Di nuovo in carcere Bendinelli, il “santone” del centro Anidra di Borzonasca

Insieme al Medico Paolo Oneda, è accusato di omicidio volontario con dolo eventuale per la morte della quarantenne Roberta Repetto, violenza sessuale e circonvenzione di persone incapaci. Era finito in carcere ad aprile e aveva ottenuto a luglio i domiciliari senza contatti con l’esterno. Ora la misura è stata aggravata e il guru del centro di Borzonasca, da giovedì scorso, è tornato in carcere. Ecco perché

Oneda aveva ottenuto i domiciliari a fine ottobre ed è ancora presso il domicilio. Per Bendinelli, invece, sono nuovamente necessarie le esigenze cautelari, tanto che la misura dei domiciliari è stata aggravata con la custodia in carcere. Il “santone” di Anidra era a casa del fratello a Firenze e con il suo account ha contattato e chattava con le persone che sono ancora nel centro di Borzonasca. Lo hanno scoperto i Carabinieri del nucleo operativo di Genova che, in collaborazione coi colleghi toscani, hanno colto l’uomo in flagrante.

Roberta Repetto, 40enne al momento in cui è deceduta, secondo le indagini dei Carabinieri era stata completamente “assorbita” dal centro abbandonando la vita sociale. Ad aprile, un avviso di garanzia è stato notificato ad una psicologa, coindagata solo per i reati di circonvenzione e violenza sessuale

Subito in carcere per esigenze cautelari, proprio ad aprile, erano finiti dottor Paolo Oneda, medico chirurgo, dirigente medico di chirurgia generale presso U.O. Chirurgia generale dell’Ospedale di Manerbio e di Vincenzo Paolo Bendinelli, presidente e guida spirituale del centro di diffusione delle scienze olistiche “Anidra”, ubicato a Borzonasca, indiziati di omicidio volontario con dolo eventualeviolenza sessuale e circonvenzione di persone incapaci. L’uomo, nei video del centro, si qualifica come “professore”. Un avviso di garanzia è stato notificato ad una psicologa, coindagata solo per i reati di circonvenzione e violenza sessuale.

L’indagine condotta dal citato Nucleo e coordinata dal pm Gabriella Dotto, si pone in continuità con un’altra attività investigativa svolta nel 2019 a fronte di una denuncia sporta dai parenti di una giovane ospite del centro Anidra, tuttora in corso.

Nel mese di ottobre del 2020, un’ altra giovane donna – anche lei frequentatrice del Centro – moriva presso l’ospedale San Martino di Genova, dove era stata ricoverata per un melanoma plurimetastatico. La vittima si era avvicinata al Centro e alle scienze olistiche già da molti anni, in quel luogo aveva anche celebrato il proprio matrimonio e insegnava Yoga e Thai chi chuan. Come spiegato dai numerosi conoscenti sentiti a verbale, prima di avvicinarsi al Centro di Borzonasca, aveva avuto una regolare vita sociale, venendo poi gradualmente assorbita da quell’ambiente, allontanandosi dagli affetti ed abbracciando totalmente gli insegnamenti del “Maestro”.

I familiari, dopo il decesso, subito avevano denunciato che la donna nell’ottobre del 2018 aveva subìto presso quel centro, l’asportazione di un neo verrucoso sanguinante e che l’intervento era stato effettuato dal chirurgo Oneda alla presenza del Bendinelli, in locali non idonei a livello sanitario e senza sottoporre il tessuto ai previsti esami istologici. Dalle testimonianze emergeva che l’operazione sarebbe stata effettuata su un tavolo da cucina e senza alcuna anestesia, inserendo l’evento in un presunto patologico processo di “purificazione spirituale”. 

Nel corso dei mesi successivi, la donna, in preda a dolori lancinanti veniva continuamente rassicurata dagli indagati circa la sua sicura guarigione, e privata di qualsiasi adeguato trattamento medico che invece sarebbe stato necessario. Gli approfondimenti investigativi medico-legali esperiti hanno accertato che l’intervento chirurgico effettuato e le successive conseguenti omissioni sono state in rapporto causale diretto con il decesso della giovane.

Le impegnative indagini condotte con attività tecniche e tradizionali hanno consentito ai Carabinieri del Nucleo Investigativo, di rilevare gravissimi indizi di colpevolezza a carico dei due arrestati che, secondo i militari dell’Arma, erano pienamente coscienti della superficialità con cui era stato effettuato il primo intervento e  consapevoli del grave e progressivo aggravamento del quadro clinico della donna, che nei mesi successivi aveva subito le palesi e pesanti conseguenze della diffusione del tumore ma si era affidata totalmente alle indicazioni del medico e del “santone”, che l’avevano rassicurata in merito alla sua guarigione ed al ritorno allo stato di salute, anche grazie a non meglio precisate pratiche olistiche e di “protezione energetica”, senza svolgere alcuna iniziativa volta ad arrestare il diffondersi della patologia.

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