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Sessant’anni fa “Tutto il calcio minuto per minuto”, “genovesi” protagonisti

Roberto Bortoluzzi, napoletano, trapiantato a Milano con casa sulle alture di Quinto, dove trascorrerà la pensione. E poi Alfredo Provenzali, sampierdarenese e sampdoriano senza mistero, Enrico Ameri che da giovane aveva vissuto a Busalla. E tutti gli altri


di
Andrea Ferro

Nel tinello o sul prato, al bar come sul lungomare la messa laica della domenica era un’onda sonora che riempiva l’atmosfera della giornata festiva, all’epoca ben riconoscibile nella sua forma di stasi della settimana con iconografie urbane fatte di serrande abbassate e passi rallentati. La “funzione” echeggiava nella distorsione di segnali instabili, talvolta gracchiava metallica dai transitor. Eppur si manteneva comunque emotivamente nitida e chiara in ossequio di una liturgia che non contemplava distrazioni. A celebrarla voci e suoni di sottofondo che trasportavano passioni, “sofferenze”, attese, gioie e delusioni agganciate alla sfera di cuoio che rotola con le sue bandiere al vento, un tempo vessilli di un’identità territoriale.

“Tutto il calcio minuto per minuto” iniziava sessant’anni fa (era il 10 gennaio 1960), e lungo almeno un trentennio ha rappresentato il monopolio della comunicazione istantanea ed ecumenica del rito pallonaro, il senso e la magia pura della radio. Per un paio di generazioni quel rito officiato dai suoi sacerdoti ha costituito “un posto delle fragole” nel quale rannicchiarsi e trovare rassicurazione alla fine della settimana pur consapevoli dell’incertezza sul gusto del frutto da cogliere una volta maturato in quello spicchio di tempo definito. I sacerdoti, appunto, voci senza volto riconoscibili nei timbri come nelle gerarchie. Alcuni dei quali genovesi o a Genova legati.

“Riceviamo da Udine, undecimo, locali in vantaggio, Udinese 1 Atalanta 0, Papais…”, oppure “il signor Corvaia dalla regia può mandare in onda la sigla…”; parlava così dallo studio centrale Roberto Bortoluzzi, severo cerimoniere che faceva dell’essenzialità la sua autorevolezza scrostata da ogni tentazione autoreferenziale. Napoletano, trapiantato a Milano con casa sulle alture di Quinto, dove trascorrerà la pensione.

Prima di diventare giornalista aveva vissuto a Busalla Enrico Ameri, prima voce, primo campo, primatista assoluto di ritmo, irraggiungibile e modernissimo nella narrazione vibrante ma mai urlata. Perfettamente complementare al presunto rivale, Sandro Ciotti, che di genovese (dicono le leggende) aveva il rapporto con il denaro. Narratore e commentatore raffinatissimo, con un lessico da fioretto e da metafora dentro la voce roca.

E poi Alfredo Provenzali, sampierdarenese e sampdoriano senza mistero, galante ed elegante di fronte all’evento sportivo e capace di esercitare uno stile preciso in ogni situazione col garbo del gentleman che sa sempre stare al gioco.

Dagli Anni Ottanta Emanuele Dotto, preciso e rigoroso, poliedrico (ha raccontato praticamente tutti gli sport), una specie di “google” umano capace di sfornare citazioni e riferimenti storico-geografici da agganciare anche ad una rimessa laterale nel segno di un’originalità che scansa l’omologazione. E dopo un po’ di anni Paolo Paganini (poi diventato volto di Raisport) Tarcisio Mazzeo (oggi caporedattore alla sede Rai di Torino), Renzo Trotta, Marco Fantasia, Enzo Melillo (questi ultimi due figli della “Meglio Gioventù” delle radio libere) e Rita Lucido.

Figurine di un album che col tempo ha perso la sua riconoscibilità rimanendo un suono debole rispetto al frastuono dello show televisivo sull’altare del quale è stato offerta in sacrificio la frammentazione dei giorni e delle emozioni. Un altro mondo, un altro racconto. A noi resta caro quello originale, forzatamente inimitabile che iniziò 60 anni e che per un po’ ci accompagnò nei brividi di una diretta polifonica di tipi e di caratteri aspettando, sognando, temendo il soffio di un’interruzione, del boato, dello“scusa intervengo da…” a marchiare la domenica che era proprio domenica.

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