronte carburanti potrebbe spingere alcune imprese a fermare i mezzi pesanti nelle rimesse anche prima dell’avvio ufficiale dello stop.

Il punto che interessa di più i cittadini, però, è un altro: cosa può succedere se il fermo avrà un’adesione significativa. In Italia il trasporto terrestre delle merci dipende in modo schiacciante dalla strada. Istat ha certificato che nel 2024 il 92,1 per cento delle merci trasportate via terra è viaggiato su gomma, mentre solo il 7,9 per cento è andato su ferrovia. Questo significa che un blocco del settore, soprattutto se prolungato per più giorni, può riflettersi molto rapidamente sulla vita quotidiana.

Le prime ricadute possibili riguardano i rifornimenti ai supermercati e ai negozi, non tanto con un esaurimento immediato dei prodotti, quanto con ritardi nelle consegne e minore regolarità nel riassortimento di alcuni scaffali, soprattutto per le merci più deperibili o per quelle che viaggiano con tempi molto stretti. A questo si possono aggiungere rallentamenti nella distribuzione a bar, ristoranti e pubblici esercizi, ritardi nelle spedizioni dei corrieri e dei pacchi acquistati online, difficoltà per i cantieri nell’arrivo dei materiali e problemi per tante piccole attività che lavorano con magazzini ridotti e dipendono da forniture quasi quotidiane. Si tratta di effetti che non scattano automaticamente ovunque e nello stesso modo, ma che diventano più probabili quanto più alta sarà la partecipazione allo stop, proprio perché il sistema logistico italiano resta fortemente centrato sul trasporto stradale.

Anche il comparto industriale e quello portuale potrebbero risentirne, con un possibile accumulo di merci in attesa, tempi più lunghi nei collegamenti tra porti, interporti e destinazioni finali e una generale pressione sulla catena delle consegne. Per i cittadini questo si traduce spesso in un effetto meno visibile ma molto concreto: tempi più lunghi per ricevere prodotti, minore disponibilità immediata in alcuni punti vendita e, se il fermo dovesse allungarsi o allargarsi, possibili aumenti dei costi logistici ribaltati sui prezzi finali. In questa fase, però, parlare di emergenza diffusa sarebbe prematuro: molto dipenderà dal livello reale di adesione, dalla durata effettiva della protesta e dall’eventuale apertura di un confronto con il Governo prima del 20 aprile.

Sul tavolo resta dunque una vertenza che nasce nel mondo dell’autotrasporto ma che, se non si sbloccherà, rischia di uscire in fretta dai piazzali delle imprese e arrivare fino alle case, ai negozi e alle abitudini quotidiane di migliaia di persone.


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