Il ritorno del piccolo Nicola alla famiglia e alla “Vita nei boschi”

Come nel libro di Henry David Thoreau “Walden ovvero Vita nei boschi”, la mamma e il papà del bimbo di 21 mesi ritrovato dopo due notti e un giorno di ricerche, hanno scelto di vivere nella natura e di rinunciare alle comodità del “progresso”. In zona non ci sono né linea telefonica né connessione internet, tanto che per le ricerche Tim ha mandato un camion ripetitore per consentire ai soccorritori di comunicare tra loro. In tanti non capiscono come Nicola Tanturli sia potuto scappare da casa percorrendo 3 chilometri su una mulattiera e sia potuto sparire così a lungo, facendo tutto da solo. Invece è tutto così semplice. Sta tutto nella scelta della sua famiglia di vivere una realtà diversa da quelle delle nostre città

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La mulattiera percorsa da Nicola. I 3 chilometri un adulto li percorre in 40 minuti

La famiglia del piccolo Nicola, ritrovato grazie all’acuto udito del giornalista Rai Giuseppe di Tommaso che lo ha sentito piagnucolare in fondo a una scarpata e lo ha chiamato sentendosi rispondere “Mamma! Mamma!”, vive in un luogo sconosciuto ai più: nel comune di Palazzuolo sul Senio. Non nel minuscolo paese della Città Metropolitana di Firenze, in odor di Romagna (è sul versante romagnolo dell’Appennino), un borgo che conta poco più di 1.100 abitanti, ma nella campagna circostante, nella frazione di Campanara, in un casolare isolato da tutto, raggiungibile solo grazie a una mulattiera, a un paio di chilometri da una comunità che vive di agricoltura biologica e artigianato. In zona tanti sono i vecchi insediamenti trasformati in cascine e agriturismi. Papà Leonardo e mamma Giuseppina, detta Pina producono e vendono miele prodotto dalle api di 500 arnie. Poi allevano animali e coltivano la terra per il sostentamento diretto della famiglia che comprende anche un altro figlio che ha 4 anni.

Pina, risulta aderente all’associazione Campi Aperti per la sovranità alimentare che si basa su economia di relazione (preferita all’economia di mercato), filiera corta, agricoltura biologica e “contadina” (in antitesi a quella “industrializzata”), sostenibilità ambientale, prezzo equo che spesso non si ottiene avviando i prodotti alla filiera del commercio perché, ovviamente, più sono i passaggi, minore è il guadagno del produttore, maggiore è il prezzo per il consumatore. Inoltre l’associazione sorveglia anche sulla correttezza del rapporto di lavoro di eventuali lavoratori salariati e crea una rete di economia solidale attraverso la creazione di nuove relazioni tra produttori e consumatori, stimolando «la realizzazione di un vero e proprio Distretto di Economia Solidale».

Sulla scheda del sito Pina racconta: «Mi sono avvicinata al mondo contadino nel 2009 dopo una laurea triennale in Scienze sociali. Mi sembrava assurdo saper utilizzare un pc e non aver mai piantato un pomodoro, non saper più riconoscere una pianta velenosa da una che cura, calpestare buonissime erbe mangerecce, quale legna usare per dei manici o dei recinti» e aggiunge: «non volevo sfruttare né essere sfruttata».

C’è tutta una filosofia di vita in queste parole. Una scelta che spiega il mondo che non può capire la gran parte di chi oggi commenta sui social che un bimbo di 21 mesi non sarebbe in grado di allontanarsi tanto da casa da solo. Forse un bimbo di città, oggi. Ma Nicola è cresciuto nella libertà contadina di un casolare isolato e senza pericoli di auto in transito o di persone malintenzionate in giro, nella natura che, quindi, non gli fa paura, certamente educato all’autosufficienza sin da subito. È abituato a gironzolare anche a qualche decina di metri da casa. Certamente, visto che la sua famiglia fa una vita contadina, è cresciuto nell’indipendenza e non c’è da stupirsi che si sia infilato i sandalini da solo prima di uscire di casa. E che si sia appeso alla maniglia della porta come aveva visto fare al fratellino più grande. Forse, in quella notte di luna quasi piena, ha sentito il verso di un animale e lo ha seguito. Chissà? Probabilmente è andato a trovare le caprette che la famiglia alleva e che si trovano a un centinaio di metri da casa, con addosso la magliettina rossa con cui mamma e papà lo avevano messo a letto.

