Cronaca 

Andrea Demattei, il processo si apre tra due presìdi davanti al tribunale. In aula i video dei soccorsi e il dolore che divide senza cancellare il rispetto

Davanti a Palazzo di Giustizia doppia presenza per l’avvio del processo sulla morte del 14enne Andrea Demattei: da un lato il Comitato per Andrea, dall’altro i vigili del fuoco arrivati in solidarietà ai colleghi imputati. In aula, davanti alla giudice Paola Faggioni, le prime testimonianze e i filmati dei soccorsi. Luca Infantino, segretario della Funzione pubblica della Cgil, chiede più tutele legali per i lavoratori coinvolti nei processi

Un doppio presidio, due dolori diversi e una stessa scena, davanti al Palazzo di Giustizia, nel giorno in cui il processo per la morte di Andrea Demattei è entrato nel vivo. Da una parte il Comitato per Andrea, composto da parenti, amici e conoscenti della famiglia del ragazzo morto nel gennaio 2023 durante un allenamento in canoa alla foce dell’Entella. Dall’altra molti vigili del fuoco, presenti per esprimere vicinanza ai colleghi finiti a processo. Una contrapposizione solo apparente, perché attorno al tribunale si è respirato soprattutto il peso di una tragedia che continua a segnare tutti, pur dentro posizioni profondamente diverse sulle responsabilità.

Davanti alla giudice Paola Faggioni sono imputati sei vigili del fuoco e i due istruttori della scuola di canoa in cui il ragazzo si allenava. Le udienze, dopo la fase iniziale, sono entrate nella parte più dura con i primi testimoni e soprattutto con la visione dei video dei soccorsi, immagini drammatiche che hanno riportato al centro del processo la lunga sequenza dell’intervento nel fiume. Secondo quanto emerso, Andrea Demattei sarebbe rimasto nell’acqua gelida per circa un’ora prima di essere estratto dalla canoa, quando si trovava ormai in grave stato di ipotermia.

È proprio su quei minuti, e su ciò che fu fatto o non fu fatto in quel frangente, che si concentra una parte decisiva dell’accusa. Gli inquirenti contestano un intervento effettuato in ritardo e l’esecuzione di manovre di salvataggio ritenute scorrette, oltre a una sottovalutazione del rischio ipotermia. Un rischio che, nella ricostruzione richiamata dagli atti, sarebbe stato invece evidente. In questo quadro si inserisce anche il provvedimento con cui la giudice per le indagini preliminari aveva prosciolto i due medici indagati, ritenendo corretto il loro operato.

Diversa la posizione dei due istruttori della Shock Waves di Sestri Levante, finiti a processo con l’accusa di avere creato le condizioni di rischio portando i ragazzi ad allenarsi nell’Entella, colpito da una piena appena due giorni prima della tragedia. Gli istruttori sono assistiti dai legali Guido Mottola e Silvia Morini. I vigili del fuoco imputati sono difesi dagli avvocati Claudio Zadra, Giorgio Zunino, Roberta Barbanera e Riccardo Passeggi. La madre di Andrea Demattei, Monica Stagnaro, si è costituita parte civile ed è assistita dalla legale Rachele De Stefanis e dagli avvocati Giuseppe Pugliese e Fabio Sommovigo.

Fuori dall’aula, il presidio dei vigili del fuoco ha voluto dare un segnale di sostegno umano prima ancora che sindacale. A spiegare il senso della presenza dei colleghi è stato Luca Infantino, vigile del fuoco e segretario della Funzione pubblica della Cgil, che ha parlato di solidarietà e fratellanza, sottolineando come in quella situazione avrebbe potuto trovarsi qualunque operatore del corpo. Nelle sue parole c’è stato anche un passaggio di rispetto esplicito verso il dramma della famiglia, insieme alla consapevolezza del peso psicologico che eventi del genere lasciano addosso per tutta la vita, tanto più nel momento in cui in aula vengono riproposte immagini così traumatiche.

Infantino ha poi spostato l’attenzione su un punto che, secondo lui, il processo rende impossibile ignorare: la tutela legale dei lavoratori. Il tema, per il rappresentante sindacale, è che un dipendente dello Stato non dovrebbe essere costretto a sostenere personalmente costi processuali così elevati. Ha ricordato che, senza raccolte economiche organizzate tra colleghi, gli imputati si sarebbero trovati in seria difficoltà, e che finora sono stati raccolti circa 60mila euro proprio per affrontare le spese legali.

Sul fronte opposto, il Comitato per Andrea ha mantenuto una linea molto netta, allargando il ragionamento oltre la singola catena di decisioni e puntando il dito contro un disimpegno più generale delle istituzioni in materia di risorse e formazione. In una nota, i rappresentanti del Comitato hanno denunciato anni di politiche che avrebbero impoverito e snaturato il valore della vita umana, sostenendo che regole e protocolli, se applicati in modo rigido e senza capacità di adattamento alla realtà, possano trasformarsi da strumenti di protezione a ostacoli all’intervento. Nella loro lettura, in alcuni casi il rispetto formale delle procedure rischia di comprimere proprio l’istinto primario di salvare una vita.

Il Comitato respinge anche l’idea che il nodo sia soltanto economico, osservando che risorse ingenti vengono reperite per altre priorità, mentre su sicurezza, formazione e capacità di risposta alle emergenze restano lacune pesanti. La frase che sintetizza la loro posizione è dura e destinata a pesare anche sul clima del processo: Andrea Demattei, dicono, «si poteva e si doveva salvare». E da qui l’accusa più ampia a una comunità che, se non riesce a proteggere una vita, rischia di perdere una parte del proprio futuro.


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