Operazione “spazi pubblici”: dopo il flash mob al Basko, Salis apre un percorso per nuove aree sportive in ogni Municipio

Dopo la protesta nata a Quarto e cresciuta con un’assemblea pubblica, la Sindaca ha incontrato a Palazzo Tursi il gruppo promotore che ha consegnato una petizione da quasi 3.000 firme. Al centro, l’impegno a costruire un piano cittadino e partecipato per individuare almeno un’area pubblica polifunzionale, verde e attrezzata in ciascun Municipio, mentre la Genova del volontariato sportivo e delle associazioni chiede manutenzione, accessibilità e regole di gestione trasparenti e orientate alla libera fruizione

A Palazzo Tursi si è aperto un confronto che prova a trasformare una protesta di quartiere in un metodo di lavoro per tutta la città: la sindaca Silvia Salis ha ricevuto il gruppo informale nato dal flash mob organizzato nel Levante e dalla successiva assemblea pubblica al CSOA Zapata, un percorso cresciuto in poche settimane attorno a una parola chiave tanto concreta quanto politica, lo “spazio”, inteso come luogo fisico di socialità e pratica sportiva, ma anche come scelta urbanistica capace di indirizzare il futuro dei quartieri. Al tavolo, insieme alla sindaca, hanno partecipato l’assessore Davide Patrone, oltre ad Angelo Gazzo e Andrea Bassoli, a conferma di un tema che non resta confinato nello sport ma attraversa partecipazione, qualità urbana, servizi e accesso.
La scintilla, raccontata da chi l’ha organizzata, è stata la sensazione di una sottrazione progressiva: campetti, aree libere, spazi “di passaggio” dove per anni si è fatto sport senza chiedere permessi e senza barriere. Da qui l’azione simbolica scelta per farsi ascoltare: un flash mob nel nuovo supermercato di via Carrara, al posto di quello che i promotori ricordano come un pezzo di quotidianità collettiva. Il gesto ha avuto una sceneggiatura volutamente semplice e, proprio per questo, difficile da ignorare: prima qualche palleggio con un pallone da basket tra le corsie e gli scaffali, poi un presidio all’esterno con striscioni e slogan, con un messaggio diretto, “spazi pubblici, non supermercati e cemento”. In quel racconto, l’ipermercato diventa la fotografia di una trasformazione più ampia, letta come privatizzazione di un’area che per molti era un riferimento: «La maggior parte di noi è cresciuta qua dentro», ha detto il portavoce del gruppo, ricordando che dove oggi c’è una struttura commerciale “di circa 1.500 metri quadrati” prima c’erano campi sportivi, un campo da basket, due da calcio e uno da pallavolo, e che il punto non è una nostalgia estetica ma la mancanza di alternative equivalenti e immediatamente fruibili.

Da quella protesta, che chiamava in causa le scelte urbanistiche degli anni passati e contestava la logica delle compensazioni ridotte a “contentini”, si è arrivati a una richiesta più articolata, consegnata oggi in forma di petizione: quasi 3.000 firme per chiedere che lo spazio pubblico venga trattato come un’infrastruttura sociale, non come un residuo da recuperare dopo, quando gli interventi sono già stati decisi. Il gruppo, dichiaratamente apartitico e cresciuto con il coinvolgimento di associazioni e società sportive dilettantistiche, ha portato a Tursi una domanda di pianificazione “prima”, non “dopo”: non interventi sparsi e occasionali, ma un disegno complessivo che incida su come si immaginano e si vivono gli spazi urbani.
Il punto più concreto emerso nell’incontro è la proposta, accolta come base di lavoro, di individuare almeno una nuova area pubblica polifunzionale, attrezzata e verde in ogni Municipio, da inserire nella programmazione strategica cittadina. La novità, rispetto a molte discussioni del passato, sta nel cambio di prospettiva: non limitarsi a ragionare sugli oneri urbanistici legati ai privati, ma pianificare in modo preventivo i luoghi destinati alla collettività, così che la città non debba più rincorrere le criticità quando lo spazio è già stato consumato, né compensare perdite con soluzioni che arrivano tardi o non hanno lo stesso valore d’uso.
Dentro questo obiettivo, il gruppo promotore ha chiesto che il lavoro non si fermi alla mappa delle “nuove aree”, ma parta anche da ciò che già esiste e spesso non funziona: una ricognizione sistematica dello stato manutentivo e dell’effettiva fruibilità degli spazi, perché il diritto allo sport e alla socialità non si misura solo con l’apertura di nuovi luoghi, ma anche con la qualità e la sicurezza di quelli presenti. E, soprattutto, ha chiesto che i Municipi abbiano un ruolo più forte nelle scelte, valorizzando i percorsi partecipativi già avviati e rendendo strutturale l’identificazione preventiva delle aree, invece di lasciare che ogni quartiere combatta da solo la propria battaglia, caso per caso.
Un altro passaggio rilevante riguarda il “come” si gestiscono questi luoghi: il gruppo chiede modelli trasparenti e coerenti con la funzione pubblica degli spazi, privilegiando la libera accessibilità e strumenti come i patti di collaborazione, così da evitare che l’ingresso di soggetti privati, quando c’è, finisca per spostare l’asse dalla collettività all’interesse particolare o condizioni la destinazione d’uso. A questa impostazione si lega anche una richiesta di continuità: una via di ascolto e confronto costante con associazioni sportive dilettantistiche e gruppi informali di cittadini, pronti a facilitare la traduzione dei bisogni dei quartieri in scelte politiche verificabili.
Nel confronto, è emersa una consapevolezza condivisa: gli spazi pubblici non sono un tema “di settore”, ma un asse che incrocia sport, salute, coesione sociale, politiche giovanili e qualità urbana, e che richiede una regia capace di mettere insieme strumenti urbanistici, programmazione e partecipazione, senza sovrapposizioni e senza frammentazioni. È su questa linea che si inseriscono le parole della sindaca Silvia Salis, che ha definito l’incontro un passaggio importante per il futuro della città e ha letto la mobilitazione come un segnale politico netto: «I giovani vanno ascoltati, ai giovani vanno date risposte», ha detto, sottolineando che le firme raccolte indicano una richiesta chiara, quella di riportare lo spazio pubblico al centro della pianificazione e di farlo con un percorso condiviso, perché solo così le risposte possono aderire davvero ai territori e alle persone.
Il prossimo passaggio è già fissato: un nuovo incontro nella seconda metà di marzo, con il coinvolgimento degli uffici competenti, per costruire un lavoro tecnico e politico su metodo, priorità e tempi. Il gruppo promotore, da parte sua, ha accolto come significativo il fatto di essere stato ascoltato in tempi rapidi, interpretandolo come un segnale di attenzione istituzionale e disponibilità al dialogo. Ora la partita si sposta dal simbolo alla mappa: trasformare il rimbalzo di quel pallone tra gli scaffali in un piano cittadino che renda lo sport libero e la socialità non un’eccezione, ma una scelta strutturale.
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