Oggi a Genova 

Centro storico, i residenti sbottano: «Basta usare il nostro disagio come una mazza politica. Servono soluzioni concrete»

Le associazioni e i comitati prendono le distanze dal presidio annunciato sotto Tursi dal gruppo Facebook “Genova insicura” e ribadiscono un punto: il problema della sicurezza e delle dipendenze non può diventare terreno di propaganda. E anche la commissione di oggi a Tursi rischia di diventare l’ennesimo derby politico tra destra e sinistra, ancora una volta senza utilità pratica per i cittadini e a loro danno

Il centro storico di Genova torna al centro del dibattito pubblico, ma questa volta il punto politico vero, prima ancora di quello amministrativo, è un altro: i residenti non ci stanno più a vedere il loro disagio trascinato da una parte e dall’altra come un’arma da campagna elettorale. È questo il messaggio che emerge con maggiore nettezza dopo l’incontro tra la sindaca Silvia Salis e i comitati del centro storico, ma soprattutto dopo la presa di distanza delle associazioni dalla manifestazione organizzata sotto Palazzo Tursi dal gruppo Facebook “Genova insicura”, giudicata da molte realtà basate realmente nel quartiere come una forzatura e una strumentalizzazione.

Ieri la sindaca Silvia Salis, al termine del confronto con chi vive e lavora nei vicoli, ha indicato la priorità che intende seguire: affrontare il tema insieme, ma portandolo anche a un livello superiore, perché il Comune da solo non può reggere il peso di una questione che intreccia ordine pubblico, marginalità, consumo di sostanze e fragilità sociali. «Ho ascoltato con attenzione le richieste di chi vive e lavora nel centro storico di Genova, insieme troveremo le soluzioni per fare passi avanti concreti e avviare interlocuzioni per portare questo tema a un livello superiore, su scala nazionale. Siamo impegnati per migliorare la situazione, ma servono soluzioni straordinarie: il primo passo deve essere l’avvio di un tavolo in Prefettura che sia condiviso anche con Asl e Regione Liguria. Il Comune non può gestire da solo il tema della tossicodipendenza», ha dichiarato la sindaca.

Parole che tracciano una linea politica precisa e che sono state rafforzate da un altro passaggio, politicamente molto netto, sul ruolo dello Stato e delle altre istituzioni. «Sto chiedendo a gran voce aiuto al Governo, arriveranno 60 agenti di polizia ed è una prima risposta, ma non è sufficiente. Pensiamo sia inaccettabile scaricare sulle spalle dei sindaci la gestione dell’ordine pubblico, e anche per questo abbiamo chiesto che si firmino a Genova i patti per la sicurezza alla presenza del ministro. Si devono coinvolgere anche Asl e Regione Liguria: non possiamo scindere il tema della sicurezza da quello della tossicodipendenza». In questo passaggio c’è già uno degli elementi chiave della discussione: il centro storico, per chi lo abita ogni giorno, non è un tema che si possa ridurre a una sola lettura. Non basta invocare più controlli, così come non basta richiamare genericamente il sociale. I residenti continuano a chiedere entrambe le cose insieme, ma in modo stabile, concreto e non scenografico.

A raccontare con franchezza il sentimento che attraversa comitati e associazioni è Christian Spadarotto, portavoce dell’associazione “Via del Campo e Carruggi” e una delle voci presenti nelle assemblee pubbliche del centro storico. Il suo intervento mette in fila tanto il metodo quanto il merito. Da una parte c’è la richiesta, ormai esplicita, di inviare all’amministrazione una piattaforma formale di domande e priorità già discusse più volte e finora rimaste senza risposte ritenute adeguate. Dall’altra c’è la diffidenza verso tavoli annunciati e formule che rischiano di produrre soprattutto comunicazione, senza risultati verificabili. «Quello che abbiamo deciso di dire e tutti insieme che verrà riportato è che i punti sono che manderemo una richiesta ufficiale delle cose che ci aspettiamo dall’Amministrazione, richieste che sono state già condivise più volte, ma alle quali non sono state date risposte, che si chiede di partecipare a questi famosi tavoli sulla sicurezza che ha annunciato per evitare che si facciano dei passi falsi senza avere un’idea di quello che hanno in testa di fare, del tipo “annunciazione, annunciazione” e poi non cambia nulla».

Ma è soprattutto sul ruolo dei cittadini nei processi decisionali che Christian Spadarotto prova a spostare il discorso fuori dalla propaganda. Il punto, dice in sostanza, non è trasformare residenti e commercianti in sostituti delle istituzioni o in comparse da mettere attorno a un tavolo per legittimare decisioni già prese. «Su questi tavoli qua francamente, per quanto mi riguarda, io avevo espresso parere contrario perché il mio punto di vista, e l’ho detto in assemblea, è che come cittadini non dobbiamo entrare tecnicamente nelle dinamiche di organizzazione pratica delle forze dell’ordine, così come non dobbiamo entrare nei tavoli dove vengono convocati le parti sanitari per gestire la partita, noi ci possiamo mettere a disposizione ma non abbiamo questo tipo di competenze e creiamo solo confusione». È una posizione che fotografa bene il disagio di molti residenti: chiedono di essere ascoltati, non di essere usati; di essere coinvolti nelle scelte, non di diventare foglie di fico.

