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Palazzo Tursi sempre più donna: il 65% dei dipendenti è al femminile e oltre metà dei vertici parla rosa

Un’indagine del Comune di Genova riaccende il dibattito sulla parità di genere: a Palazzo Tursi le donne crescono nei numeri e nei ruoli di comando, ma il lavoro resta ancora segnato da ostacoli, maternità penalizzante e stereotipi duri a morire

Palazzo Tursi si scopre sempre più al femminile e, alla vigilia della Giornata internazionale della donna, il Comune di Genova mette in fila numeri che fotografano una presenza femminile ormai centrale nella macchina amministrativa. Su 5.047 dipendenti, il 65 per cento è composto da donne. La presenza femminile supera la metà anche nei ruoli apicali, dove arriva al 55 per cento, mentre sfiora il 57 per cento tra elevate qualificazioni e alte professionalità. Ancora più marcato il dato sulle assunzioni degli ultimi cinque anni, dal 2021 al 2026, con quasi il 77 per cento dei nuovi ingressi rappresentato da donne.

A presentare il quadro è anche una ricerca del Centro studi della direzione area Attrattività, competitività e transizione ecologica del Comune di Genova, intitolata “Donne, talenti in Comune – Le skills delle donne”. Lo studio si basa su un’analisi documentale e su un questionario somministrato in forma anonima a circa cento donne tra i 18 e i 65 anni, italiane e straniere, residenti in Italia e all’estero, con l’obiettivo di indagare la percezione del divario di genere nel mondo del lavoro, le strategie messe in campo per affrontarlo e i messaggi che le donne vogliono consegnare alle nuove generazioni.

«I dati ci dimostrano che una presenza femminile forte e qualificata è possibile anche nelle posizioni di responsabilità», sottolinea la sindaca Silvia Salis, che rivendica anche la composizione della giunta comunale, a maggioranza femminile, come segnale politico e amministrativo preciso. Silvia Salis invita però a non leggere questi numeri come un punto d’arrivo. Il quadro, osserva, non deve far abbassare la guardia su un divario di genere che nel lavoro continua a pesare. «Ci sono ostacoli che continuano a incidere sulle scelte di vita e di carriera», aggiunge la sindaca, richiamando il peso della maternità sulle carriere femminili, il tema della conciliazione tra lavoro e famiglia e un differenziale retributivo che, a cinque anni dalla laurea, supera ancora il 20 per cento a sfavore delle donne.

Sulla stessa linea anche l’assessora Rita Bruzzone, che rimarca il peso decisivo delle donne nell’organizzazione del Comune di Genova e, allo stesso tempo, la necessità di continuare a intervenire su un terreno dove la piena parità è ancora lontana. Rita Bruzzone richiama il divario occupazionale e retributivo, la maggiore discontinuità delle carriere femminili e il ricorso più frequente al part time per reggere l’equilibrio tra professione e vita privata. In questo contesto, la maternità continua a rappresentare uno degli ostacoli principali. Il Comune, sostiene, si propone come modello virtuoso, in un contesto in cui le donne possono emergere grazie alle proprie competenze e dove, viene rivendicato, non esiste un differenziale salariale di genere interno.

L’indagine, però, allarga subito lo sguardo oltre i confini di Palazzo Tursi e racconta una realtà ancora molto più complessa. Una quota non irrilevante delle donne intervistate mostra infatti di interiorizzare ancora stereotipi profondi: il 23 per cento ritiene che una donna con figli piccoli non dovrebbe lavorare a tempo pieno, il 27 per cento pensa che la responsabilità principale nella cura dei figli spetti comunque alla donna e il 44 per cento ritiene che le donne facciano leva anche sull’aspetto fisico per ottenere successo professionale. Dati che, più delle dichiarazioni di principio, mostrano quanto il divario culturale sia ancora radicato.

Particolarmente significativo anche il capitolo dedicato alla maternità e ai suoi effetti sulle traiettorie professionali. L’83,3 per cento delle donne straniere intervistate dichiara che avere figli ha inciso sul proprio percorso lavorativo, contro il 66,7 per cento delle italiane. Un dato che, secondo l’indagine, suggerisce come la maternità resti una sfida trasversale, ma venga vissuta con intensità diversa anche in base al contesto sociale e alle reti di supporto disponibili. Ancora più netto il dato su chi ha scelto di non avere figli per motivi di carriera: il 36,4 per cento delle italiane dichiara di aver rinunciato alla maternità per non compromettere il lavoro, contro il 20 per cento delle straniere.

Lo studio mette in evidenza anche un altro aspetto: il disagio nella gestione dell’equilibrio tra vita privata e professionale rimane molto diffuso, sia tra le italiane sia tra le straniere. In questo scenario continuano a pesare moltissimo le reti familiari, considerate ancora un sostegno essenziale, ma non sufficiente a colmare da sole il vuoto lasciato dalla mancanza di strumenti strutturali. L’indagine insiste sul fatto che flessibilità, collaborazione, fiducia e politiche inclusive possano rendere davvero compatibili ambizioni professionali e responsabilità familiari, con benefici che riguardano non soltanto le donne ma l’intero ecosistema lavorativo.

Nel report trova spazio anche un passaggio dedicato al fenomeno delle “Queen Bees”, le cosiddette “api regine”, cioè quelle dinamiche competitive tra donne che si manifestano in alcuni ambienti professionali. L’interpretazione offerta dalla ricerca: non si tratterebbe di una caratteristica innata del mondo femminile, ma piuttosto dell’effetto di secoli di disparità, sopraffazione e adattamento a modelli costruiti in contesti di forte squilibrio di potere.

A fare da sfondo a tutto questo c’è anche il tema dell’istruzione. I dati del Istituto nazionale di statistica richiamati nello studio mostrano che il vecchio squilibrio tra uomini e donne nei titoli di studio si è ormai ribaltato. Nel 2023 il 68 per cento delle donne tra i 25 e i 64 anni possiede almeno un diploma o una qualifica, contro il 62,9 per cento degli uomini, mentre il 24,9 per cento delle donne è in possesso di un titolo terziario, a fronte del 18,3 per cento degli uomini. Un vantaggio formativo che però non basta ancora, da solo, a cancellare le disparità nel mercato del lavoro.

Il messaggio che arriva da Palazzo Tursi è quindi doppio. Da una parte c’è la rivendicazione di un’amministrazione che si presenta come sempre più femminile nei numeri e nei ruoli di vertice. Dall’altra resta la consapevolezza che il cammino verso una reale parità di genere, dentro e fuori gli uffici pubblici, è ancora lontano dall’essere concluso. E proprio per questo, dietro le percentuali da record, la vera sfida non è celebrare i risultati raggiunti, ma trasformarli in un modello capace di incidere davvero sulla vita e sul lavoro delle donne.


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