Oggi a Genova 

Messina Denaro: il “geometra Bonafede” malato oncologico, operato 2 volte e vaccinato 3 volte. Condannato per 7 attentati, sciolse un bimbo nell’acido

L’ultimo dei grandi boss mafiosi, uno dei dieci latitanti più pericolosi al mondo, arrestato oggi dal Ros dei Carabinieri a seguito di indagini coordinate dalla Procura di Palermo, è ora imputato al processo per le stragi di Capaci e di via D’Amelio. Fece rapire e tenne prigioniero un bambino, figlio di un collaboratore di giustizia, per più di due anni, per poi farlo strangolare e disciogliere il suo corpo nell’acido nitrico

La carta d’identità dice “Andrea Bonafede”, geometra di Campobello di Mazara. Con quella in tasca, accompagnato in auto da un “amico” commerciante, si era diretto, questa mattina, verso una clinica privata e in tasca aveva anche il codice fiscale-tessera sanitaria con lo stesso nome. Si tratta della clinica “La Maddalena” a Palermo, che fa sapere di averlo in cura proprio come “Andrea Bonafede”. Era “Andrea Bonafede” anche nelle cartelle cliniche dove si parla dell’operazione a Marsala per un tumore al colon e dell’operazione per la metastasi al fegato. La storia sanitaria del “geometra” è assai complessa. Soffre anche di Morbo di Crohn e come soggetto fragile sarebbe stato vaccinato almeno tre volte contro il Covid. Una delle operazioni che ha subìto è stata effettuata proprio durante la fase più difficile della malattia.

I Carabinieri del Ros, senza che alcun pentito abbia parlato, solo con indagini e intercettazioni, stamattina sono andato a prenderlo come Mattea Messina Denaro, boss di Cosa Nostra, condannato all’ergastolo per un enorme campionario di atroci delitti, detto “U siccu” o “Diabolik”. Da trent’anni in latitanza, contumace a ogni processo, tra i dieci ricercati più pericolosi al mondo. Andrea Bonafede esiste, non ha il cancro e oggi è stato interrogato dai Carabinieri. Sulla sua carta d’identità, rilasciata da Comune di Campobello di Mazara, era stata posizionata la foto del boss. Boss che al momento della cattura portava al polso un orologio firmato dall’orologiaio svizzero Franck Muller del valore di circa 35mila euro: un po’ troppo per un geometra.

Il capomafia trapanese, ultimo dei grandi boss di Cosa Nostra, è già stato condannato all’ergastolo in via definitiva per decine di omicidi, per gli attentati di mafia degli anni ’90 a Milano, Firenze e Roma. È tra i responsabili del rapimento, degli oltre due anni di detenzione e dell’uccisione di Giuseppe Di Matteo, rapito a 12 anni e strangolato a 14, dopo 25 mesi di prigionia. Rapito nel tentativo di impedire che il padre, Santino Di Matteo, collaboratore di giustizia ed ex-mafioso, collaborasse con gli investigatori. Il corpo del ragazzino era stato poi sciolto nell’acido nitrico per cancellare ogni traccia.

Il prossimo 19 gennaio, nell’aula-bunker Caltanisetta, in Corte d’Assise d’Appello, si terrà il processo dove Messina Denaro è imputato come mandante delle stragi di Capaci e di via D’Amelio, in cui persero la vita, rispettivamente, il giudice Giovanni Falcone, la moglie Francesca Morvillo, anche lei magistrato e gli agenti della scorta Vito Schifani, Rocco Dicillo e Antonio Montinaro e Paolo Borsellino e cinque agenti della scorta: Agostino Catalano, Emanuela Loi, Vincenzo Li Muli, Walter Eddie Cosina e Claudio Traina. Se dovesse presentarsi in aula sarebbe la prima volta in assoluto.

