Genova affonda la riforma della giustizia: no al 64,02%. Cgil e centrosinistra rivendicano il successo al referendum. E Fratelli d’Italia prova a ripartire nonostante la netta sconfitta

Affluenza alta e bocciatura pesante del referendum sulla giustizia. A Genova il No supera di oltre 10 punti la percentuale nazionale. Sindacati, Comitato per il No e opposizioni leggono il voto come una difesa della Costituzione con un profondo significato politico. Dal fronte del governo, Matteo Rosso (Fdi) incassa la sconfitta, ma rilancia sull’attuazione del programma


Il giorno dopo il referendum costituzionale sulla giustizia, a Genova il clima è quello delle grandi occasioni per il fronte del No. La lettura che arriva da comitati, sindacati e partiti di opposizione è unanime: il voto viene interpretato come uno stop netto a una riforma giudicata sbagliata e come una difesa esplicita dell’equilibrio tra i poteri dello Stato. A fare da cornice c’è soprattutto il dato sulla partecipazione, indicato da più voci come il segnale politico più forte insieme all’esito delle urne.

La Cgil Genova, rilanciando l’iniziativa del Comitato società civile per il no, di GiustodireNO, di Stato di diritto e degli Avvocati per il no, parla di una risposta chiara arrivata dal Paese e anche dal capoluogo ligure. Il fronte che si è ritrovato ai Luzzati per commentare il voto insiste su due aspetti: da una parte l’affluenza, definita straordinaria in un tempo segnato da una crescente disaffezione elettorale, dall’altra il messaggio politico uscito dalle urne, cioè che la Costituzione non può essere modificata con forzature di maggioranza e che i contrappesi democratici vanno preservati. Nella lettura dei promotori del No, il referendum viene collegato anche al rifiuto del premierato e dell’autonomia differenziata.

Sulla stessa linea si muove il Movimento 5 Stelle ligure. I portavoce regionali, insieme al senatore Luca Pirondini, al capogruppo regionale Stefano Giordano e al capogruppo comunale Marco Mesmaeker, parlano di cittadini che hanno difeso la Carta costituzionale e sottolineano il peso del dato ligure. Nelle loro parole, il No si sarebbe attestato al 57 per cento a livello regionale, mentre a Genova avrebbe superato il 61 per cento. Un risultato che il M5S considera non soltanto un giudizio sulla riforma, ma anche il punto di partenza per una nuova fase politica.
Anche Rifondazione Comunista alza i toni e legge il referendum come un argine a quella che definisce una deriva autoritaria. In una nota, il partito collega il risultato alla mobilitazione sociale degli ultimi mesi e prova a saldare il tema della difesa costituzionale con quello del lavoro, del welfare, della sanità pubblica e della scuola. Il segretario regionale Jacopo Ricciardi parla apertamente di sconfitta per Giorgia Meloni e per i suoi alleati liguri, sostenendo che la partecipazione popolare abbia ancora una volta protetto l’impianto antifascista della Costituzione.
Molto politica anche la lettura di Alleanza Verdi e Sinistra. I consiglieri regionali Selena Candia e Jan Casella, con Carla Nattero, Simona Simonetti e Simon Moeller, sostengono che il risultato apra una crepa nel consenso del centrodestra in Liguria. Per Avs la vittoria del No certifica la bocciatura della riforma giudiziaria ma anche un giudizio negativo sull’azione del governo nazionale e della giunta regionale guidata da Marco Bucci. Gli esponenti liguri del partito insistono su un dato: il No, a loro avviso, ha vinto con largo margine nei capoluoghi e ha mandato un segnale anche in vista delle prossime amministrative.
Sulla stessa lunghezza d’onda il Partito Democratico ligure. Il segretario Davide Natale e il capogruppo in Regione Armando Sanna parlano di una bocciatura senza ambiguità della destra e di una richiesta di riforme serie, condivise e rispettose dei principi costituzionali. Nella loro ricostruzione, in Liguria il No avrebbe superato il 57 per cento, con un’affluenza al 62,23 per cento, oltre la media nazionale. Per il Pd il voto chiude la stagione degli slogan sulla giustizia e riporta al centro i problemi concreti del sistema, a partire da personale, organizzazione degli uffici e infrastrutture telematiche.
A rafforzare il coro del centrosinistra arrivano poi le parole del vicepresidente del consiglio regionale Roberto Arboscello, che parla di una giornata importante per la democrazia e di una scelta consapevole compiuta dagli elettori in difesa dell’autonomia della magistratura, e quelle di Gianni Pastorino, capogruppo della Lista Andrea Orlando Presidente e rappresentante di Linea Condivisa, che invita il governo a tornare a occuparsi di salari, precarietà, sanità e disuguaglianze. Per Pastorino, il referendum non è stato affatto una questione tecnica ma una prova politica sul rapporto tra istituzioni, giustizia e democrazia.
Sul fronte opposto, la replica più netta arriva da Fratelli d’Italia. Il deputato Matteo Rosso, coordinatore ligure del partito, riconosce il responso delle urne e sostiene che vada rispettato, ma rivendica comunque la coerenza dell’esecutivo nell’aver portato avanti un punto presente nel programma del 2022. Per FdI quella di ieri resta un’occasione mancata per modernizzare il Paese. La linea, almeno nelle parole di Rosso, non cambia: il partito intende andare avanti con la realizzazione dell’intera agenda di governo e chiedere poi agli italiani un nuovo giudizio politico.
Il dato che emerge dal referendum, al di là delle opposte interpretazioni, è che a Genova il referendum ha riacceso la partecipazione e ha trasformato una consultazione sulla giustizia in un passaggio dal peso politico molto più ampio. Per il fronte del No è la prova che la Costituzione continua a essere un terreno mobilitante e identitario. Per la maggioranza è una sconfitta da assorbire senza cambiare rotta. In mezzo resta una città che, almeno stavolta, è tornata in massa alle urne e ha deciso di farsi sentire.
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