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Da vent’anni non abbiamo più Fabrizio. De Andrè, il poeta della Genova più vera vive nel cuore dei genovesi

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(Foto gentilmente concesse da Stefano Goldberg – Publifoto)

Attoniti, incuranti del vento gelido e della pioggia che spazzavano, quel giorno, piazza Carigano. Così migliaia di genovesi rendevano l’ultimo omaggio al Fabrizio De Andrè poeta che ha cantato la città, raccontandone la sua vera anima, il cantautore che ha saputo uscire da quella Genova borghese in cui era nato (figlio di un vice sindaco repubblicano, direttore generale e operativo, poi amministratore delegato e infine presidente dell’Eridania) e guardare oltre per vedere e raccontare gli ultimi, quelli che vivevano in un centro storico allora completamente abbandonato e degradato sotto il profilo non solo urbanistico, ma anche sociale.
Il 13 gennaio 1999, due giorni dopo la sua morte, l’intera città gli si era stretta attorno, sinceramente addolorata per la scomparsa di un uomo che l’aveva amata molto, che aveva saputo amarla per come era, con i suoi difetti e i suoi problemi, perché <Dai diamanti non nasce niente, dal letame nascono i fior>.
La piazza era gremita all’inverosimile, all’ombra della basilica dell’Assunta che guarda dall’alto il centro storico scenario di tante delle store raccontate dal poeta cantautore. Laggiù, in basso, ancora da terminare, le case della Marina Porto Antico, dove De Andrè, rompendo un silenzio di anni, aveva raccontato al Corriere Mercantile durante il Festival Internazionale di Poesia (al quale aveva partecipato nel pubblico, per salutare l’amico scrittore Alvaro Mutis, autore del libro “Ilona arriva con la pioggia” da cui è stato tratto l’omonimo film la cui sigla di coda è la canzone “Smisurata preghiera”) di voler comperare una casa per tornare nella sua città dopo anni vissuti tra la Sardegna e Milano. Non visse abbastanza per vedere la fine dei cantieri. A chi raccolse quelle prime parole dopo tanto silenzio, quell’ulteriore testimonianza di amore per la città, la mattina dei funerali Genova sembrò più orgogliosa che Superba, più fredda e più sola, ma ricca della consapevolezza di aver potuto godere dell’amore profondo di uno dei più grandi poeti italiani del Novecento.
Quel giorno, a Carignano c’erano davvero tutti. I notabili della città e gli ultimi, i travestiti dell’ex Ghetto ebraico. C’era una Fernanda Pivano affranta. Attorno alla famiglia, la moglie DoriGhezzi e i figli Cristiano e Luvi, si sono strette diecimila persone. Tra queste Paolo Villaggio, Beppe Grillo, Vasco Rossi, Ivano Fossati, Fiorella Mannoia, Teresa De Sio, Fernanda Pivano, Antonio Ricci, Nico dei New Trolls, Mauro Pagani, Bruno Lauzi, Roberto Vecchioni.
<Tu sei stato un cavaliere che cavalca il deserto. Invochiamo per te di potere correre nei pascoli del cielo> ha detto dall’altare don Antonio Balletto, amico di famiglia, che ha celebrato la funzione delle esequie.
Mentre la bara usciva dalla basilica è stata eseguita l'”Ave Maria sarda” composta da De André mentre dalla folla si alzava uno scrocio di applausi.

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Ringraziamo il fotografo Stefano Goldberg che ci concede l’onore di pubblicare in esclusiva sul web, le sue foto di quella mattina in cui il cuore di Genova si fermò e pubblichiamo, di seguito, il suo ricordo.

Non ricordo come la notizia mi sia arrivata ma ricordo perfettamente l’incredulità di tutti: De Andrè è morto.
La mattina del funerale giravo come un matto cercando un punto per fotografare, cosa praticamente impossibile data l’enorme quantità di persone che stava affluendo in Piazza Carignano.
Ero da poco entrato come fotografo in Publifoto e chiesi per telefono allo Studio di contattare la portineria dell’Ansaldo per farmi entrare nel palazzo che era proprio di lato alla Basilica.
Da una finestra aperta ai piani alti dell’edificio ho iniziato a fotografare la marea di gente che si radunava fuori dalla chiesa, fotografavo e pensavo che se ne era andata una persona credibile che con le sue canzoni ci aveva dato un pò più di consapevolezza su certi aspetti della vita.
Non potendo muovermi dall’unica postazione che avevo trovato ho lasciato fluire il racconto, fotografavo e cambiavo le ottiche mentre dalla piazza saliva il silenzio rotto da applausi e movimenti lenti che cercavano di convergere prima verso l’uscita della chiesa e poi verso la macchina nera.
Di tante fotografie scattate quella mattina due mi sono rimaste incastrate negli occhi, la prima è una veduta larga della piazza con migliaia di persone e definita dai tetti delle macchine posteggiate in fila indiana; la seconda racconta più da vicino una cassa alzata sopra le teste di tutti, sospesa, visibile e definitiva.
In questa seconda fotografia ci sono mani che applaudono, gente in silenzio, c’è chi fotografa e chi ha il pugno chiuso e teso, un signore si toglie il cappello, una mano accarezza Fabrizio.
La prima volta che le ho rese pubbliche è stato quattro anni fa quando le ho date a Monica Di Carlo, amica e giornalista del Mercantile che le ha pubblicate in esclusiva.
Stefano Goldberg


Oggi in molti “mettono il cappello” su Faber. Dimenticando forse che non era un menestrello da canzoni romantiche, non era il cantautore di tutti. Il suo album “Storia di un impiegato”, ma anche “La buona Novella” e tutte le canzoni che raccontano gli ultimi, dai travestiti ai rom cantati nell’ultimo disco nella canzone “Khorakhanè” (il nome dei rom musulmani) sono un manifesto contro l’ipocrisia borghese, le discriminazioni, le ideologie di destra.

E se credente ora
Che tutto sia come prima
Perché avete votato ancora
La sicurezza, la disciplina
Convinti di allontanare
La paura di cambiare
Verremo ancora alle vostre porte
E grideremo ancora più forte
Per quanto voi vi crediate assolti
Siete per sempre coinvolti
(La canzone del Maggio, 1973)

 

Noi De Andrè lo vogliamo ricordare così. Con due canzoni

La maggioranza sta
recitando un rosario
di ambizioni meschine
di millenarie paure
di inesauribili astuzie

Coltivando tranquilla
l’orribile varietà
delle proprie superbie
la maggioranza sta
come una malattia
come una sfortuna
come un’anestesia
come un’abitudine
per chi viaggia in direzione ostinata e contraria
(Smisurata Preghiera, 1996)

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