L’ultima notte dell’Antica Caffetteria Cabona, per la movida finisce un’era

L’ultima sera dell’Antica Caffetteria Cabona di via San Bernardo, cuore della movida. L’ultima dopo infinite sere, tutte quelle degli ultimi 18 anni, per uno degli ultimi bar del centro storico che ancora mantengono l’atmosfera del tempo che fu. Le bottiglie in fila su uno scaffale fané coperto di specchi, il banco frigo con i toast da cuocere, il flipper e il biliardino. La mattina l’immancabile striscia di focaccia, le olandesine e cannoli di pasticceria serviti da papà Giulio Artioli, ex comandante di Marina e poi dirigente di una di quelle aziende di Stato che ormai non ci sono più o sono ridotte al lumicino, e mamma Lucia, la donna che fa il caffè più buono dei carruggi e confida che il segreto sta tutto nella macinatura.
Cocktail la sera con Andrea che a 45 anni ha deciso di dare una svolta alla sua vita e di cedere. Sono anni che si costruisce l’uomo che è diventato. 4 anni e mezzo fa ha smesso di bere e lo rivendica con orgoglio: <Senza prendere medicine né andare dallo psicologo>. Un giorno ha posato il bicchiere ed era giugno. È arrivato fino a San Silvestro e non ha brindato al nuovo anno. In quei sei mesi ha distratto la mente incollando i bollini del latte Oro per la raccolta punti e a ogni cliente che lo comprava chiedeva se poteva tenere per sé la fascetta. Perché “il Cabona” è anche latteria, quella dove puoi mandare il bambino a comprare il burro senza accompagnarlo e sorvegliandolo dalla finestra, quella dove chi compra lo yogurt e chi vuole le bottiglie “della Centrale” fino a stasera poteva farlo fino alle tre di notte.
Da domani non sarà più così: la famiglia Artioli ha venduto. E ci ha messo un po’, perché Andrea voleva non solo chi desse garanzie per il suo conto in banca, ma anche alla vivibilità della zona. Ha scartato più di una proposta, per il timore di portarsi dentro la responsabilità di vedere aperto nel locale che è stata la sua vita uno di quei bar che ora impestano la vicina zona di San Donato, quelli di gestori asiatici che a turno vengono chiusi per un periodo dal Questore perché pizzicati a vendere alcol ai minori o perché all’interno succede una rissa. Quelli che avvelenano la vita dei residenti e dei colleghi che gestiscono locali sani.
Non che Andrea sia nato imparato, per carità. C’è stato un tempo ormai lontano in cui le multe per schiamazzi piovevano ogni volta che la polizia locale passava di lì. La sua fortuna? Che i pattuglioni non fossero frequenti come oggi. Andrea lo sa, non lo nega, ma va orgoglioso del percorso non solo professionale, ma anche umano, di crescita che ha fatto con le sue sole forze se si eccettua la presenza costante dei genitori al suo fianco. Quel percorso che stasera registra una tappa importante: l’ultima serata con quei clienti che, lo si capisce dalle parole di Andrea, sono prima di tutto amici. La commozione prende il sopravvento, scatta l’amarcord della movida del tempo che fu, quella di quando un pugno di locali raccoglievano qualche centinaio di forzati della notte, sempre gli stessi. Poi il boom, il tempo in cui tutti i bar erano stracolmi e ne aprivano altri, magari solo la sera, magari senza dare un servizio al territorio come ha, invece, sempre fatto il Cabona. Che è sempre stato una famiglia, una grandissima famiglia che annulla le differenze quando si è tutti davanti al bancone con un bicchiere in mano.
Ci sono i pensionati, ma anche i più giovani movidari, quelli che se vogliono bere devono presentarsi con la carta d’identità e provare di essere maggiorenni per non doversene andare a becco asciutto. Poi i vecchi abitanti dei carruggi, che si conoscono tutti e passano per l’aperitivo, da consumarsi rigorosamente in piedi davanti al bancone. Coincidono in parte con quelli che al Cabona vanno a vedere la partita trasmessa in due salette diverse una, più grande, per il Genoa. L’altra, più piccola, per la Samp. Il derby al Cabona è sempre stato uno spettacolo di per sé grazie alla varia umanità che si è sempre data appuntamento lì, con le sue cabale e gli sfottò.
