Enti Pubblici e Politica 

Piazza Matteotti, la protesta degli iraniani di Genova: cori in farsi contro il regime e un messaggio alla città: «Non voltatevi dall’altra parte» – VIDEO

In centro a Genova manifestazione della comunità iraniana con slogan in farsi (persiano) contro la repressione e contro la guida religiosa del Paese. In piazza soprattutto studenti iraniani insieme a migranti della “vecchia diaspora”. Pochi i genovesi presenti, probabilmente anche per l’orario lavorativo. Nel comunicato diffuso dagli organizzatori denuncia di blackout delle comunicazioni, repressione e appello a sostegno di un futuro democratico e laico

In piazza Matteotti, nel cuore di Genova, la comunità iraniana è tornata a farsi sentire con una manifestazione che ha unito generazioni diverse e un’unica richiesta: libertà. I cori in farsi (persiano) e gli slogan contro la dittatura e contro Ali Khamenei hanno scandito per tutta la durata del presidio l’idea che, anche a migliaia di chilometri di distanza, la diaspora non intende restare in silenzio mentre nel Paese d’origine si moltiplicano tensioni e proteste.

La piazza, più che da cittadini genovesi, è stata riempita da chi l’Iran lo vive sulla pelle: tanti giovani, molti dei quali studenti universitari arrivati in Italia negli ultimi anni, e accanto a loro persone della “vecchia diaspora”, migranti che hanno costruito qui la loro vita ma mantengono legami profondi con famiglie e amici rimasti in patria. Gli organizzatori sottolineano che quella iraniana è oggi la comunità studentesca straniera più numerosa in Italia e parlano di oltre 13mila iscritti negli atenei. Un dato che, al di là delle statistiche, in piazza si traduce in volti e storie: ragazzi e ragazze che studiano e lavorano qui, ma che seguono ogni giorno – quando riescono – ciò che accade a casa.

A colpire è stata invece la partecipazione limitata di genovesi non iraniani, forse perché l’iniziativa si è svolta in orario lavorativo, forse perché il tema – lontano geograficamente, complicato politicamente – fatica sempre a trasformarsi in mobilitazione diffusa. Eppure il messaggio lanciato dal microfono e dai cartelli era proprio questo: chiedere attenzione, non indifferenza.

Il comunicato: “Autodeterminazione e fine del regime”

Nel testo diffuso dai manifestanti, l’impostazione è netta e il linguaggio volutamente diretto: “Ancora una volta il popolo iraniano sta scendendo in piazza per rivendicare il proprio diritto di autodeterminazione e di libertà dall’oppressione del regime dittatoriale islamico”. Si parla di proteste che proseguono da oltre dieci giorni e che coinvolgerebbero più di cento città, con donne e uomini di ogni età.

Uno dei passaggi centrali riguarda le comunicazioni: secondo il comunicato, il regime starebbe tentando di isolare i manifestanti limitando Internet e le comunicazioni telefoniche interne, con un blackout che renderebbe “quasi impossibile” verificare in modo indipendente l’entità della repressione. In questo quadro – sostengono gli organizzatori – le informazioni arrivano frammentarie e i bilanci sono difficili da confermare.

Nel comunicato vengono riportate stime molto pesanti: oltre 500 morti e circa 10mila arresti secondo un’organizzazione che monitora la situazione dei diritti umani, con altre fonti che parlerebbero di numeri più alti, persino nell’ordine delle migliaia. Gli stessi manifestanti precisano però che proprio il blackout rende più complesso controllare in modo autonomo ciò che accade sul terreno.

La parte più personale del testo, e forse la più comprensibile per chi era in piazza, è quella dedicata agli studenti: “Per quanto grati di aver trovato una nuova casa ed essere stati accolti in Italia, nessuno di loro ha lasciato il proprio Paese con gioia”, si legge nel comunicato. E aggiungono che le proteste “risvegliano la speranza” di poter tornare un giorno in un Iran libero.

L’appello all’Occidente e il ricordo di Mahsa Amini

Gli organizzatori chiedono anche una presa di posizione più chiara in Europa: “In Occidente oggi si fa molta fatica a prendere una posizione netta”, scrivono, perché l’operato del regime viene spesso letto dentro incastri geopolitici complessi. Da qui l’invito ad ascoltare “la voce di chi protesta”, senza lasciarsi guidare da letture ideologiche.

Nel comunicato c’è un riferimento preciso: la morte di Mahsa Amini nel 2022, che aveva scatenato manifestazioni globali e, ricordano i promotori, anche a Genova aveva portato a prese di posizione istituzionali e trasversali. Oggi, sostengono, “sembra tutto più faticoso” e dichiarano di non comprenderne il motivo.

Il tema della rappresentanza e il nome di Reza Pahlavi

Il testo entra poi in un terreno politico delicato: la difficoltà, negli anni, di trovare un’unione e figure di riferimento dell’opposizione, in un contesto in cui oppositori venivano incarcerati o uccisi. In questo scenario, i manifestanti indicano Reza Pahlavi come “l’unica alternativa politica visibile” capace di aggregare un consenso ampio, pur definendolo una figura controversa per l’eredità legata all’ultima monarchia. È un passaggio che fotografa un tema reale della diaspora: la ricerca di un punto di sintesi tra sensibilità diverse, con l’obiettivo comune di una transizione verso “un governo democratico e laico”.

Cosa raccontano oggi le cronache sull’Iran

Il quadro che emerge dalle notizie riportate in Italia in questi giorni è quello di una situazione fluida e difficile da verificare in modo completo: proteste in varie aree del Paese, tensione alta, e restrizioni alle comunicazioni che rendono più complesso ricostruire in tempo reale cosa accade e con quali numeri. I bilanci su morti e arresti vengono spesso presentati come stime, con margini di incertezza e differenze tra conteggi. Si parla, in genere, di circa 500 vittime e oltre 10mila arresti.

In molte ricostruzioni, inoltre, le mobilitazioni vengono descritte come nate da un intreccio di fattori – sociali, economici e politici – e poi evolute in contestazione aperta del sistema di potere. Sullo sfondo, resta la preoccupazione per la repressione e per l’impatto delle interruzioni di rete: quando le comunicazioni si spengono, non si spegne soltanto Internet, ma anche la possibilità di raccontare e verificare.

“Siamo qui per essere eco”

A Genova, la manifestazione di piazza Matteotti ha avuto proprio questo obiettivo: essere “eco” di chi, dall’altra parte, rischia di non poter parlare. Per gli studenti, è anche un modo di non sentirsi sospesi tra due mondi; per la diaspora storica, un gesto di continuità e memoria. E per la città, un invito: guardare, ascoltare, capire.

Nel comunicato, la frase finale riassume il senso della giornata: la comunità iraniana di Genova vuole scendere in piazza “come sempre” per amplificare la voce dei propri cari. E quella voce, dicono, chiede una cosa sola: libertà.


Se non volete perdere le notizie seguite il nostro sito GenovaQuotidiana il nostro canale Blusky, la nostra pagina X e la nostra pagina Facebook (ma tenete conto che Facebook sta cancellando in modo arbitrario molti dei nostri post quindi lì non trovate tutto). E iscrivetevi al canale Whatsapp dove vengono postate solo le notizie principali

Related posts