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Addio a Umberto Bossi, muore il “Senatùr”: il leader che ha cambiato per sempre il linguaggio della politica italiana

Aveva 84 anni. Fondò la Lega Nord e trasformò il federalismo, la protesta territoriale e l’anti-politica in una forza capace di dettare l’agenda nazionale. Con lui si chiude una stagione fatta di slogan, rotture, provocazioni, governo e declino

Con la morte di Umberto Bossi se ne va uno dei protagonisti più riconoscibili, divisivi e influenti della politica italiana degli ultimi quarant’anni. Il fondatore della Lega Nord è morto oggi, 19 marzo, all’ospedale di Circolo di Varese: aveva 84 anni. La notizia ha segnato immediatamente la fine di un’epoca, perché più di molti altri leader Bossi non è stato soltanto il capo di un partito, ma il creatore di un lessico politico, di un immaginario e di una frattura profonda nella storia della Repubblica.

Nato a Cassano Magnago (Varese) il 19 settembre 1941, Umberto Bossi arrivò alla politica dopo esperienze diverse e una lunga fase di formazione irregolare, fino a fare dell’autonomismo settentrionale la propria missione. Fu il fondatore della Lega lombarda nel 1984 e l’uomo che guidò poi l’unificazione dei movimenti federalisti del Nord nella Lega Nord, di cui fu segretario dal 1989 al 2012. Da lì partì la costruzione di un soggetto politico che avrebbe oscillato tra secessionismo padano e federalismo, trovando una forza elettorale capace di cambiare il baricentro del centrodestra e di condizionare stabilmente i governi nazionali.

Il soprannome “Senatùr” gli rimase addosso quasi subito, perché il primo vero salto nazionale arrivò con l’elezione al Senato nel 1987. In seguito sarebbe stato più volte deputato, senatore ed europarlamentare, fino a restare in Parlamento anche nella legislatura più recente. La sua è stata una traiettoria istituzionale lunghissima, cominciata nella fine della Prima Repubblica e proseguita fino a tempi molto più vicini, segno di una resistenza politica rara e di una capacità altrettanto insolita di attraversare epoche diverse senza sparire davvero.

Ma ridurre Umberto Bossi all’elenco delle cariche sarebbe fuorviante. Il suo peso politico vero stava altrove: nella capacità di trasformare il rancore fiscale del Nord in racconto identitario, la diffidenza verso “Roma” in linea politica, il regionalismo in bandiera di massa. Pontida, il “Va’ pensiero”, la Padania, il federalismo, il linguaggio ruvido, i comizi incendiari, la teatralità dei gesti e delle parole: tutto questo fu Bossi, nel bene e nel male. La sua fu una leadership costruita sulla rottura permanente, sulla provocazione studiata, sul rapporto diretto con un elettorato che in lui vedeva uno che “diceva quello che pensava”, anche quando quel modo di parlare travalicava continuamente il confine dello scontro istituzionale.

Negli anni Novanta il leader leghista fu prima alleato e poi avversario di Silvio Berlusconi, poi di nuovo alleato, in uno dei rapporti più tormentati e determinanti della politica italiana. La stagione del “ribaltone”, l’uscita dal primo governo Berlusconi, la fase secessionista della Padania e poi il ritorno nell’orbita del centrodestra raccontano meglio di ogni analisi quanto Bossi sia stato imprevedibile ma anche indispensabile negli equilibri del potere italiano. Quando nel 2001 entrò nel governo Berlusconi come ministro per le riforme istituzionali e la devoluzione, la sua lunga marcia dalle piazze anti-sistema fino alle stanze del governo si compì definitivamente.

Il suo nome resta infatti legato soprattutto alla battaglia per il federalismo, che per i suoi sostenitori rappresentava la modernizzazione dello Stato e per i suoi avversari una spinta disgregatrice, spesso alimentata da slogan esasperati. In ogni caso, anche chi gli è stato radicalmente contrario ha dovuto fare i conti con il fatto che temi come autonomia, trattenimento del gettito, differenziazione territoriale e peso politico del Nord sono diventati centrali nel dibattito pubblico anche grazie a lui. Su quel terreno Bossi ha costretto tutti a inseguire, a rispondere o a imitare.

La sua parabola personale e politica cambiò bruscamente nel 2004, quando fu colpito da un ictus. Da quel momento la scena pubblica non fu più la stessa: il ritorno fu lento, faticoso, segnato da difficoltà fisiche evidenti, eppure non interruppe del tutto il suo ruolo simbolico. Continuò a essere il volto storico del movimento e tornò anche a ricoprire incarichi istituzionali, compreso quello di ministro per le riforme nel quarto governo Berlusconi. Ma il leader che aveva infiammato le piazze con una voce tagliente e una presenza travolgente da allora apparve più fragile, pur restando ingombrante per amici e avversari.