È un mondo naturale, totalmente diverso da quello della gran parte del mondo occidentale, lontano da tutti noi. Un mondo che discende dall’evoluzione della controcultura statunitense che affonda le radici nel libro dello scrittore e filosofo nordamericano Henry David Thoreau che, nell’Ottocento, per due anni due mesi e due giorni decise di vivere in una capanna, costruita in gran parte da solo, sulle sponde del lago Walden nel Massachusetts. Raccontò poi tutto nel libro “Walden ovvero Vita nei boschi”. La natura è per Thoreau non un semplice strumento per il raggiungimento di conoscenze ideali di ordine superiore, bensì oggetto ultimo della pratica filosofica, fonte di benessere e soluzione esistenziale. La Beat Generation fa riferimento all’esperienza di Thoreau e nella sua forte volontà di un ritorno alla natura in contrasto con la crescente modernizzazione delle metropoli americane. Allen Ginsberg, Jack Kerouac e Gary Snyder sono solo alcuni tra gli scrittori che si rifanno espressamente a Thoreau e al suo libro come esempi di libertà dalle convenzioni moderne. Più in generale Walden è ritenuto uno dei primi romanzi ecologici ed ha influenzato il pensiero ecologico contemporaneo, comprese le sue frange più estreme. Come estrema può essere la scelta di vivere di agricoltura di sussistenza lontano da tv e cellulari. E non c’è da stupirsi che il padre di Nicola, Leonardo Tanturli, che ha fatto questa scelta per sé e per la sua famiglia si trovi in imbarazzo davanti a una selva di microfoni e a tutta quella modernità che lo ha investito. Stupisce, piuttosto, che qualcuno prenda spunto dai mancati sorrisi in favore di telecamera e dal mancato eloquio in un momento tanto difficile da parte di un uomo non certo avvezzo ai selfie e ancora sotto shock, per avanzare sospetti. Per mettere la cosa in chiaro, i Carabinieri contemplano come origine di tutto quanto è accaduto solo l’allontanamento volontario del bambino.

La ricostruzione

Nicola era scomparso nella notte tra il 21 e il 22 giugno. La ricostruzione racconta che il piccolo, insieme al fratellino, è stato messo a letto alle 18, orario da contadini d’altri tempi, mentre i genitori sbrigavano le ultime faccende.

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Di solito il bimbo dormiva fino al mattino. Invece quella notte s’è svegliato, s’è infilato i sandaletti, s’è alzato sulla punta dei piedini e si è appeso alla maniglia per aprirla: è bastato perché la porta non era chiusa a chiave. Mamma e papà stavano ancora lavorando nell’orto, a poche decine di metri da casa. Poi si è inerpicato per la mulattiera sotto la luce della luna quasi piena. La notte stessa i genitori, appena hanno scoperto che il bimbo non era più nel letto, insieme gli amici del vicino villaggio di agricoltori, lo hanno cercato ed è parso loro di sentirlo piangere mentre perlustravano il bosco di castagni e di faggi. Il mattino dopo sono andati in paese a chiedere aiuto e tutti, sindaco e parroco in testa, si sono mobilitati. È stata denunciata la scomparsa ai carabinieri. In capo a pochissimo tempo c’erano mille uomini a cercare Nicola nei boschi: Vigili del fuoco, Soccorso alpino, Protezione civile, Forze dell’ordine, volontari. I sommozzatori hanno perlustrato un vicino laghetto. Sono stati fatti alzare droni con gli scanner termici: nulla è servito. Poi, stamattina, dopo 30 ore, il giornalista Giuseppe Di Tommaso, che aveva deciso di perlustrare la mulattiera, ha sentito un rumore che sembrava un lamento. Poteva essere un animale, ma ha tentato comunque di chiamare Nicola. E lui ha risposto: «Mamma! Mamma!». Il piccolo era in fondo a una scarpata, a 3 chilometri da casa sua e a un solo chilometro e mezzo dal gruppo di case di località Quadalto: se fosse riuscito ad arrivare fin lì lo avrebbero soccorso gli abitanti. L’inviato Rai ha chiamato i Carabinieri e il luogotenente a capo della stazione Danilo Ciccarelli si è calato per recuperare Nicola. Il piccino gli ha buttato le braccia al collo: infreddolito, affamato, assetato, con qualche graffio e un bernoccolo, ma vivo e in buone condizioni di salute. Ha chiesto subito della mamma che ha potuto riabbracciare poco dopo, come il papà. Poi con la madre è stato trasportato all’ospedale pediatrico Meyer di Firenze per accertamenti. Sarà probabilmente dimesso già domani, quando potrà tornare a giocare col fratellino nella casa rurale da cui è scappato la sera del 21 giugno. Potrà tornare a guardare le caprette e a correre tra i campi e tra gli alberi. Tornerà alla “Vita nei boschi” della sua famiglia, quella che tanti italiani più avvezzi all’asfalto e al cemento non possono capire.

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