Il grande successo dello Stato messo a segno oggi dal Ros dei Carabinieri e coordinati dal procuratore capo di Palermo Maurizio De Lucia e dal procuratore aggiunto Paolo Guido, non ha potuto contare su pentiti e delatori. È stato un lavoro costruito sulle intercettazioni, fondamentali per le indagini, poi sviluppato con indagini su indagini, partite da qualche frase di troppo sulle condizioni di salute del boss sfuggite ai familiari mentre parlavano al telefono tra loro. Sulla certezza de Messina Denaro fosse malato di tumore sono partite le verifiche incrociate sulle banche dati del ministero della Salute. È uscito quel nome, Andrea Bonafede, solo di qualche mese più giovane del boss di Cosa Nostra e parente di un vecchio favoreggiatore di Messina Denaro. Il giorno in cui “il malato” era sotto i ferri, il reale intestatario della carta d’identità era a casa sua, sano come un pesce.

Capo del mandamento di Castelvetrano e rappresentante indiscusso della mafia nella provincia di Trapani, Messina Denaro è stato uno dei boss più potenti di tutta Cosa nostra, arrivando a esercitare il proprio potere anche oltre i confini della propria provincia, come in quelle di Agrigento e, addirittura, di Palermo. Messina Denaro è figlio di Francesco Messina Denaro, fratello di Patrizia Messina Denaro e zio di Francesco Guttadauro. Insieme al padre, svolgeva l’attività di fattore presso le tenute agricole della famiglia D’Alì Staiti, già proprietari della Banca Sicula di Trapani, all’epoca il più importante istituto bancario privato siciliano, e delle saline di Trapani. Il suo padrino di cresima è Antonino Marotta, “uomo d’onore” ed ex affiliato alla banda di Salvatore Giuliano, coinvolto anche nella misteriosa morte del bandito. Nel 1989 Messina Denaro venne denunciato per associazione mafiosa perché ritenuto coinvolto nella sanguinosa faida tra i clan Accardo e Ingoglia di Partanna Nel 1991 si rese inoltre responsabile dell’omicidio di Nicola Consales, proprietario di un albergo di Triscina, che si era lamentato con la sua impiegata austriaca (che era anche l’amante di Messina Denaro) di «quei mafiosetti sempre tra i piedi»[11]. Matteo Messina Denaro ricopre di fatto il ruolo di capo della cosca di Castelvetrano e del relativo mandamento, alleato dei corleonesi già dalla guerra di mafia dei primi anni ’80. Infatti, negli anni successivi il collaboratore di giustizia Baldassare Di Maggio dichiarerà che si trattava di «un giovane rampante, anche se non è già capo, e suo padre gli ha dato un’ampia delega di rappresentanza del mandamento». Il padre era infatti latitante dal 1990.

Nel 1992 Messina Denaro fece parte di un gruppo di fuoco, composto da mafiosi di Brancaccio e della provincia di Trapani, che venne inviato a Roma per compiere appostamenti nei confronti del presentatore televisivo Maurizio Costanzo e per uccidere Giovanni Falcone e il ministro Claudio Martelli, facendo uso di kalashnikov, fucili e revolver, procurati da Messina Denaro stesso; qualche tempo dopo, però, il boss Salvatore Riina fece ritornare il gruppo di fuoco, perché voleva che l’attentato a Falcone fosse eseguito diversamente. Nel luglio 1992 Messina Denaro fu tra gli esecutori materiali dell’omicidio di Vincenzo Milazzo (capo della cosca di Alcamo), che aveva cominciato a mostrarsi insofferente all’autorità di Riina; pochi giorni dopo, Messina Denaro strangolò barbaramente anche la compagna di Milazzo, Antonella Bonomo, che era incinta di tre mesi: i due cadaveri furono poi seppelliti nelle campagne di Castellammare del Golfo. In seguito, Messina Denaro fece anche parte del gruppo di fuoco che compì il fallito attentato al vicequestore Calogero Germanà, a Mazara del Vallo (14 settembre 1992).

Dopo l’arresto di Riina, Messina Denaro fu favorevole alla continuazione della strategia degli attentati dinamitardi, insieme ai boss Leoluca Bagarella, Giovanni Brusca e ai fratelli Filippo e Giuseppe Graviano[19][20]; Messina Denaro mise infatti a disposizione un suo uomo, Antonio Scarano (spacciatore di droga di origini calabresi residente a Roma), per fornire supporto logistico al gruppo di fuoco palermitano che compì gli attentati dinamitardi a Firenze, Milano e Roma, che provocarono in tutto dieci morti e 106 feriti, oltre a danni al patrimonio artistico[21]. Organizzò poi l’attentato ai danni di Totuccio Contorno, coadiuvato da Leoluca Bagarella.

