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Decreto, audizioni al Parlamento: 40 organizzazioni unite presentano la piattaforma-Genova

Compatti, dagli industriali ai commercianti, dal porto ai sindacati, dagli artigiani ai trasportatori, fino ai liberi professionisti. Tutti insieme, con un’unica proposta firmata da ogni singola organizzazione e, in testa, la Camera di Commercio a sintetizzare le esigenze della città riunite in una “piattaforma Genova”

Mettere rimedio alla scarsezza di contenuti economici e operativi del decreto. Il mondo del lavoro ha portato a Roma un “dissenso costruttivo”, pieno di proposte, illustrate alle audizioni in Parlamento, con una missione: spiegare di cosa hanno bisogno Genova e la Liguria, fare capire che se le richieste non saranno esaudite Genova sarà davvero in ginocchio e senza la possibilità di rialzarsi
Tra queste, la sede dell’Agenzia nazionale per la sicurezza delle infrastrutture. Perché, ha spiegato il direttore generale della Camera di Commercio Maurizio Caviglia <deve essere un gesto simbolico>. Bisogna che sia nella nostra città <Per ricordare che Genova ha pagato con la vita di 43 persone e con moltissime altre che hanno perso tutto>.
Caviglia ha indicato con precisione metodica, da tecnico, articolo per articolo, come il decreto emergenze debba essere riempito: servono la cassa in deroga, fondi per i porti, personale non solo per il comune e le partecipate ma anche per l’agenzia delle Dogane e i Monopoli. Poi fondi reali e proporzionati per le aziende a rischio chiusura a causa del crollo del ponte: 1510 nella zona ristretta, 14 mila nell’area intorno. I danni stimate alle imprese ammontano a circa 400 milioni di euro tra mancati incassi e maggiori oneri. Una delle richieste più pressanti è l’abolizione sul tetto al gettito Iva che deve tornare al porto e alla città. L’abolizione di una vecchia tassa di ancoraggio che era nazionale e che è rimasta ormai solo nel porto di Genova e ci condanna a uno svantaggio competitivo.

Paolo Odone, presidente della Camera di Commercio, ha parlato di una città con 570 mila abitanti (con 100 mila stranieri che mandano a casa quello che guadagnano) e 30-40 mila appartamenti vuoti, di aziende che senza cassa in deroga, chiuderanno e non apriranno più, di infrastrutture che mancano e di collegamenti difficili e onerosi (la delegazione delle attività produttive per prendere l’aereo del mattino ha speso 15 mila euro perché quel volo è carissimo). <Siamo un’isola infelice – ha detto Odone – e questa cosa ci penalizza in maniera impressionante. Siamo stati vittima di una deindustralizzazione selvaggia>. Ha sottolineato l’unitarietà della posizione di 40 organizzazioni, da quelle datoriali alla Culmv, dai sindacati al mondo delle professioni. Obiettivo: trasformare la crisi in opportunità.
Ad esempio con un progetto per le aree della Valpolcera, in particolare nell’area del ponte, quello suggerito anche da Renzo Piano.

 

 

Forte il richiamo alla necessita della cassa in eroga anche da parte di Giovanni Mondini, presidente di Confindustria che ha denunciato con forza la carenza di infrastrutture già prima della caduta del ponte e ha parlato di terzo valico, gronda, nodo ferroviario. Mondini ha chiesto con forza la revisione dell’articolo 1 del decreto che esclude attualmente le società concessionarie di autostrade ed espone a ricorsi che rendono incerti i tempi di ricostruzione.

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