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Marassi, sulla Via Crucis si allarga il fronte della protesta: dopo il sindacato interviene anche la Camera Penale ligure

Dopo il no al tradizionale passaggio della Via Crucis nel carcere di Marassi, che si ripeteva da 24 anni, si allarga la polemica. Alla dura presa di posizione della Uil Fp Polizia Penitenziaria si aggiunge ora quella della Camera Penale regionale “Ernesto Monteverde”, che chiede di riesaminare con urgenza la decisione e di chiarirne le ragioni

La decisione di fermare, dopo ventiquattro anni, il tradizionale passaggio della Via Crucis dentro il carcere di Marassi continua a provocare reazioni e ad allargare il fronte delle contestazioni. Dopo la denuncia del sindacato della polizia penitenziaria, che aveva parlato di un segnale gravissimo e di una scelta simbolicamente pesantissima per l’istituto, adesso interviene anche la Camera Penale regionale ligure “Ernesto Monteverde”, che in un documento diffuso oggi esprime profonda amarezza e ferma protesta per il provvedimento. La vicenda era esplosa nelle scorse ore dopo che la Uil Funzione Pubblica Polizia Penitenziaria aveva reso noto che i vertici dell’istituto avevano negato l’autorizzazione a un appuntamento che da oltre due decenni rappresentava un momento di incontro tra detenuti, personale e comunità esterna.

Secondo quanto ricostruito nell’articolo pubblicato da GenovaQuotidiana, la Via Crucis organizzata dal vicariato di Marassi-Staglieno era diventata negli anni qualcosa di più di una semplice celebrazione religiosa. Nella lettura del sindacato, quel passaggio aveva assunto un forte valore identitario e simbolico per il carcere, fino a essere percepito come un ponte tra il dentro e il fuori, tra la dimensione della pena e quella del rapporto con la città. Nel comunicato richiamato dall’articolo si ricordava anche il valore assunto dal portone del carcere, considerato una vera e propria “Porta Santa”, oltre alla partecipazione dell’arcivescovo Marco Tasca nel 2025, elemento che aveva ulteriormente rafforzato il peso pubblico dell’iniziativa.

A usare per primo toni molto duri era stato il segretario regionale Fabio Pagani, che aveva collegato lo stop alla Via Crucis a un quadro più generale di crescente sofferenza interna. Nell’articolo, Pagani parlava di un punto di rottura arrivato dopo mesi già segnati, secondo il sindacato, da rivolta, suicidi e aggressioni ai danni del personale, sostenendo che impedire un momento che dal 2002 rappresentava un messaggio di speranza e di abbattimento delle barriere fosse un fatto gravissimo. Sempre secondo la Uil Funzione Pubblica Polizia Penitenziaria, dietro questa decisione non ci sarebbe solo la cancellazione di un evento, ma il segnale di un carcere sempre più chiuso su sé stesso, più fragile nella gestione quotidiana e più distante dal territorio.

Adesso, però, la protesta esce dall’ambito sindacale e arriva anche da una delle realtà più sensibili, per ruolo e storia, al tema dei diritti dentro gli istituti di pena. Nel testo diffuso oggi, la Camera Penale regionale ligure osserva che la scelta interrompe bruscamente una consuetudine consolidata e sottolinea come la celebrazione abbia sempre rappresentato non soltanto un momento di raccoglimento religioso, ma anche un’importante occasione di umanità, vicinanza e condivisione tra la comunità esterna e le persone detenute. Il direttivo chiarisce di non conoscere le ragioni che hanno portato al diniego, ma afferma comunque di non poter non manifestare un netto dissenso rispetto a una decisione che, allo stato, ritiene difficilmente comprensibile.

Il passaggio più rilevante del documento sta forse nel significato che la Camera Penale attribuisce alla Via Crucis all’interno del carcere. Nel testo si sottolinea infatti che questa celebrazione è andata ben oltre il profilo confessionale, configurandosi come espressione concreta dei principi costituzionali di dignità della persona e della finalità rieducativa della pena. In questa chiave, la sospensione dell’iniziativa viene letta come un arretramento sul piano della sensibilità istituzionale e del rispetto dei diritti delle persone detenute. È una lettura diversa da quella sindacale nella forma, ma molto vicina nella sostanza: cambia il punto di osservazione, non il segnale d’allarme.

La Camera Penale richiama quindi l’attenzione delle autorità competenti affinché la decisione venga urgentemente riesaminata, con l’auspicio che possano essere chiarite le motivazioni che l’hanno determinata e che venga ripristinata una tradizione che negli anni, si legge, ha contribuito a mantenere vivo il senso di umanità all’interno dell’istituto penitenziario. Nel documento viene ribadito anche l’impegno dell’organismo forense a tutela dei diritti fondamentali delle persone private della libertà personale, con l’auspicio che prevalgano ragionevolezza, trasparenza e sensibilità istituzionale.

Il dato politico e simbolico, a questo punto, è evidente. Quello che nelle prime ore sembrava soprattutto uno scontro tra sindacato e vertici del carcere sta diventando un caso più ampio, capace di coinvolgere anche il mondo dell’avvocatura penale e, più in generale, chi legge la vita interna degli istituti non solo dal punto di vista dell’ordine e della sicurezza, ma anche da quello del trattamento, della dignità e del rapporto con la società. La questione non riguarda più soltanto un appuntamento religioso cancellato, ma il modello di carcere che questa scelta lascia intravedere.

Resta ora da capire se, dopo la presa di posizione della Uil Funzione Pubblica Polizia Penitenziaria e quella della Camera Penale regionale, arriveranno chiarimenti ufficiali da parte della direzione dell’istituto o dell’amministrazione penitenziaria. Di certo, la decisione di fermare la Via Crucis dopo ventiquattro anni non è più una vicenda confinata dentro le mura di Marassi. È diventata un caso cittadino, che riapre il dibattito sul clima interno del carcere, sulla gestione dell’istituto e sul rapporto, sempre delicatissimo, tra sicurezza, diritti e presenza del territorio dentro il penitenziario.


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