La latitanza
Nell’estate 1993, mentre avvenivano gli attentati dinamitardi, Messina Denaro andò in vacanza a Forte dei Marmi insieme ai fratelli Filippo e Giuseppe Graviano e da allora si rese irreperibile, dando inizio alla sua lunga latitanza. Da allora, nei suoi confronti venne emesso un mandato di cattura per associazione mafiosa, omicidio, strage, devastazione, detenzione e porto di materiale esplosivo, furto e altri reati minori. Fu però con l’operazione Petrov del marzo 1994, scaturita dalle dichiarazioni del collaboratore di giustizia Pietro Scavuzzo, che emerse il suo ruolo all’interno di Cosa nostra trapanese e, ancora di più, con l’operazione “Omega”, portata a termine dai carabinieri nel gennaio 1996 con ottanta ordinanze di custodia cautelare sulla base della accuse dei collaboratori di giustizia Antonio Patti, Salvatore Giacalone, Vincenzo Sinacori e Giuseppe Ferro, i quali ricostruirono più di vent’anni di omicidi avvenuti nel trapanese nel 2000, alla conclusione del maxi-processo “Omega” che scaturì dall’operazione e che si svolse presso l’aula-bunker del carcere di Trapani, Messina Denaro venne condannato in contumacia alla pena dell’ergastolo.

Nel 1994 Messina Denaro organizzò un attentato dinamitardo contro il pentito Totuccio Contorno, insieme a Giovanni Brusca; tuttavia, l’esplosivo, collocato in una cunetta ai lati di una strada nei pressi di Formello, dove Contorno passava abitualmente, venne scoperto dai Carabinieri, avvertiti dalla telefonata di un cittadino, insospettito da alcuni movimenti strani.

Nel 1998, dopo la morte del padre Francesco (stroncato da un infarto durante la latitanza), Messina Denaro è diventato capomandamento di Castelvetrano e anche rappresentante della provincia di Trapani in Cosa nostra.

Le indagini sulla latitanza


Il collaboratore di giustizia Vincenzo Sinacori ha dichiarato che nel 1994 Messina Denaro si recò nella clinica oculistica Barraquer di Barcellona, in Spagna, per curare una forte miopia che lo aveva condotto a una forma di strabismo. Nel 2004 il SISDE tentò di individuare Messina Denaro attraverso Antonino Vaccarino (ex sindaco di Castelvetrano già inquisito per associazione mafiosa), sfruttando le numerose conoscenze che Vaccarino aveva negli ambienti vicini a Cosa nostra; infatti, l’ex sindaco, per conto dei servizi, riuscì a stabilire un contatto con Messina Denaro, proponendogli numerosi investimenti negli appalti pubblici per attirarlo in trappola: le comunicazioni con il latitante avvenivano attraverso pizzini in cui Messina Denaro usava lo pseudonimo di “Alessio”, mentre Vaccarino quello di “Svetonio”; l’ex sindaco riuscì anche a prendere contatti con il boss Bernardo Provenzano attraverso il nipote Carmelo Gariffo.

L’11 aprile 2006, nel casolare di Corleone dove venne arrestato Provenzano, gli inquirenti trovarono numerosi pizzini mandati da “Alessio”, nei quali si parlava degli investimenti proposti dall’ex sindaco Antonio Vaccarino, che stava collaborando con il SISDE per la cattura del boss, ma anche di altri affari in attività lecite, come l’apertura di una catena di supermercati nella provincia di Agrigento e la ricerca di qualche prestanome per poter aprire un distributore di carburante nella zona di Santa Ninfa, in provincia di Trapani. In seguito all’arresto di Provenzano, Messina Denaro interruppe la corrispondenza con Vaccarino, inviandogli un ultimo pizzino in cui gli raccomandava “di condurre una vita trasparente in modo da non essere coinvolto nelle indagini”. Ma la diffusione della collaborazione del Vaccarino da parte del quotidiano la Repubblica fece saltare l’operazione del SISDE e la probabile cattura di Messina Denaro. Su tale fuga di notizie non è mai stata aperta un’indagine.