Il nodo politico più caldo resta però quello della manifestazione promossa dal gruppo Facebook “Genova insicura”. Qui la frattura è stata netta. Comitati e associazioni del centro storico hanno deciso di dissociarsi pubblicamente, prendendo le distanze da un’iniziativa ritenuta non coerente con quanto discusso nelle assemblee. Christian Spadarotto lo dice senza girarci intorno: «Come associazioni e comitati del centrostorico ci siamo dissociati dalla manifestazione annunciata dal gruppo facebook di “Genova insicura”. Abbiamo preso le distanze, perché nei punti che erano stati votati dalle assemblee pubbliche si era parlato di manifestazione, ma non fatta in questo modo, quindi questa è una strumentalizzazione politica, perché intanto all’assemblea di San Siro si era detto se dobbiamo fare una manifestazione andiamo sotto la Prefettura e invece questi si presentano che hanno evidenti orientamenti politici, invece la fanno sotto Tursi, peraltro in occasione di una riunione ufficiale sfruttando un’opportunità per amplificare la loro immagine, noi ci siamo dissociati da questo, abbiamo preso le distanze».

In queste parole c’è il cuore della vicenda. Non si tratta di negare il problema, né di minimizzarlo. Al contrario. Chi vive nei vicoli lo denuncia da tempo e spesso con toni anche durissimi. Ma una parte consistente del tessuto associativo rifiuta che quel malessere venga incanalato in forme che appaiono già orientate politicamente. Il sospetto, nemmeno troppo nascosto, è che attorno al centro storico si sia ormai aperta una competizione permanente tra opposti schieramenti, ciascuno pronto a piegare la realtà a una narrazione utile. Da una parte c’è chi insiste soltanto sulla sicurezza, spesso con un tono identitario, muscolare e partitico. Dall’altra c’è chi rischia di rifugiarsi in letture troppo prudenti o astratte, quasi temendo di nominare apertamente il degrado e le sue conseguenze concrete sulla vita quotidiana di chi abita la zona. Nel mezzo restano i residenti, costretti ogni volta a ricominciare daccapo, a spiegare ancora una volta che il problema esiste, che è serio, che va affrontato con equilibrio ma anche con fermezza.

Secondo quanto emerge dalle assemblee e dalle parole dei portavoce, dentro il “movimento” del centro storico convivono sensibilità diverse, anche molto distanti. Esistono “punte” contrapposte, con letture dichiaratamente politiche e talvolta persino utilitaristiche della situazione. È un elemento che i residenti conoscono bene. La stessa pagina Facebook “Genova insicura”, viene fatto notare, non è un’associazione formalmente rappresentativa del quartiere, ma uno spazio social frequentato da utenti che non vivono necessariamente nel centro storico e che non sempre sono coinvolti in prima persona nelle conseguenze del fenomeno. In più, il fatto che i contenuti pubblicati siano spesso riconducibili a figure politiche di destra viene letto da molti come un ulteriore segnale di una torsione politica che rischia di allontanare il confronto dai bisogni reali.

Quello che i residenti rivendicano, invece, è una richiesta molto più semplice e molto più scomoda per tutti: soluzioni pratiche, non bandiere. Azioni coordinate, non scaricabarile. Presenza vera delle istituzioni locali e nazionali, senza che ciascuno cerchi di sfilarsi una quota di responsabilità. In questo senso, anche il ragionamento di Christian Spadarotto sul rischio di uscire da ogni riunione a mani vuote assume un peso preciso. «Il rischio è che da ogni riunione si esca senza nulla in mano e ho detto che abbiamo bisogno proprio di vedere delle cose, dei movimenti, delle azioni messe in campo per contrastare le problematiche che sono costituite da due fronti, uno è il tema dello spazio, l’altro è quello delle dipendenze, perché le ho detto paradossalmente è più il disagio creato dalle persone dipendenti da sostanze in strada, che non quello creato dagli spacciatori, sembra un paradosso, ma è proprio così».

È un passaggio delicatissimo, perché rompe una semplificazione diffusa. Nella percezione dei residenti, il disagio quotidiano non si esaurisce nell’attività di spaccio in senso stretto, ma investe soprattutto ciò che avviene nello spazio pubblico, nei vicoli, nelle piazze, sotto le finestre di chi abita il quartiere. La permanenza in strada di persone in grave difficoltà, gli episodi di alterazione, l’uso di sostanze, la sofferenza esibita e spesso abbandonata senza una risposta adeguata diventano un problema di vivibilità immediata, prima ancora che di ordine pubblico in senso classico. E qui torna la richiesta, quasi unanime, di mettere insieme sicurezza e interventi sociali, senza fingere che uno dei due ambiti possa sostituire l’altro.

