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Pericu all’attacco sul bando rifiuti: «Insensato escludere Amiu per tre mesi. Per anni niente studi sulle scelte impiantistiche»

Scontro politico sul bando regionale per l’impianto finale di gestione rifiuti: Amiu ha chiesto una proroga di 180 giorni perché la scadenza del 21 febbraio è ritenuta troppo stretta dal nuovo consiglio di amministrazione e perché, come azienda pubblica, deve individuare un partner industriale richiesto dall’avviso. L’assessora Silvia Pericu denuncia che nei due cicli amministrativi precedenti non sarebbero stati condivisi studi e analisi sull’impatto delle scelte impiantistiche e rivendica il ruolo di Genova nel sistema: i rifiuti del capoluogo valgono circa il 40% del totale regionale

La discussione sul futuro impianto finale per la gestione dei rifiuti in Liguria si accende e diventa terreno di polemica politica. Al centro, la richiesta di Amiu di ottenere più tempo per partecipare al bando legato all’avviso esplorativo pubblicato da Arlir (Agenzia regionale ligure per i Rifiuti) per l’affidamento in concessione dell’impianto terminale. A difendere la proroga e a colpire duramente la gestione passata è l’assessora comunale al Ciclo dei rifiuti e all’Ambiente Silvia Pericu, che in aula ha parlato senza mezzi termini di una possibile esclusione “insensata”.

Il punto di partenza è tecnico, ma le implicazioni sono politiche. La scadenza indicata al 21 febbraio viene considerata troppo ravvicinata dal consiglio di amministrazione di recente nomina di Amiu, che avrebbe valutato l’operazione come complessa sul piano politico-amministrativo. Da qui la richiesta di proroga di 180 giorni, giudicata necessaria per mettere in piedi una manifestazione di interesse credibile e completa.

Secondo Pericu, la proroga servirebbe soprattutto per un passaggio che un’azienda pubblica non può improvvisare: individuare un partner industriale “a garanzia”, già richiesto dall’avviso. È qui che l’assessora alza i toni: a suo avviso, lasciare Amiu fuori dalla partita “per una questione di tempi” sarebbe una scelta priva di logica, perché tre mesi (o comunque la finestra di proroga necessaria) peserebbero poco rispetto ai ritardi accumulati negli anni sul fronte degli investimenti.

Nella sua risposta, arrivata dopo l’interrogazione del consigliere di Vince Genova Mauro Avvenente sull’intenzione del Comune di aderire al bando attraverso Amiu, Pericu ha infatti spostato il confronto su un terreno più ampio: “Cosa sono 180 giorni rispetto a otto anni in cui si sarebbe potuta garantire autonomia alla città?”, ha sostenuto, collegando la richiesta di più tempo all’assenza, nel recente passato, di un percorso condiviso su studi e valutazioni.

Ed è proprio questo il cuore della polemica: Pericu afferma che per quasi due cicli amministrativi non sarebbero stati condivisi “studi e analisi” sull’effettiva ricaduta delle possibili scelte impiantistiche. In altre parole, secondo l’assessora, oggi si rischierebbe di correre su un dossier decisivo senza avere alle spalle un lavoro trasparente e strutturato, mentre la città continua a pagare i costi della logistica e del trasferimento dei rifiuti fuori regione.

A rendere il dossier ancora più delicato, nella ricostruzione dell’assessora, è il peso specifico di Genova nel sistema ligure: i rifiuti del capoluogo rappresentano circa il 40% del totale regionale e Amiu, con il suo contratto di servizio, resta l’operatore più importante a livello regionale. Da qui la rivendicazione: Genova e Amiu devono stare “al centro” delle scelte che arriveranno, perché una decisione sull’impianto finale non riguarda solo un singolo progetto, ma la capacità della città di aumentare la propria autosufficienza e di costruire un ciclo dei rifiuti più stabile.

Ora la palla passa alla gestione dell’avviso e alla decisione sulla proroga: concederla significherebbe permettere ad Amiu di presentarsi con tempi adeguati e con un partner industriale; negarla potrebbe invece restringere il campo e alimentare ulteriormente lo scontro politico. E, sullo sfondo, resta la domanda che Pericu mette sul tavolo: dopo anni di scelte contestate e analisi poco condivise, la regione e la città sono pronte a decidere davvero “su dati concreti” e non su scorciatoie?


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