Nel giugno 2009 gli agenti del Servizio centrale operativo e delle squadre mobili delle questure di Trapani e Palermo condussero l’operazione denominata “Golem”, che portò all’arresto di tredici persone tra mafiosi e imprenditori trapanesi, accusati di favorire la latitanza di Messina Denaro fornendogli documenti falsi, ma anche di gestire estorsioni e traffico di stupefacenti per conto del latitante[32]. Successivamente, nel marzo 2010 la DDA di Palermo coordinò l’indagine “Golem 2”, condotta sempre dagli agenti del Servizio centrale operativo e delle squadre mobili di Trapani e Palermo, che portò all’arresto di altre diciannove persone a Castelvetrano, accusate di aver compiuto estorsioni e incendi dolosi per conto di Messina Denaro ai danni di imprenditori e politici locali; tra gli arrestati, figurarono anche il fratello del latitante, Salvatore Messina Denaro, e i suoi cugini Giovanni e Matteo Filardo, nonché l’ottantenne Antonino Marotta, definito “il decano della mafia trapanese” perché ex appartenente alla banda di Salvatore Giuliano.

Il 27 luglio 2010 il collaboratore di giustizia Manuel Pasta dichiarò che Messina Denaro, nonostante le estenuanti ricerche e gli arresti di appartenenti alla sua cerchia, avrebbe assistito con alcuni mafiosi palermitani alla partita di calcio Palermo-Sampdoria allo stadio Renzo Barbera il 9 maggio 2010. La partecipazione alla partita sarebbe stata solo una parte dell’incontro tra il latitante e altri capi della provincia atto a discutere l’organizzazione di nuovi attentati dinamitardi contro il palazzo di giustizia e la squadra mobile di Palermo, in risposta ai numerosi arresti contro esponenti mafiosi. Inoltre, sempre nel 2010 Messina Denaro è stato inserito dalla rivista Forbes nell’elenco dei dieci latitanti più pericolosi del mondo.

Nel 2015 l’emittente Radio Onda Blu avrebbe fornito le immagini satellitari della sua presunta abitazione a Baden, in Germania, e della sua auto. Tuttavia, su questo fatto non si sono avute conferme né smentite dagli inquirenti. Salvatore Rinzivillo, arrestato in un’operazione coordinata dalle procure antimafia di Roma e Caltanissetta, era stato pedinato e si è visto che si recava a Castelvetrano, dove ha incontrato un uomo che non è stato identificato, ma che risponde alla descrizione di Messina Denaro. Non è stato possibile comunque risalire all’identità di questa persona. Tuttavia, l’indagine ha portato un risultato positivo, perché ha condotto all’arresto dell’agente dell’Aisi Marco Lazzari, che stava proteggendo la latitanza di Messina Denaro.

Il 13 marzo 2018 viene annunciato l’arresto, da parte di Carabinieri e DIA, di dodici soggetti ritenuti esponenti di Cosa nostra, che avrebbero provveduto al mantenimento di Matteo Messina Denaro.

Il 29 ottobre 2018 la polizia arresta Leo Sutera, amico di Matteo Messina Denaro e considerato il capo della mafia di Agrigento. Leo Sutera era già stato arrestato nel 2012, ma l’arresto aveva suscitato forti polemiche, perché si riteneva che, continuando a sorvegliarlo, come si stava già facendo da due anni, Sutera avrebbe condotto le forze dell’ordine allo stesso Matteo Messina Denaro, con il quale aveva affermato di essersi incontrato poco prima. All’epoca, i Carabinieri volevano continuare a sorvegliare Sutera, mentre la polizia guidata dal procuratore capo di Palermo Francesco Messineo decise di arrestarlo.Il 18 luglio 2019 Sutera fu condannato in appello a diciotto anni di carcere, insieme ai fiancheggiatori Maria Salvato e Vito Vaccaro.

