Movida, i locali si pagano gli steward. Fipe Giovani chiede progetto “sociale”. Il Municipio pensa a Ponte Parodi

Già nelle scorse settimane sia le associazioni di categoria sia il Municipio Centro Est avevano chiesto un “piano movida”, senza essere ascoltati e ricevere risposte. A ieri sera nessuna ordinanza era stata attivata dal Comune. Tutto è stato abbandonato al caso e le conseguenze non si sono fatte attendere. Ora la Polizia locale rinforza i turni serali e notturni, ma non può essere l’unica strada. I controlli servono, ma senza un articolato piano è come svuotare il mare con un cucchiaio. I giovani di Fipe Confcommercio propongono in aggiunta un progetto integrato sociale e di coinvolgimento dei giovani e Carratù, presidente del Centro Est, lancia una concreta proposta-salvagente: uno spazio da organizzare con le categorie e le imprese ai margini della città vecchia

Nessun provvedimento, nessuna attenzione, nessun impegno, nessuna risposta sono stati predisposti in tempo. Siamo arrivati così, a Genova, alla fine del coprifuoco: allo sbaraglio. Con le ordinanze anti alcol non più in vigore. Senza alcun piano di controlli e sicurezza preparato, senza nemmeno che si sia pensato che un progetto approntato per tempo sarebbe stato necessario. Nonostante l’avessero chiesto le associazioni di categoria, nonostante lo avesse chiesto il Municipio Centro Est, peraltro a trazione omologa a quella di Tursi e con un presidente, Andrea Carratù, dello stesso partito (la Lega) degli assessori che si sarebbero dovuti occupare e preoccupare della cosa: quella a Commercio e Centro storico Paola Bordili e quello alla Sicurezza Giorgio Viale.

La politica muscolare e ideologica del solo bastone ha dimostrato di essere un fallimento perché (come quasi sempre è stato, peraltro) in questa città l’amministrazione non è stata in grado di attuare né il minimo accenno di politica sociale (il problema non è il centro storico, ma l’abuso di alcol da parte dei ragazzi) né di inventare soluzioni virtuose che, invece, altrove vengono usate con successo. Non si chiede di saper fare, ma almeno di aver l’umiltà (e la voglia di impegnarsi) di copiare chi invece sa fare o, almeno, ci prova. Che “provarci” sarebbe già un passo avanti

Questo ha creato grave disagio ai residenti e, dopo un tunnel di “non lavoro” di quindici mesi, ha danneggiato anche i locali sani della movida del centro storico. Quindici mesi per pensare a soluzioni per la mala movida e nemmeno un passo avanti fatto, anzi, l’arretramento rispetto a quelli che (anche se molto parziali) erano considerati ormai “capisaldi”: le ordinanze e i controlli.

«Come presidente del Civ di piazza delle Erbe posso dire che noi abbiamo fatto il nostro: nella nostra area non si sono verificati problemi – dice Marina Porotto di Fipe Giovani, presidente del Civ di piazza delle Erbe -. Come associazione posso sicuramente dire che un comportamento come quelli che si è verificato nelle scorse serate vanifica i nostri sacrifici di 15 mesi, mesi in cui abbiamo accettato chiusure forzate per il bene sanitario e la lotta al virus e non vogliamo che comportamenti scorretti da parte di alcuni gestori nonché della clientela rischino di farci tornare ad un coprifuoco se non peggio alla chiusura, perché oltre al danno alle nostre aziende che non potrebbero reggere ulteriori mesi chiuse o parzialmente aperte sarebbe un gravissimo danno per il tessuto commerciale del centro storico che perderebbe il presidio sano e la qualità dell’offerta».

