Economia 

Container fermi e certificati che non arrivano: nel porto di Genova si inceppa la filiera dei surgelati vegetali, danni stimati per decine di milioni

Spediporto segnala uno stallo che dura da settimane: i certificati sanitari per alcuni alimenti vegetali congelati non vengono convalidati e centinaia di container restano bloccati in banchina, con un valore complessivo stimato di 50 milioni di dollari. Alla base ci sarebbe l’assenza nello scalo di strutture autorizzate per gestire i controlli “accresciuti”. L’Autorità di sistema portuale ha chiesto ai terminalisti di attrezzarsi in tempi rapidi per sbloccare la situazione

Nel porto di Genova c’è un ingorgo che non nasce dal traffico in mare, ma dalla carta e dagli spazi a terra. Da alcune settimane, secondo quanto denuncia Spediporto, si è creato un blocco sulla convalida dei certificati sanitari per una specifica categoria di merci: prodotti alimentari vegetali surgelati, come fragole o funghi, che prima di uscire dallo scalo devono passare attraverso verifiche e autorizzazioni. Il risultato, dicono gli spedizionieri, è un accumulo di container fermi e un conto economico che cresce ogni giorno, con un valore complessivo delle merci bloccate stimato attorno ai 50 milioni di dollari.

Il nodo non sarebbe legato a un “no” ai controlli, ma al contrario alla difficoltà di farli quando scatta la procedura più stringente. Spediporto parla infatti di mancanza, nello scalo, di strutture autorizzate secondo la normativa per ricevere questo tipo di prodotti nel caso in cui venga disposto un controllo accresciuto da parte del servizio veterinario portuale. In sostanza, quando i controlli richiedono un livello superiore di verifica, serve un’infrastruttura adeguata e certificata dove poter gestire correttamente la merce: se quello spazio non c’è, la pratica non si chiude e il container non si muove.

Le conseguenze, però, non restano confinate al perimetro del porto. Gli importatori, sottolinea l’associazione, stanno pagando un doppio prezzo: da un lato i costi “meccanici” delle soste prolungate, che continuano a maturare anche con la merce ferma; dall’altro i ritardi che si propagano lungo la catena di distribuzione, facendo slittare consegne, lavorazioni e disponibilità sugli scaffali o nei circuiti di trasformazione. E più il tempo passa, più cresce la preoccupazione per ciò che potrebbe accadere con i nuovi arrivi: se i flussi in entrata restano quelli previsti nelle prossime settimane, il rischio è che l’accumulo diventi strutturale e che la congestione non si risolva con un semplice “recupero” di pratiche arretrate.

Spediporto riferisce di aver chiesto un intervento all’Autorità di sistema portuale, che a sua volta avrebbe sollecitato i terminalisti a dotarsi rapidamente di strutture adeguate e autorizzate. È lì, infatti, che si giocherebbe una parte decisiva della soluzione: gli spazi attrezzati per i controlli dovrebbero essere messi a disposizione dai terminal, mentre la componente “umana” dei controlli resta in capo agli uffici veterinari, che però – viene evidenziato – operano già in un quadro di carenza di personale.

Il punto, in questa vicenda, è che basta un anello debole per fermare un’intera filiera. Il porto, che per definizione vive di velocità e continuità, si ritrova con merci deperibili “a modo loro”, perché anche i surgelati – pur conservati – hanno tempi, costi e programmazioni logistiche che non possono dilatarsi all’infinito. E se l’impegno chiesto ai terminalisti porterà davvero, nei prossimi giorni, a rendere disponibili le strutture necessarie, come auspica l’Autorità di sistema portuale, allora la tensione potrebbe alleggerirsi. Ma la fotografia scattata dagli spedizionieri resta quella di un sistema che, senza spazi autorizzati e senza risorse sufficienti per i controlli, rischia di trasformare un porto “veloce” in un porto fermo, con effetti immediati su imprese e consumatori.


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