Commercio comune Enti Pubblici e Politica 

Bonus Caruggi, misura verso la revisione. Beghin: Il 70% chiude finiti i contributi, ricadute non monitorate e impegni di spesa astronomici scaricati sui bilanci futuri

In consiglio comunale l’assessora al Commercio traccia un bilancio durissimo della misura varata dalla precedente amministrazione: 127 attività finanziate, 28 già cessate e un dato che pesa, con tre ogni 10 che chiudono una volta terminato il ciclo di contributi. Beghin denuncia anche il nodo contabile: un impegno pluriennale senza stanziamenti garantiti a priori, con un fabbisogno indicato in 1.684.800 euro non coperti e mancata analisi della ricaduta su altre imprese, residenti e territorio

Il “bonus Caruggi” torna in aula e, ancora una volta, non per celebrare rilanci o nuove aperture, ma per fare i conti con un effetto collaterale che l’assessora al Commercio Tiziana Beghin definisce ormai evidente: una misura che, senza contributo pubblico, lascia molte attività senza ossigeno. La discussione nasce dall’ennesima interrogazione sul tema presentata dalla capogruppo leghista ed ex assessora Paola Bordilli, che ha chiesto chiarimenti sulla misura avviata durante la precedente amministrazione.

Beghin ha risposto sottolineando innanzitutto che sul bonus era già arrivata una risposta scritta non più tardi del 23 dicembre, ma ha ammesso che attorno al provvedimento resta “molta confusione”. E, nella sua ricostruzione, quella confusione non sarebbe frutto di equivoci comunicativi: sarebbe proprio il risultato dell’impostazione iniziale.

“127 attività finanziate, 28 già cessate”: il bilancio numerico

L’assessora ha messo sul tavolo cifre precise: le attività “messe a contributo” sarebbero 127. Tra queste, ha spiegato, 28 risultano già cessate.

Poi il dato che, nell’intervento, diventa il simbolo della fragilità del modello: Beghin sostiene che “circa il 70% delle attività” chiuderebbe una volta terminato il ciclo di contributi pubblici. Un numero che, se confermato nei prossimi mesi, trasformerebbe il bonus da strumento di rilancio a misura “a scadenza”, con un effetto boomerang sul tessuto commerciale.

“Finalità positiva, ma senza basi”: cosa sarebbe mancato

Secondo Beghin, la misura sarebbe stata progettata con una finalità positiva, ma “non ben delineata”. E avrebbe scontato assenze pesanti: nessuna valutazione ex ante, nessun monitoraggio, nessun accompagnamento e, più in generale, la mancanza di quei dispositivi che consentono a un contributo pubblico di trasformarsi in una traiettoria di crescita e non in una parentesi.

In sostanza, l’assessora sostiene che sia stato costruito un incentivo senza una struttura di sostegno capace di far reggere le attività oltre la durata del finanziamento.

Il punto più controverso: impegno pluriennale senza copertura “impegnata” a priori

Il passaggio più duro riguarda però il metodo di finanziamento. Beghin afferma che la cosa “più importante” mancante sia stata proprio la copertura delle risorse: a suo giudizio, è stato chiesto a persone e imprese di fare affidamento su un futuro che non era garantito perché le risorse non risultavano stanziate in modo certo e vincolante.

Qui entra il tema politico-amministrativo: una misura che genera un impegno su più anni, ma senza prevedere stanziamenti impegnati a priori, finisce per scaricare la partita sulle variazioni di bilancio future. E, di conseguenza, sul governo successivo della città.

Beghin ha quantificato l’esigenza attuale in 1.684.800 euro non coperti, spiegando che oggi ci sarebbero beneficiari “in pagamento”, ma che il tempo in aula non consentiva di entrare nei dettagli.

“Serve una commissione”: trasparenza sui conti e ascolto dei soggetti coinvolti

Per questo l’assessora ha suggerito di portare la questione in commissione, per analizzare numeri e responsabilità, e per ascoltare anche chi – nella sua ricostruzione – avrebbe ricevuto rassicurazioni politiche sulla copertura.

Nel suo intervento ha anche rivendicato l’approccio della nuova amministrazione: non inseguire risorse “all’ultimo” con manovre improvvisate, ma impostare una programmazione. E ha ammesso che, ad oggi, la giunta ha dovuto prendere atto che le risorse promesse “in realtà non erano stanziate” e che quindi non sono state trovate, anche a fronte di una volontà politica che, ha lasciato intendere, sarebbe andata oltre la prudenza.

“Se il trend resta quello, rischiamo di buttare via soldi”

Beghin ha poi aggiunto un ragionamento che sposta la questione dall’emergenza finanziaria all’efficacia della spesa pubblica: se il trend di chiusure fosse davvero quello indicato, inseguire finanziamenti senza cambiare impostazione significherebbe rischiare di investire denaro pubblico su attività destinate a chiudere comunque alla fine del ciclo.

Da qui la prospettiva dichiarata: trovare le risorse per chi è già dentro il perimetro della misura, ma soprattutto ripensare l’intervento in modo che sia efficace non solo per “nuove aperture” che poi spariscono, bensì per sostenere le attività “esistenti e resistenti” e valutare anche l’impatto su residenti e attività circostanti, un elemento che – secondo l’assessora – non sarebbe stato considerato.

Il quadro che emerge dall’aula

Il messaggio politico-amministrativo che Beghin consegna al Consiglio è netto: confusione sì, ma perché “confusionaria” sarebbe stata la misura fin dall’inizio. E il dato del 70% di chiusure, insieme ai 28 esercizi già cessati e a un fabbisogno non coperto da 1.684.800 euro, diventa la cartina di tornasole di un provvedimento che, nella lettura dell’assessora, ha chiesto fiducia e programmazione alle imprese senza mettere a bilancio, prima, le risorse necessarie per sostenerle davvero.


Se non volete perdere le notizie seguite il nostro sito GenovaQuotidiana il nostro canale Blusky, la nostra pagina X e la nostra pagina Facebook (ma tenete conto che Facebook sta cancellando in modo arbitrario molti dei nostri post quindi lì non trovate tutto). E iscrivetevi al canale Whatsapp dove vengono postate solo le notizie principali

Related posts