E invece non solo non c’erano le ordinanze, ma nessuno tra quelli che dovevano provvedere, nonostante gli allert di associazioni e Municipio, ci ha pensato. Cosa è successo, perché tanta superficialità e noncuranza di un problema stra annunciato e stra prevedibile con la fine del coprifuoco e così dannoso per gli abitanti e le stesse imprese sane? «San Donato era ingestibile, pieno di ragazzini e alcol a basso costo a fiumi» racconta Porotto. Poi c’erano San Bernardo, via Giustiniani, salita Pollaiuoli e piazza Embriaci nel delirio. Questo lunedì sera, ma anche ieri sera, seppur in misura minore. Per lunedì, nonostante fosse prevedibile che la fine del coprifuoco e la compressione dei giovani che sono quelli che peggio lo hanno vissuto, si sarebbe sfogata nel caos, il Comune non aveva portato al Tavolo per l’Ordine e la Sicurezza in Prefettura la richiesta di dispositivi straordinari in un’occasione straordinaria. In zona, per turno, c’era la Polizia di Stato con un dispositivo ordinario che ha anche messo a repentaglio la sicurezza degli agenti. Una valanga le telefonate di protesta dei cittadini nel centro storico e il pattuglione (con l’Esercito) inviato a seguito delle richieste di decine di cittadini è stata accolto dalla folla con cori poco piacevoli e con lancio di bottiglie. Un sedicenne, riconosciuto grazie alle immagini delle telecamere, è stato riconosciuto e denunciato dalla Questura.

Ora l’assessore alla Sicurezza ha disposto (per i turni della Polizia locale nella zona movida, uno ogni tre giorni, stasera e, successivamente, sabato sera) un rinforzo delle pattuglie di Pl. Più articolatamente, il presidente del Municipio Carratù ha chiesto che venga interessata la Prefettura per una risposta coordinata delle forze di polizia.

Intanto, però, i pubblici esercizi sani di piazza delle Erbe, spiega Porotto, assolderanno a loro spese degli steward, nonostante le imprese escano da un periodo lunghissimo di mancato lavoro che ha portato a tutti problemi economici. Aiutare le attività economiche dopo la crisi non è, semplicisticamente, dargli due tavolini esterni gratis, ma è metterli nelle condizioni di lavorare serenamente e senza dover farsi carico di spese necessarie perché l’Amministrazione non è in grado di garantirgli le condizioni necessarie. Cosa che, come è sotto gli occhi di tutti, non è avvenuta.

A ieri sera le ordinanze “dimenticate” non erano state ripristinate, a stamattina non ne hanno notizia le associazioni di categoria. Entreranno in vigore entro il fine settimana?

Certo non si è mai usciti dalla (evidentemente inefficace) logica dell’intervento solo “muscolare”. Nonostante le reiterate richieste e proposte di Fipe Confcommercio e dei residenti che ora sono esasperati e pensano alla causa civile contro il Comune, iniziativa che ha avuto “soddisfazione” in altre città italiane dove si è arrivati ai risarcimenti.

«Serve una politica sui giovani e bisogna seguire due strade parallele: il controllo e sanzioni a ad avventori e locali irrispettosi, ma soprattutto una politica sociale» dice Porotto. Su questo secondo capitolo l’assessorato al Commercio e al Centro storico e il Comune tutto, contrariamente a quanto messo in atto da altre amministrazioni locali, è totalmente avulso da sempre. Al di là della totale assenza su tutti i fronti in vista della fine del coprifuoco (anche quello repressivo, evidentemente non sufficiente, che sembra l’unico che in passato Tursi abbia saputo percorrere) il Comune sembra inspiegabilmente allergico a iniziative sociali, di educazione, di coinvolgimento dei giovani per “conquistarli” a comportamenti virtuosi e compatibili con la vivibilità del quartiere senza rinunciare al divertimento.

«Serve un programma che crei interesse, divertimento, locali adatti ad un divertimento sano in cui ci sia musica, spettacolo – propone Porotto -. Bisogna creare terreno fertile ai pubblici esercizi virtuosi che danno qualità perché in questo modo diventano veicolo di promozione turistica della città, incentivando i locali virtuosi. Non è l’orario il problema quanto la qualità della clientela e quella la fanno i locali. Bisognava, e bisogna, creare incontri con la parte delle politiche sociali in modo da lavorare insieme a loro. Il problema dei giovani è l’alcol non è il centro storico. Capiamo dove intervenire con ad esempio programmazione di tour, spettacoli itineranti, piuttosto che uno spazio dove i ragazzi riescano a finire la serata divertendosi».

