Il presidente del Municipio Centro Est: «La Sciamadda sia “Bottega Storica”»

Andrea Carratù: «Siamo felici che il Comune valorizzi questi esercizi di cui siamo orgogliosi, ma sappiamo che ci sono altre attività per ora ignorate, che non hanno ancora ricevuto il riconoscimento, come l’antica Sciamadda di via Ravecca. Speriamo sia inserita al più presto perché è una delle attività a maggior valenza storica e turistica della città»

La Sciamadda, all’inizio di via Ravecca, è stata citata ieri in Consiglio comunale dal consigliere Pd Stefano Bernini che ha presentato un’interpellanza sulla Gioielleria Magnone, anche quella per ora non inserita nell’elenco.
La famiglia che ora possiede la Sciamadda la gestisce dal 1924 (tranne una piccola parentesi negli anni Duemila). La acquistò da una famiglia che andò in rovina per aver partecipato alla “Battaglia di Morcento”.

LA BATTAGLIA DI MORCENTOLa battaglia si è svolta nei primi giorni di agosto nel 1922, nel quartiere di Portoria, nella zona di Ponticello. La notte del 30 luglio in una Genova lugubre e surreale, le brigate nere provenienti da Massa Carrara e Piacenza si accampano sotto i portici di via XX Settembre. Il giorno successivo l’Italia e Genova si fermano e le violenze inevitabilmente cominciano. In buona parte del paese si scatena una vera e propria guerra tra manifestanti e fascisti. Barricate e cariche, pestaggi e omicidi da nord a sud insanguinano la nazione. A Genova dopo diverse violenze e attacchi da parte delle forze dell’ordine e dei seguaci di Mussolini i rivoltosi si barricano nel quartiere di Portoria. All’epoca la zona con le vie regolari perpendicolari a via XX settembre che conosciamo noi non esisteva ancora. L’area assomigliava, per farsi una vaga idea, all’abitato alle spalle del Mercato Orientale tra via San Vincenzo e piazza Colombo. Molte vie dove si verificarono scontri e combattimenti ora non esistono più, furono demolite negli anni successivi per fare spazio ai grattacieli e agli altri edifici modernisti su piazza Dante. Vico Morcento, vico Berrettieri, vico di Ponticello e vico della Cavallerizza diventano il “Fort Apaches” dei rivoltosi che da lì armati di fucili, pistole e bombe a mano respingono gli assalti dei fascisti prima e poi delle guardie regie. Quella che sembra una passeggiata, seppur a colpi di manganello, diventa un episodio ingombrante per il regime. Nessuno si può avventurare per quelle strette viuzze, dalle finestre se non è un colpo di pistola è un pesante suppelletile a cadere in testa a chi vi si avventura. Sul palazzo delle poste viene piazzata una mitragliatrice puntata sulla sommità di vico Morcento, epicentro della resistenza. Tutto il quartiere viene isolato per ventiquattr’ore. Partono scariche di fucileria e raffiche di mitraglia verso la finestra. Un colpo di pistola partito da una finestra di vico di Mezzo uccide un brigadiere delle guardie regie, Giuseppe Fasullo. Lentamente, fascisti e forze dell’ordine avanzano all’interno dell’area, perquisiscono, arrestano e sequestrano armi. Non si sa quante persone abbiano perso la vita e quante siano state arrestate. (Da un articolo di Giovanni Giaccone che potete leggere interamente qui). Resta da dire che alcuni colpi di proiettile sono ancora visibili in qualche marmo e in qualche muro di caseggiato di via Ravecca.

La collina è stata abitata fin dal IV-III secolo a. C., dietro alla cinta muraria precedente a quella costruita contro il Barbarossa e distrutta da Magone (vi siete mai chiesti perché si dica “mi viene il magone”?). La collina era comunque indicata come extra murum civitatis”, fuori dalle mura della città, perché lo era in parte, il declivio che degradava a est, oltre le mura. Dentro c’erano gli Orti di Sant’Andrea e fuori il Morcento (da mur cinto). Nel 1320, venne terminata la nuova cinta muraria. Il palazzo che sta alle spalle (quello dove si trova la Sciamadda) pare risalga almeno al XI secolo, ma l’area era edificata già almeno nel IX secolo. Nel XVI secolo si aggiungono le case della classe media costituta dai contadini del circondario che scendono a vivere in città. Del XI secolo erano anche la chiesa e il convento di Sant’Andrea, demoliti per fare posto alla Banca d’Italia e ai palazzi di via Dante.



Facile che i locali della Sciamadda, così vicini alla porta di Sant’Andrea, dotati di canna fumaria, fossero adibiti a locale “di ristoro” sin dalla costruzione dell’edificio, che ha all’interno una scala a spirale di ardesia che arriva al sesto piano. Durante la seconda guerra mondiale fu in parte distrutto dai bombardamenti perché colpito da spezzoni incendiari. La Sciamadda, però, continuò a produrre farinate e quanto l’economia della guerra le consentiva con una canna fumaria di fortuna.
Alla metà degli anni ’60 vennero effettuati piccoli lavori “obbligati” dall’adeguamento alle norme. Sparirono le pareti di legno (a rischio incendio), fu fatto togliere il vecchio pavimento (peraltro disastrato) e fu sostituito per ragioni igieniche con delle piastrelle. Anche il focone a carbone fu fatto sostituire con uno a gas. Arrivò anche l’insegna al neon, cifra obbligata dell’estetica cittadina per lunghi anni, che sostituì la bella insegna di metallo dipinto. Restano, invece, i banconi in marmo e, in tutta la loro originalità, gli antichi forni dove ancora adesso si cuociono le torte e le farinate. L’attività fu gestita fino alla morte da Liliana Sturla, per tutti “la Lilli”, prozia degli attuali proprietari.

«Ricordiamo che alcuni adeguamenti, per quanto riguarda i negozi che trattano alimentari, sono stati imposti nel tempo dalle autorità sanitarie – dice Carratù -. L’alternativa sarebbe stata la chiusura. Di questo, valutando le domande, bisogna tenere in debito conto». Recentemente è stato abbassato (forse troppo) il limite di età per i locali storici da almeno 70 ad almeno 50 anni. Le regole, però, non tengono conto (o tengono conto a intermittenza, per alcuni si e per altri no) di quello che le aziende hanno dovuto affrontare: alluvioni e adeguamenti normativi.
«È fuori di dubbio – conclude il presidente del Centro Est – che la Sciamadda di via Ravecca sia un locale storico, con i forni storici, inserito in un contesto storico antico di più di un millennio. Va al più presto inserito».

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