Minori, allarme dalla Corte d’appello: reati più violenti, e condotte “fredde” e amplificate da un uso distorto dei social. E il sindacato Sappe chiede un carcere minorile in città

Nella relazione per l’inaugurazione dell’anno giudiziario, la presidente della Corte d’appello Elisabetta Vidali descrive una crescita dei procedimenti che coinvolgono minori e famiglie, con un aumento degli arresti e una forte impennata degli indagati sotto i 14 anni. Sul tavolo finisce anche una proposta del Sindacato Autonomo Polizia Penitenziaria: riportare a Genova un istituto penale per minorenni, per evitare trasferimenti fuori regione e puntare su percorsi di reinserimento più efficaci

La fotografia che arriva dall’inaugurazione dell’anno giudiziario è quella di un disagio minorile che cambia pelle e, soprattutto, alza il livello di pericolosità. Nella relazione illustrata dalla presidente della Corte d’appello di Genova Elisabetta Vidali emergono due linee che si intrecciano e si alimentano: da un lato l’aumento delle conflittualità familiari che finiscono in tribunale, dall’altro la crescita dei reati commessi da adolescenti e giovanissimi, con condotte che vengono descritte come più aggressive, più “fredde” e spesso amplificate da un uso distorto dei social.
Il primo segnale è quello dei procedimenti civili e para-civili che ruotano attorno ai minori. Elisabetta Vidali parla di un numero elevatissimo di cause conflittuali con minori coinvolti, anche legate all’aumento delle denunce per violenza e ai cosiddetti “codici rossi”, con 2.223 nuovi fascicoli iscritti che richiedono frequentemente l’intervento dei servizi sociali persino nel giudizio ordinario. Dietro la cifra, c’è un messaggio che pesa: la fragilità non è più un tema “laterale” ma una componente strutturale del lavoro giudiziario, e la giustizia si ritrova a fare da ultima rete quando la famiglia o il contesto non reggono.

Sul versante penale, la curva sale e cambia anche per età. Nel 2025, sempre secondo la relazione, aumentano i minori arrestati, con un incremento del 17 per cento, e cresce il dato che più colpisce perché riguarda ragazzi sotto i 14 anni, cioè non imputabili: gli indagati in quella fascia diventano 347 contro i 313 dell’anno precedente, un +11 per cento, ma soprattutto segnano un balzo enorme rispetto al 2023, quando erano 192, cioè un +80 per cento nel giro di due anni. È un salto che non si spiega con un singolo episodio o con una moda criminale passeggera: indica una tendenza, e come tale viene trattata.
Il punto più duro, nella lettura di Elisabetta Vidali, è la qualità della violenza. Nella relazione si evidenzia come i reati contestati ai minori risultino sempre più spesso caratterizzati da violenza, scarsissima empatia verso l’altro e verso chi viene percepito come “diverso”, da un uso improprio dei social media e da comportamenti che vengono descritti anche come “bulimici” e sessualmente aggressivi. Non è soltanto un elenco di condotte: è un campanello d’allarme che, nelle parole della presidente, chiama in causa tutte le istituzioni, perché se aumentano gli atti devianti di ragazzi non imputabili, la risposta non può essere lasciata solo alle aule giudiziarie. La richiesta implicita è quella di strumenti educativi tempestivi e adeguati, prima che l’episodio diventi carriera e prima che la devianza si consolidi come identità.
In questo clima si inserisce la presa di posizione del Sappe, Sindacato Autonomo Polizia Penitenziaria, che interpreta i dati come la prova che la Liguria non possa più “gestire altrove” il problema. Il segretario generale Donato Capece sostiene che, di fronte all’aumento di episodi violenti con minori coinvolti, serva il coraggio di far tornare in città un istituto penale per minorenni, ricordando che una struttura esisteva fino a circa vent’anni fa, a San Pier d’Arena. Nella sua impostazione, l’integrazione attraverso scuola e lavoro resta necessaria, ma non può diventare l’unica risposta: per chi commette reati gravi deve esistere anche una struttura dedicata, capace di contenere e, allo stesso tempo, di lavorare su un reinserimento reale.
A rincarare la prospettiva è Vincenzo Tristaino, segretario nazionale per la Liguria del sindacato, che richiama un effetto spesso invisibile nella discussione pubblica: oggi, dopo un passaggio breve nel Centro di prima accoglienza di via Frugoni, i minori arrestati vengono destinati a istituti penali minorili di altre città, come Milano, Torino o Bologna. Questo, sostiene, significa sradicamento e rottura del principio di territorialità della pena, perché per chi ha una rete familiare o sociale alle spalle il trasferimento lontano rende più difficile qualunque percorso di rientro e spezza il legame con il contesto in cui si dovrebbe ricostruire la vita.
La proposta che viene messa sul tavolo è quella di una struttura non grande, con una capienza contenuta, non oltre cinquanta ospiti, pensata come “modello” proprio perché basata su una relazione più stretta tra ragazzi, operatori e personale specializzato, e su un rapporto diretto con il territorio, che dovrebbe considerare l’istituto come parte della città e non come un corpo estraneo da rimuovere. In questa cornice, Donato Capece auspica anche un confronto istituzionale con il presidente della Regione Liguria Marco Bucci e con la sindaca Silvia Salis, perché la questione, secondo loro, non è soltanto di ordine pubblico ma di organizzazione dell’intero sistema minorile.
Il filo comune tra la relazione della Corte d’appello e la proposta del sindacato sta in una parola che torna in forme diverse: prevenzione. Elisabetta Vidali la invoca come costruzione di strumenti educativi adeguati, capaci di intercettare il disagio prima che esploda in reato; il Sindacato Autonomo Polizia Penitenziaria la declina come certezza di un percorso detentivo vicino al territorio quando serve, per evitare che la risposta arrivi tardi o si disperda lontano. In mezzo c’è la domanda più scomoda, quella che nessuna istituzione può aggirare: se crescono i reati sotto i 14 anni e se la violenza cambia volto, allora la città non deve solo “punire meglio”, ma soprattutto capire dove si rompe il patto educativo e come ricucirlo prima che sia troppo tardi.
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