Il colpo politico più duro arrivò nel 2012, quando si dimise dalla segreteria federale della Lega Nord nel pieno dello scandalo sui rimborsi elettorali. Fu il momento in cui il fondatore venne travolto dal crollo morale e organizzativo del partito che aveva creato e guidato per oltre vent’anni. Quelle dimissioni non cancellarono il suo peso storico, ma segnarono il passaggio irreversibile da capo assoluto a padre nobile sempre più laterale, fino alla successiva sconfitta interna contro Matteo Salvini, che avrebbe portato la Lega verso una trasformazione nazionalista molto diversa dall’impianto originario bossiano.

Negli ultimi anni, infatti, Bossi era diventato quasi il fantasma vivente della Lega delle origini: ancora presente, ancora rispettato da una parte della base, ma sempre meno centrale nel partito rimodellato da Matteo Salvini. Il vecchio capo continuava a rappresentare, per una parte del Nord leghista, la memoria dell’autonomia prima della svolta sovranista e nazionale.

Resta anche il lato più controverso della sua eredità. Umberto Bossi è stato un leader capace di mobilitare consenso come pochi, ma anche di normalizzare un linguaggio aggressivo, insultante, divisivo, spesso costruito contro qualcuno: Roma, il Sud, lo Stato centrale, le élite, i magistrati, gli avversari politici. La sua carriera è stata attraversata da processi, condanne, polemiche e frasi entrate nella memoria collettiva non sempre per nobiltà politica. Ed è proprio questa ambivalenza a renderne oggi il ritratto inevitabilmente complesso: non un semplice capo partito, ma un uomo che ha segnato il costume pubblico italiano, abbassando molte volte il registro del confronto e al tempo stesso imponendo temi che altri avevano ignorato o sottovalutato.

Nel giorno della sua morte, insomma, si chiude qualcosa di più di una biografia personale. Si chiude la stagione del capo tribuno, del fondatore carismatico, dell’uomo che seppe trasformare un pezzo di rabbia territoriale in macchina politica nazionale. Il giudizio su Umberto Bossi continuerà a dividere, come ha diviso tutto ciò che ha fatto da vivo. Ma una cosa è difficile negarla: senza di lui la politica italiana, il centrodestra, il linguaggio pubblico e perfino il modo di raccontare il Nord sarebbero stati molto diversi.

«Apprendo con profondo dispiacere la scomparsa di Umberto Bossi, fondatore della Lega e uomo delle istituzioni, ma anche persona sempre vicina ai cittadini. Nel corso della sua lunga carriera politica ha ricoperto incarichi di primo piano: ministro, senatore, deputato ed europarlamentare, contribuendo per anni alla vita istituzionale del Paese. Alla sua famiglia, alla comunità politica della Lega e a tutti coloro che hanno avuto l’onore di lavorare al suo fianco va il cordoglio mio e della Giunta regionale in questo momento di dolore» così il presidente della Regione Liguria Marco Bucci.

«Il Senatùr Umberto Bossi è stato padre fondatore e cuore della Lega – dice la capogruppo del Carroccio in consiglio regionale Sara Foscolo -. Lo ricordiamo con grande affetto e la nostalgia delle battaglie che ha saputo portare avanti per il popolo, sempre con grande dignità. Non è mai arretrato e non ha mai mollato, neppure di fronte a mille ostacoli. È stato uno dei protagonisti di primo piano del cambiamento e ha segnato la storia del nostro Paese. Non è facile, per noi, dirgli addio. Ci stringiamo attorno ai famigliari ed esprimiamo il nostro cordoglio per la scomparsa di un gigante della politica».

Il segretario regionale di Forza Italia Liguria, Carlo Bagnasco, esprime cordoglio per la scomparsa di Umberto Bossi: «A nome del partito esprimo cordoglio per la scomparsa di Umberto Bossi. Alla sua famiglia e agli amici della Lega va il nostro pensiero in questo momento di dolore. Bossi è stato un protagonista della vita politica italiana, capace di rappresentare e interpretare istanze che hanno segnato un’epoca. Il suo percorso si è intrecciato a lungo con quello di Silvio Berlusconi, dando vita a una stagione politica che ha inciso profondamente nella storia del centrodestra e del Paese».


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