Un pentito ha affermato che il latitante si sarebbe sottoposto ad un intervento di chirurgia plastica al volto, per non essere riconoscibile. L’intervento sarebbe avvenuto in Piemonte o in Valle D’Aosta. Un informatore ha invece affermato al contrario che Matteo Messina Denaro si sarebbe fatto la plastica in Bulgaria, sia al volto sia ai polpastrelli, per non essere riconoscibile. Inoltre, ha sostenuto che il latitante avrebbe problemi di salute: non ci vedrebbe quasi più e sarebbe in dialisi. Il testimone ha raccontato che Messina Denaro si sarebbe recato più volte a Pisa e a Lamezia Terme, e che sarebbe protetto dalla ‘ndrangheta. Sul suo racconto ha indagato la procura distrettuale antimafia di Firenze.

La sua latitanza è stata finanziata anche con il gioco d’azzardo, praticato in Sicilia e a Malta, dove l’imprenditore Carlo Cattaneo si è recato più volte.

Messina Denaro ha legami anche con il Venezuela, dove alcune persone legate al latitante avrebbero gestito i suoi interessi.

Il 16 aprile 2019, nell’ambito delle indagini sulla latitanza di Messina Denaro, vengono arrestati due carabinieri con l’accusa di favoreggiamento alla mafia e, inoltre, viene arrestato Antonino Vaccarino, l’ex sindaco di Castelvetrano che inviava pizzini a Messina Denaro.

A marzo del 2019 viene scoperta una loggia massonica a Castelvetrano, paese natale del boss e di riferimento del clan mafioso, operazione alla quale segue a novembre un blitz antidroga a Palermo, nel quale viene arrestato Antonio Messina, ex avvocato radiato dall’albo e massone trapanese di lungo corso, che teneva i contatti con la criminalità siciliana radicata nel milanese nell’ambito di un traffico di hashish organizzato fra la Spagna, Milano e la Sicilia.

A dicembre del 2019 viene rivelato che nel 2015, quando a capo del pool che indagava su Messina Denaro vi era il magistrato Teresa Principato, dal suo ufficio sono scomparsi un computer portatile da dieci pollici e due pendrive, con informazioni riguardanti le indagini e coperte da segreto istruttorio.

Le indagini hanno portato anche a Milano, dove alcuni uomini legati alla ‘ndrangheta e al narcotraffico potrebbero costituire la sua rete di protezione che gli permette di essere latitante.

A febbraio 2020, dopo la cattura del boss Salvatore Nicitra, uno dei capi della Banda della Magliana, le indagini hanno portato anche a Roma, perché Nicitra aveva forti legami con Cosa nostra di Agrigento, che si ritiene finanzi la latitanza di Messina Denaro.[57] Nicitra era attivo nel settore del gioco d’azzardo e delle slot-machines, e aveva legami con dei boss albanesi.

Tra il 15 e il 20 giugno 2020 vengono arrestati numerosi fiancheggiatori di Messina Denaro, dapprima Francesco Domingo ritenuto boss di Castellammare del Golfo e al vertice tra le articolazioni mafiose trapanesi e di collegamento con Cosa nostra americana. Insieme a lui sono state denunciate undici persone e viene indagato pure il sindaco della città, Nicola Rizzo[59]. Infine, è stata perquisita la residenza anagrafica del boss latitante a Castelvetrano e vengono indagate a vario titolo quindici persone tra la Sicilia e Caserta, mentre tra gli arrestati figurano Giuseppe Calcagno, che svolgeva il compito di “postino” nella consegna degli ordini tramite pizzini, e Marco Manzo, che rappresentava Matteo Messina Denaro nelle varie riunioni dell’organizzazione criminale.

Il 21 ottobre 2020 viene condannato all’ergastolo dalla corte d’assise di Caltanissetta per essere stato uno dei mandanti delle stragi di Capaci e via D’Amelio.