Personaggi un po’ felliniani quelli che si sono dati appuntamento al Cabona per tanti anni, come per certi versi lo è lo stesso Andrea. Uomini e donne attori comprimari della vita di un quartiere che è quasi un paese, alcuni con toni grotteschi e caricaturali, capaci di visioni oniriche di grande suggestione. Ognuno con le sue manie, con i suoi dolori, le sue speranze, il suo particolarissimo carattere. Insieme hanno costruito una comunità non codificata che da stasera resterà senza patria e orfana del padrone di casa. Quello che urla “la porta!!!” ogni volta che qualcuno la apre per uscire perché lui è da un po’ che non prende più multe per il baccano e ci tiene a mantenere integra la sua nuova reputazione. Se una volta non lo fa, lo urla in coro la clientela. Andrea ha imparato con precisione maniacale leggi e regolamenti del suo mestiere e su essi si confronta ormai quasi alla pari coi cantuné che tanti anni fa lo hanno multato perché il volume dello stereo era troppo alto. Ha imparato cosa si fa per convivere pacificamente con gli abitanti. Una regola Andrea non ha mai cambiato: al Cabona non si spaccia. E se entra qualcuno che sembra non volerla rispettare o dà fastidio ai clienti, i prezzi, sempre rimasti popolarissimi, lievitano improvvisamente, perché il nuovo avventore non si senta il benvenuto e capisca che non deve tornare.
Andrea ha aperto il Cabona, dopo aver lavorato dall’età di 19 anni e mezzo in un ormai leggendario circolo di Stradone Sant’Agostino, il Roger. In zona c’erano ancora le prostitute magrebine e il recupero di quella parte dei vicoli non era ancora cominciato. Però di giorno c’erano ancora i negozi di una volta: il salumiere che fasciava la merce con la carta blu e il nastrino rosso e il macellaio. Ormai, a parte la storica drogheria Torrielli, i negozi sono quasi tutti pubblici esercizi o artigiani alimentari. Via San Bernardo è completamente cambiata. Ma dentro il Cabona il tempo sembra non essere mai passato. Ci sono i vinili appesi alle pareti, il manifesto dedicato a Faber, il bagno con la porta piccola piccola, le volte coperte di antiche piastrelle bianche come era comune, una volta, nei bar e il mosaico anni Settanta alle pareti. Qui sono nati, cresciuti e a colte morti parecchi amori, i clienti delle notti brave sono tornati coi figli a comprare il latte, sono soprattutto nate solide amicizie. Qui per 18 anni sono passati operai, portuali, spazzini, giornalisti, avvocati, dj, attori, cabarettisti, gli equipaggi degli yacht del Porto Antico. E tanti musicisti. Perché Andrea ama il jazz e il locale è stato anche fucina di festival anche recenti che si sono poi svolti in giro per la città. Lui è anche presidente di Assoartisti Confesercenti. La sera tardi, però, la musica nel locale diventa adeguata alla giovane clientela e dal jazz si passa ai ritmi che ascoltano i ventenni. Poi, alle 3, cala la serranda e Andrea si avvia verso casa a piedi, con lo zaino in spalla. Stasera lo farà per l’ultima volta. Da domani tutto questo non ci sarà più. Finisce un mondo e inevitabilmente si scatenerà la nostalgia. Noi salutiamo Andrea così, con mezz’ora di intervista in cui racconta la movida che è stata e quella che è, in cui descrive se stesso e il suo percorso e passa in rassegna le storie dei clienti del locale, salutando tutti commosso e ringraziando <perché in questi anni mi hanno dato tanto a livello umano e di avermi anche dato da mangiare>. Ogni pezzo dell’arredo del locale finirà a uno dei clienti storici, compresa l’insegna.
Chi scrive, soprannominata ironicamente e allo stesso tempo benevolmente da Artioli “La Cnn del centro storico”, ha trascorso diverse serate a scrivere al computer portatile seduta a un tavolino del Cabona. E domani, passando davanti alle serrande chiuse, non potrà fare a meno di pensare che via San Bernardo non sarà mai più la stessa.
Grazie a te Andrea. A presto.

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