Pestarono giornalista, poliziotti condannati a 40 giorni con rito abbreviato

Stefano Origone fu malmenato a calci e con lo sfollagente. Secondo il Gip, i poliziotti lo avevano scambiato per un manifestante. Sono stati condannati per lesioni colpose ed eccesso colposo nell’uso legittimo delle armi. Il pm aveva chiesto 1 anno e 4 mesi ciascuno. Per Ordine e sindacato dei Giornalisti: <Stefano Origone era laddove il dovere di fare di cronaca gli imponeva di essere ed è stato vittima di un pestaggio che non ha cittadinanza nell’ordinamento democratico>. Per il sindacato di polizia Fsp, durante le manifestazioni <cui ci si può trovare a dover fronteggiare una violenza furiosa> e <Quei poliziotti stavano facendo il proprio lavoro>

Luca Barone, Angelo Giardina, Stefano Mercadanti e Fabio Pesci, i 4 agenti riconosciuti come responsabili del pestaggio del giornalista di Repubblica Stefano Origone nella foto in copertina) durante una manifestazione antifa organizzata contro un comizio di Casapound e finita in scontri con la Polizia, sono stati tutti condannati con rito abbreviato dal giudice per l’udienza preliminare Silvia Carpanini a 40 giorni. Il pubblico ministero Gabriella Dotto aveva chiesto 1 anno e 4 mesi per lesioni dolose che, però, non sono state riconosciute. Il procuratore aggiunto Francesco Pinto si riserva di impugnare la sentenza dopo aver letto le motivazioni.

Secondo il Gup, i quattro non avrebbero riconosciuto Origone, che, come da dovere professionale, si trovata in mezzo agli scontri come giornalista, per poi raccontare quel che aveva visto. Nel corso del pestaggio aveva gridato di essere un giornalista, ma i colpi si erano fermati solo quando un girigente di polizia lo aveva riconosciuto ed era intervenuto. Per i quattro poliziotti, così hanno dichiarato, era un manifestante: Magari uno dei casseur che stavano dando libero sfogo alla loro violenza. Carpanini ha anche concesso la sospensione condizionale della pena e la non menzione della condanna nel casellario giudiziario. Dovranno pagare i danni morali al giornalista.

Per Ordine e Associazione ligure dei Giornalisti <Anche la verità processuale, quindi, ha accertato la responsabilità – sia pure colposa – dei quattro imputati e confermato quanto già subito evidente nell’immediatezza dei fatti: Stefano Origone era laddove il dovere di fare di cronaca gli imponeva di essere ed è stato vittima di un pestaggio che non ha cittadinanza nell’ordinamento democratico. Si conferma che il lavoro dei giornalisti – al pari di ogni altro – non è mai esente da rischi, ma l’esigenza di raccontare, documentare un fatto non è temeraria o imprudente ma bensì fondamentale per soddisfare il diritto dei cittadini ad essere informati. Il sindacato dei giornalisti della Liguria, sostenuto dalla Federazione nazionale della stampa italiana, e l’Ordine dei giornalisti della Liguria esprimono soddisfazione per la sentenza e ringraziano i colleghi che ancora ieri hanno presidiato la sede del tribunale rinnovando solidarietà e vicinanza al collega e una richiesta di giustizia che non riguardava solo la tutela di un giornalista e del diritto di fare cronaca, ma una più profonda necessità di non lacerare il patto di fiducia tra cittadini e tutori dell’ordine>.

Per Valter Mazzetti, segretario generale Fsp Polizia di Stato: <Le pronunce giudiziarie come sempre si rispettano ma, in attesa di conoscere le motivazioni della condanna degli agenti coinvolti nel caso Origone, è pur lecito fare una riflessione, soprattutto considerato il non peregrino rischio che come al solito qualcuno ceda alla tentazione di gridare ‘all’abuso di vili torturatori’, partendo con la consueta criminalizzazione e delegittimazione degli operatori in divisa. Ma, soprattutto, per tornare a chiedere con tutta la forza possibile che alle manifestazioni di piazza siano presenti anche i pm di turno. Di fronte a vani tentativi di “dissezionare” chirurgicamente da comode poltrone interventi delicati, caotici e complicatissimi, è sempre necessario invitare a tentare solo di immaginare un contesto esagitato ed estremamente confuso, di vera e propria guerriglia che si protrae così a lungo, in cui le dotazioni come ad esempio i caschi di servizio limitano sia le percezioni uditive che visive laddove, oltretutto, quasi sempre i giornalisti non indossano pettorine o segni di riconoscimento, in mezzo a facinorosi scatenati da cui, evviva Dio, i poliziotti dovranno pur difendersi. Ebbene, pretendere che in questi contesti, in cui ci si può trovare a dover fronteggiare una violenza furiosa, un operatore sia perfettamente freddo, distaccato e tranquillo, come un qualsiasi burocrate dietro a una scrivania è contestabile. Dire ‘si può difendere, con due manganellate ma non tre’ lascia alquanto perplessi. Quei poliziotti a Genova stavano facendo il proprio lavoro. Certe esperienze, certe sensazioni, emozioni e paure si possono comprendere solo se vissute sulla propria pelle, altrimenti ricostruire e valutare certi stati d’animo rischia di diventare un fantasioso esercizio di immaginazione ben lontano dalla cruda realtà. Ecco perché i pm dovrebbero essere presenti a cortei e manifestazioni, per avere un osservatorio reale e concreto di ciò che accade>.

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