La sera del 13 settembre 2021, dopo un’indagine della procura di Trento, un uomo scambiato per Denaro fu erroneamente arrestato in un ristorante a L’Aia. Si trattava in realtà di un turista originario di Liverpool e residente in Spagna, che si trovava nei Paesi Bassi per assistere al Gran Premio d’Olanda di Formula 1. L’uomo è stato rilasciato nei giorni successivi dopo essere stato sottoposto ad un test del DNA dal risultato negativo.

Secondo gli inquirenti, tra il 1994 e il 1996 Messina Denaro trascorse la sua latitanza tra Aspra e Bagheria, ospitato dalla sua compagna Maria Mesi, con cui andò in vacanza in Grecia sotto il falso nome di “Matteo Cracolici”[7]. Paola e Francesco Mesi, sorella e fratello di Maria, erano stati assunti nella clinica di Bagheria dell’ingegnere Michele Aiello (ritenuto un prestanome del boss Bernardo Provenzano): in particolare Paola Mesi era segretaria personale di Aiello e amministratrice unica della Selda s.r.l., società riferibile ad Aiello stesso[91]; inoltre Messina Denaro era cognato di Filippo Guttadauro (fratello del medico Giuseppe, capomandamento di Brancaccio-Ciaculli), che ne aveva sposato la sorella Rosalia.

Nel 2000 la polizia arrestò Maria Mesi e trovò alcune lettere d’amore che aveva scambiato con il latitante: per queste ragioni l’anno successivo venne condannata a tre anni di carcere per favoreggiamento insieme al fratello Francesco. Inoltre nel luglio 2006 gli inquirenti trovarono altre lettere d’amore di Maria Mesi a casa di Filippo Guttadauro, che aveva incarico di consegnarle al cognato Messina Denaro[94].

Nel 1995 Messina Denaro aveva già avuto una figlia da una precedente relazione con la castelvetranese Francesca Alagna, che dopo il parto andò a vivere insieme alla madre del latitante. In una lettera destinata a un amico, sequestrata dagli inquirenti, Messina Denaro rivelò di non aver mai conosciuto questa figlia. Nel 2013 il settimanale L’Espresso pubblicò un servizio, nel quale rivelava che la figlia del latitante aveva lasciato la casa della nonna paterna insieme alla madre, perché voleva vivere lontana da quella famiglia.

Nel 2012, invece, il boss latitante, dopo aver sentito il richiamo di Totò Riina dal carcere, aveva organizzato un attentato ai danni di Antonino Di Matteo, il pm che si occupa della trattativa stato mafia. L’input su cui si basava l’attentato sarebbe stato dato da soggetti esterni a Cosa Nostra, “gli stessi di Borsellino” secondo il pentito Vito Galatolo.

Il pentito Vito Galatolo racconta che Girolamo Biondino, capomandamento di San Lorenzo, gli aveva detto che Matteo Messina Denaro aveva organizzato, con l’aiuto di Alessandro D’Ambrogio, capomandamento di Porta Nuova, l’attentato a Di Matteo. Ci fu una riunione a Palermo, organizzata da Matteo Messina Denaro (il boss latitante però non vi partecipò) in cui si discussero le modalità dell’attentato. A questa riunione parteciparono Vito Galatolo, boss dell’Acquasanta, Tonino Lauricella, responsabile della cosca di Villabate, Tonino Lipari, referente di Alessandro D’Ambrogio, boss di Porta Nuova, Giuseppe Fricano e Vincenzo Graziano, capimafia di Resuttana. L’esplosivo (150 kg di tritolo), acquistato in Calabria e nascosto da Graziano in una località sconosciuta, è attualmente nelle mani di Matteo Messina Denaro. Con l’arresto di diversi boss di Palermo, tra cui quelli citati sopra, l’organizzazione della strage è rallentata, ma l’ordine di uccidere il magistrato (dato dalla porzione di stato e servizi deviata, “gli stessi di Borsellino” secondo Vito Galatolo) resta operativo e a carico del boss Matteo Messina Denaro. Inoltre il boss avrebbe manifestato la volontà di uccidere i due pentiti Gaspare Spatuzza e Antonino Giuffrè, date le loro dichiarazioni scottanti sulle stragi del 1992-1993.

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