Nel confronto con l’amministrazione è entrata anche la questione dei servizi. Presenti all’incontro c’era l’assessora al Sociale Cristina Lodi, chiamata in causa proprio sul tema del “drop in” e della gestione delle fragilità. Anche su questo fronte la critica dei comitati è stata netta: annunciare la chiusura di un presidio senza aver già definito dove e come ricollocarlo viene considerato un errore, perché rischia di aggravare il problema invece di governarlo. C’è poi il problema dei SerD, fortemente sotto organico e questa è responsabilità della Regione.

Il sottotesto è chiaro: il centro storico non regge più annunci disordinati, parole anticipate rispetto alle soluzioni, mosse simboliche prive di una filiera operativa già definita. E questo vale per tutti, senza eccezioni. Vale per il Comune, vale per la Regione Liguria, vale per la Prefettura, vale per il Governo. La sensazione che emerge dalle assemblee è quella di una sottovalutazione protratta nel tempo, soprattutto rispetto alla crescita dell’insoddisfazione dei residenti. Non soltanto per ciò che accade nei vicoli, ma per la frustrazione di sentirsi ascoltati solo a intermittenza, quasi sempre nei momenti di massima esposizione mediatica o a ridosso di una competizione politica.

È in questa cornice che il richiamo a un piano straordinario condiviso tra Prefettura, Azienda sanitaria locale, Regione Liguria, Comune e gestori dei servizi assume un significato più concreto. Non come slogan, ma come tentativo di uscire finalmente da una logica frammentata. «Secondo me che la questione è stata sottovalutata sino ad ora, sottovalutata in termini di insoddisfazione crescente, a cui sto cercando di dare un orientamento che non sia politico ovviamente, ma che sia pragmatico, non è facile, oggi ci sarà questa commissione che non servirà a niente e però ha già annunciato quello che ha detto e che chiamerà già oggi dopo il nostro incontro la Prefetta per richiedere urgentemente un incontro tra le parti, ASL, Regione, Comune, servizi, mandatari dei servizi per far sì che si possa mettere in atto un piano straordinario perché è di questo che si parla».

La verità è che i cittadini del centro storico si sentono stretti in una morsa. Da un lato c’è il degrado reale, che incide sulla quotidianità, sulle attività economiche, sulla serenità di chi torna a casa la sera o apre una serranda al mattino. Dall’altro c’è questo continuo “tirare la coperta” da parte della politica, che prova ogni volta a impossessarsi del tema per colpire l’avversario. È un meccanismo che i residenti conoscono troppo bene. Ogni tornata elettorale riporta a galla gli stessi slogan, le stesse promesse, le stesse scorciatoie narrative. E ogni volta chi abita il quartiere è costretto a ripetere da capo le stesse cose: servono insieme interventi di sicurezza e interventi sociali; servono azioni non episodiche ma puntuali e stabili; servono presìdi ordinari e non operazioni straordinarie pensate soprattutto per essere mostrate.

Per questo, nel malcontento diffuso, c’è anche una forte insofferenza verso quelli che molti residenti definiscono interventi “scenografici”. Il riferimento è ai servizi straordinari delle forze dell’ordine, utili nell’immediato ma incapaci, da soli, di cambiare davvero il quadro se non diventano parte di una presenza costante. Lo stesso discorso vale per i dodici agenti di polizia locale destinati alla “prossimità”: una formula che ai residenti appare più comunicativa che sostanziale, anche perché la prossimità, osservano, non è mai venuta meno e il problema semmai è che quelle risorse vengono sottratte ad altri segmenti dell’operatività quotidiana.

Il punto finale, allora, è politico nel senso più alto del termine, ma non partitico. I residenti del centro storico stanno dicendo che non accettano più di essere usati come alibi, come bandiera o come clava. Non vogliono che il loro quartiere venga evocato per alimentare paure o per distribuire assoluzioni. Non vogliono neppure che il problema venga annacquato in un lessico prudente che finisce per non incidere sulla realtà. Vogliono che il centro storico venga preso sul serio. E prendere sul serio un problema significa riconoscere che non lo si risolve con una manifestazione sotto il palazzo “giusto”, con un post su Facebook, con una conferenza stampa, con un servizio una tantum o con l’ennesimo scarico di responsabilità.

Se c’è un messaggio che arriva forte da questa fase è proprio questo: basta con la recita. Basta con la guerra di posizione tra opposti schieramenti. Basta con l’uso del centro storico come sfondo utile a costruire consenso. I residenti chiedono risposte vere, coordinate e verificabili. E soprattutto chiedono che nessuno, né a destra né a sinistra, provi più a trasformare la loro esasperazione in una mazza politica.

La commissione di oggi, non serve un indovino per capire come andrà, sarà un’altra volta un’occasione di propaganda contrapposta, mentre il centro storico continua ad affondare sullo scenario di una battaglia elettorale che nei vicoli non interessa a nessuno.


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