In demolizione il “Villino Eternit” in Albaro, messo in palio alla lotteria nel 1918

Costruito in legno ed Eternit, era disabitato da parecchio tempo, anche se gli esterni erano sempre stati curati e, probabilmente, coperti da un sigillante. Qualche giorno fa la struttura era stata verniciata di colore rosso (probabilmente funzionale allo smontaggio e allo smaltimento) e oggi era per metà demolita. L’architetto Jacopo Baccani racconta la storia della singolare costruzione messa in palio il 4 novembre, il giorno della fine della Grande Guerra

Foto, in senso orario partendo in alto a sinistra, di Sonia Asaro, Jacopo Baccani, Mafalda Papa, Mafalda Papa e Sonia Asaro

Sotto, l’interessante storia del “Villino Eternit” scritta l’8 novembre del 2020 (quindi quasi un anni fa) dall’architetto Jacopo Baccani.

Via G. Bruno 19, detto “Villino Eternit”
(Paolo Vietti Violi, 1918-20)

Apparentemente è solo un po’ strano ma si porta appresso una storia di tutto rispetto, che fa capolino dalle colonne del Decimonono del 19 novembre 1918: nell’euforia della vittoria della Grande Guerra è stata bandita una lotteria di beneficenza per la Croce Rossa il cui premio sarà niente meno che un villino nella pregiatissima Albaro. L’articolo non si dilunga in specifiche tecniche, ma l’edificio realizzato, in struttura di legno e pannellature in eternit, oggi è quantomeno sconcertante. Proviamo allora a fare ordine. Intanto non deve suonare eccessivamente anomala la scelta del legno, all’epoca impiegato in edilizia più di quanto non si creda: basti pensare ai padiglioni delle numerose Expo di quegli anni (solo a Genova ci furono nel 1892 nel 1901 e nel 1914), alle stazioni secondarie sulle linee ferroviarie, o agli “chalet” posti ai capolinea degli impianti di risalita di Sant’Anna, del Righi e di Granarolo.
Anche la prefabbricazione era un tema di attualità: il giovane Regno d’Italia aveva già dovuto affrontare una serie di terremoti culminata nelle ecatombi di Messina e di Avezzano, che oltre a provocare rispettivamente 120mila e 30mila morti, avevano privato di un tetto centinaia di migliaia di persone sollecitando svariati professionisti a elaborare soluzioni per moduli abitativi di emergenza. Tra le varie proposte c’era quella di Ferruccio Gay, ingegnere romano che brevettò un sistema di prefabbricazione con basamento in muratura, gabbia di legno e tamponamento in lastre di un nuovo promettente materiale: l’eternit.

Foto di Jacopo Baccani

Gay Infatti era diventato amico dell’industriale Adolfo Pietro Mazza, che nel 1906 a Genova aveva fondato la fiduciaria italiana della Eternit, per poi avviare un anno dopo la tristemente famosa fabbrica di Casale Monferrato e infine brevettare, nel ‘17, il sistema costruttivo per condutture in fibrocemento che avrebbe definitivamente consacrato l’azienda. Nel caso del villino, la scelta della prefabbricazione era semplicemente garanzia di abbattimento dei costi, condizione che rendeva il fabbricato compatibile come premio di una lotteria. Una volta stabiliti materiali e fornitori non restava che trovare un architetto competente: curiosamente, per motivi di servizio, durante la Prima Guerra Mondiale si trovava a Genova Paolo Vietti Violi, forse il più prolifico progettista italiano di impianti sportivi: basti pensare che tra le decine di galoppatoi da lui firmati ci sono le Capannelle a Roma, le Cascine a Firenze e San Siro a Milano. Questa sua specializzazione era particolarmente congeniale nello specifico di questo incarico giacché fino agli anni 20 stadi e ippodromi vennero realizzati perlopiù in legno. Ecco quindi convergere su un’operazione un po’ celebrativa, un po’ di immagine e un po’ paternalistica una serie di nomi di primissimo livello: non ultimi, l’immancabile Aedes e quella “amministrazione Borzino” che potrebbe essere proprio l’assicuratore Emilio Borzino, già socio di Mackenzie nella Ausonia e successivamente presidente del Lloyd Italico.

La storia dell’amianto in Italia si conclude formalmente il 27 marzo 1992 con la legge nº 257, che vieta produzione, commercio e impiego di prodotti contenenti questo materiale. Il lascito sul territorio è però numerosissimo e problematico. In Albaro, forse al civico 17 di via Giordano Bruno, un villino costruito allo stesso modo è stato successivamente bonificato e ricostruito. L’edificio in oggetto, invece, è rimasto sospeso in una sorta di limbo a causa di questioni aperte fra gli eredi: la proprietà però ha verosimilmente provveduto ad applicare un sigillante sui prospetti e, pur non abitandovi, cura periodicamente la manutenzione degli esterni. Ad oggi, al netto di qualche serramento cedevole, lo stato di conservazione dell’immobile appare decisamente buono.

Jacopo Baccani


Gli sviluppi? Facile immaginare che lo spazio sarà occupato da un nuovo edificio privato visto che l’area è pregiata. Il cartello per la demolizione parla di lavori per 100 mila euro, che sono probabilmente riferiti alla sola demolizione e smaltimento. Ovviamente la struttura era inabitabile e con l’eventuale deteriorarsi sarebbe potuta anche diventare pericolosa, ma vederla andar via così spiace lo stesso, come per ogni pezzo della vecchia Genova che se ne va.


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