Una proposta intelligente al Comune viene dal presidente del Municipio Centro Est Carratù: «A nostro parere – dice – bisognerebbe parlare con l’Autorità Portuale e chiedere la disponibilità di Ponte Parodi, attualmente abbandonato e su cui non ci risultano progetti a breve termine. È un’area abbastanza lontana dalle case, fuori, ma vicino al centro storico. La nostra proposta è quella di creare lì, insieme alle associazioni di categoria e ai locali del centro storico eventi organizzati con postazioni di somministrazione gestiti proprio dai locali dei vicoli attraverso un bando simile a quello già messo in atto per l’Acquasola. Potrebbe essere creato un accompagnamento dei ragazzi in quell’area per finire la serata. Non deve essere un “via libera”, intendiamoci: ci dovrebbero essere controlli all’interno e all’uscita, anche per evitare l’abuso di alcol e le guide in stato di ebbrezza. L’assessorato al Commercio potrebbe preparare un bando col coinvolgimento di categorie e operatori con accordi su spazi commerciali e orari».

«A Barcellona sono state create zone relax post serata con musica e alcolici ma anche analcolici, acqua, bevande e convenzione taxi – aggiunge Porotto -. A Bergamo, in estate, spostano i locali della parte alta dando spazi gratuiti fuori le mura nel monastero di Sant’Antimo, con iniziative di qualità: jazz, musica d’ambiente dove ti diverti e bevi ma, non devi bere come unico modo per “far qualcosa”». A Genova? Il nulla e non ci si ricorda nemmeno della ripresa della movida alla fine del coprifuoco.

Altre città hanno quantomeno approntato un approccio virtuoso al problema del rumore. È il caso di Torino con una app e che potrebbe essere utilizzata a Genova, ad esempio (ma non solo) per accompagnare i ragazzi a Ponte Parodi quando il baccano nei carruggi arriva al livello di guardia.

La app del progetto torinese per il quartiere di San Salvario, visualizzando i livelli sonori sui tablet nei club e nei bar, nonché sui totem multimediali in strada, mira ad aumentare la consapevolezza sui problemi del rumore e coinvolgere i proprietari di bar e i frequentatori di discoteche in modi diversi per cambiare il loro comportamento. Diverse azioni vengono avviate dall’applicazione quando i livelli di rumore sono troppo alti, ma anche quando la folla riesce a ridurre i livelli sonori. Inoltre, vengono introdotti diversi incentivi economici per ridurre il rumore. In opzione è possibile scaricare anche un’app “Shhh” per telefoni cellulari, così da poter inviare messaggi chiedendo meno rumore in determinate zone. In tal modo, un senso di rispetto per la comunità è rafforzato attraverso l’impegno e la connessione con i residenti.

La app è collegata a una piattaforma open data che rende pubbliche le informazioni sull’inquinamento acustico (a Genova siamo ancora ridotti alla necessità da parte degli abitanti di fare richiesta al Comune di misurazioni a pagamento), sull’affollamento, sulla sicurezza.

Superare la soluzione solo muscolare, riduttiva e manifestamente insufficiente, si può e si deve fare. Certo, bisogna volerlo fare. Per il bene della città e del centro storico, per il diritto dei residenti di vivere e riposare, per i locali virtuosi e dei posti di lavoro che offrono, per la vocazione turistica dei carruggi. Va superata la “primordiale” caccia al chupitaro in prevalenza straniero, che è totalmente infruttuosa come è sotto gli occhi di tutti perché a somma di sanzioni quasi raggiunta per la chiusura dell’attività viene cambiato intestatario della licenza nel caso dei pubblici esercizi o si apre una nuova azienda e si ricomincia daccapo nel caso di artigiani alimentari e negozi, avendo, di fatto, sprecato risorse e uomini della polizia locale e delle forze di polizia. Non si capisce per quale curioso fenomeno questo sia chiaro a tutti meno che all’Amministrazione comunale.

Le soluzioni reali ci sono, non averle percorse, continuare a non volerle percorrere, qualsiasi sia il motivo, è una precisa responsabilità dell’Amministrazione sia nei confronti degli abitanti, sia in quelli degli imprenditori sani e del loro personale. In definitiva, nei confronti della città.

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