diritti e sociale 

Carcere “città nella città”, la lezione che sposta lo sguardo: studenti e Comune ragionano su giustizia, dignità e vuoti urbani

“Prisoners in Genoa” è il tema al centro della lezione del master degree in Architectural Composition: non solo architettura carceraria, ma rapporto tra istituzioni complesse e spazio urbano, con l’assessora all’Urbanistica Francesca Coppola che invita a leggere il carcere anche come occasione per riflettere su connessioni tra dentro e fuori e su spazi della città da rigenerare

Un carcere non è soltanto un edificio. È un’idea di società che prende forma in muri, corridoi, cancelli e distanze, e che inevitabilmente finisce per parlare di giustizia, controllo, potere, dignità e reintegrazione. È da questa prospettiva, più sociale che tecnica, che si è mosso “Prisoners in Genoa”, l’incontro che ha portato studenti e studentesse del master degree in Architectural Composition a ragionare sull’architettura carceraria non come tema specialistico isolato, ma come lente per interrogare la città e le sue contraddizioni.

Il punto di partenza della lezione è stato chiaro: l’architettura non è mera produzione di edifici, ma un atto etico e culturale, perché lo spazio non si limita a contenere funzioni, le orienta e le condiziona. E quando lo spazio è quello della detenzione, ogni scelta – dalla luce ai percorsi, dalle soglie ai vuoti – diventa un modo di definire cosa una comunità intende per pena, per sicurezza e per possibilità di ripartenza.

Dentro questo ragionamento, gli studenti non si sono fermati alla struttura carceraria in sé, ma hanno spostato la discussione sul carcere come parte integrante del tessuto storico, geografico e urbano. L’idea che emerge è quella di un “dentro” che non può essere pensato come un mondo separato, perché il carcere è, in molti casi, una città nella città: un luogo che incide sul paesaggio, sulle relazioni, sui flussi e sulle percezioni, e che quindi obbliga a domande scomode su inclusione ed esclusione.

Alla lezione del professor Vittorio Pizzigoni, del Dipartimento Architettura e Design, ha partecipato anche l’assessora all’Urbanistica Francesca Coppola, che ha evidenziato quanto la discussione le sia sembrata densa e concreta, proprio perché capace di partire da un tema difficile e arrivare al cuore dell’abitare. L’assessora ha messo in luce l’approccio emerso dai lavori, centrato sull’idea che il carcere non vada pensato come elemento isolato ma in relazione al contesto e alla comunità, e che l’abitare non sia soltanto una questione di metri quadri ma di legami, di connessioni possibili tra dentro e fuori, tra spazi e persone. Nella sua lettura, riflettere sul carcere significa anche accendere un faro su ciò che spesso viene spinto ai margini del discorso pubblico, cioè la dignità quotidiana e la possibilità di reintegrazione, che passano anche dalla capacità di una città di includere e prendersi cura.

Il titolo “Prisoners in Genoa” finisce così per essere più che una lezione universitaria: diventa un modo per affrontare, attraverso l’architettura, istituzioni complesse e controversie sociali che non si risolvono con un progetto edilizio, ma che un progetto può peggiorare o migliorare. E in questo incrocio tra riflessione accademica e sguardo amministrativo si inserisce anche un’altra chiave richiamata dall’assessora, quella dei “vuoti urbani” da rigenerare, perché discutere di carceri non significa parlare solo di prigioni, ma anche di spazi che la città ha smesso di comprendere e che, proprio per questo, rischiano di restare esclusi da ogni idea di futuro.


Se non volete perdere le notizie seguite il nostro sito GenovaQuotidiana il nostro canale Bluesky, la nostra pagina X e la nostra pagina Facebook (ma tenete conto che Facebook sta cancellando in modo arbitrario molti dei nostri post quindi lì non trovate tutto). E iscrivetevi al canale Whatsapp dove vengono postate solo le notizie principali

Related posts