diritti e sociale 

Stasera luci della Sinagoga accese per non dimenticare la Notte dei cristalli

La Comunità ebraica di Genova aderisce all’invito dell’Ucei (Unione delle Comunità ebraiche italiane). Dello Strologo: «All’ideologia della morte, quella che brucia i libri, contrapponiamo una tradizione di vita, che studia i libri»

Questa sera su iniziativa dell’UCEI, in ricordo della Notte dei Cristalli, luci accese nelle Sinagoghe e momenti di commemorazione e studio

Una luce accesa in tutte le sinagoghe e in tutti i luoghi ebraici d’Italia; un momento dedicato allo studio della Torah.
È l’invito rivolto dall’Ucei alle 21 Comunità distribuite su tutto il territorio nazionale. Un gesto di Memoria nel giorno in cui si ricordano le violenze e i morti della Notte dei Cristalli. Ma anche un messaggio di identità ebraica viva, di luci ancora accese e di testimone che continua a trasmettersi attraverso le generazioni nonostante i propositi di chi allora perseguiva la distruzione dell’ebraismo europeo. Dove possibile, l’invito è ad accompagnare l’illuminazione delle sinagoghe con incontri di Torah. È quella, si ricorda, la luce più forte dell’ebraismo».

«Il nostro messaggio è che alla ideologia di morte, quella che brucia i libri, contrapponiamo una tradizione di vita, che i libri li studia, La nostra luce contro quella delle fiamme divoratrici di cultura e tragicamente poi di uomini e donne» dice Ariel dello Strologo, presidente della Comunità ebraica genovese.

Il termine tedesco Kristallnacht (Notte dei cristalli) indica i pogrom antisemiti che scoppiarono su scala nazionale nella Germania Nazista e in Austria nella notte tra il 9 e il 10 novembre 1938. Da lì partì la macchina della persecuzione che ben presto coinvolse anche l’Italia.

Nella notte tra il 9 e il 10 novembre 1938. L’episodio scatenante fu l’attentato condotto l’8 novembre dal diciassettenne ebreo-polacco Herschel Grynszpan contro il diplomatico Ernst Eduard vom Rath a Parigi.

Fin dall’inizio dell’autunno 1938 la brutalizzazione dell’antisemitismo in Germania gravava pesantemente sull’atmosfera politica: crescevano le pressioni del regime e dei suoi più attivi sostenitori per il definitivo espatrio degli ebrei tedeschi e l’attentato fu subito strumentalizzato dal ministro della Propaganda Joseph Goebbels. Egli, con l’assenso di Adolf Hitler, imbastì rapidamente una imponente campagna propagandistica contro gli ebrei tedeschi e descrisse il fatto come un deliberato attacco del «giudaismo internazionale» contro il Terzo Reich, che avrebbe comportato le più «pesanti conseguenze» per gli ebrei tedeschi. La sera del 9 novembre quando giunse notizia della morte del diplomatico tedesco, scattò un vero e proprio attacco fisico contro gli ebrei e i loro beni in tutti i territori sotto il controllo tedesco, coordinato e ordinato da Goebbels. Al pogrom inizialmente parteciparono semplici membri del Partito nazionalsocialista (Nsdap) e civili tedeschi, ai quali, via via che la notizia della morte del diplomatico si diffondeva, si aggiunsero membri delle Schutzstaffel (SS), delle Sturmabteilung (SA) e della Gestapo spesso “privatamente”, senza un ordine diretto dei superiori; indirettamente partecipò anche il Sicherheitsdienst (SD) di Reinhard Heydrich, che, informato successivamente di quanto deciso da Goebbels, diede ordine alle forze di polizia di non reprimere le sommosse. Durante i disordini e nei giorni successivi fino al 16 novembre furono arrestati indiscriminatamente circa 30 000 ebrei maschi, poi condotti nei campi di concentramento di Dachau, Buchenwald e Sachsenhausen. I rapporti ufficiali dei nazisti parlarono di 91 morti ebrei ma il numero effettivo fu in realtà di gran lunga più elevato (probabilmente fra i 1 000 e i 2 000), specie se considerati i maltrattamenti inflitti dopo gli arresti. Furono colpiti simboli, strutture comunitarie e i mezzi di sostentamento della comunità ebraica; oltre 520 sinagoghe vennero bruciate o completamente distrutte, centinaia di case di preghiera e cimiteri vennero demoliti, furono assaltate scuole e orfanotrofi e migliaia di luoghi di aggregazione ebraici, assieme a migliaia di esercizi commerciali e abitazioni private di cittadini israeliti.

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