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Barbagelata, una leghista ricorderà l’incendio nazifascista con le parole di Calamandrei

Il più alto paese del genovesato fu dato alle fiamme per ritorsione contro i residenti nel 1944 perché aiutavano i partigiani i quali avevano ricambiato portando l’elettricità nel paese. Oggi Barbagelata conta solo 17 anime: quel che resta dopo l’emigrazione di massa. Oratrice per il Comune sarà Lorella Fontana

74 anni e due giorni dopo l’incendio che divorò le case, appiccato dai nazifascisti, si terrà domani la commemorazione della più brutta pagina della lunga storia di Barbagelata di Lorsica. A rappresentare il Comune di Genova sarà una leghista, la capogruppo in consiglio Lorella Fontana, accompagnata dal gonfalone della città. L’appuntamento è alle 9.40 al passo della Scoglina, con proseguimento proprio a Barbagelata, dove sarà ricordato il contributo della gente dell’Appennino alla guerra di Liberazione e del terribile incendio messo in atto dopo il saccheggio per punire la gente del paese per aver aiutato i partigiani.

 Tra storia e geografia

Barbagelata, un pugno di case sul crinale a cavallo tra Val Trebbia, Val d’Aveto e Valle Sturla, si trova a 1115 metri sul livello del mare ed è per questo il paese più elevato del territorio della Città Metropolitana di Genova. In sostanza, un pugno di case gettate sulla cima di un monte almeno dal XV secolo quando vi nacque il pittore Giovanni da Barbagelata (appunto), che pure nel paesini ci visse assai poco per trasferisi ancora piccolo in città dove gestì poi la bottega in via San Lorenzo e divenne pittore “di moda”. I suoi natali ci consentono, comunque, di sapere che le case in pietra hanno fondamenta secolari. Passano gli anni, e la gente di Barbagelata continua a vivere tra agricoltura, caccia, piccolo allevamento per poi tornare con prepotenza alla ribalta della storia quando il borgo venne ferocemente saccheggiato e bruciato per rappresaglia. Il 13 agosto 1944, le truppe nazifasciste (circa 400 uomini), attestatesi nei pressi di Barbagelata in seguito agli scontri avuti il girono precedente con gli uomini del distaccamento Peter della 57. Brigata della divisione Cichero, vennero colti di sorpresa dal fuoco dei partigiani proveniente dalle alture attorno al paese. Nella notte tra il 12 e il 13 agosto, i partigiani, esaurite le munizioni, si ritirano su posizioni già stabilite mentre gli alpini della Monterosa, insieme ai militi della “Brigata Nera Generale Silvio Parodi” e ad alcune truppe tedesche occupano il paese di Barbagelata dandolo, appunto alle fiamme e massacrando tre civili del posto, anche se c’è chi dice che Francesco Casagrande, Nazareno Garbarino e Luigi Musante fossero, in realtà, tre disertori della Monterosa fucilati per questo dai fascisti.

Le montagne dei partigiani

Racconta Andrea Marsilio Cavagnaro, insegnante del paese negli anni della guerra, nel suo libro “Barbagelata, il tetto della Liguria” (Esaurito, ma scaricabile qui Barbagelata) che <Date le condizioni orografiche, Barbagelata non poteva non essere appetibile dai primi uomini della Resistenza. Di fatto questi non erano sistemati nel paese (alloggiavano in casoni e catapecchie sui pendii delle tre valli): in quanto ricercati avrebbero compromesso la vita degli abitanti del borgo>. Spiega, però, che il rapporto era strettissimo. Gli abitanti fornivano, infatti, cibo e informazioni ai ribelli.

L’elettricità la portarono i partigiani nel 1944

I partigiani seppero ricompensare gli abitanti. Si legge sul libro di Cavagnaro:

In un raid fatto in Val Trebbia i partigiani trovarono una grande quantità di filo di rame per la conduzione della luce elettrica. Forse era materiale che la U.E.E. aveva dismesso e i partigiani se ne appropriarono, e con lʹaiuto della gente di Pian della Casa, Cassinetta, Cason da Basso, Costafinale e Barbagelata lo distesero lungo la strada che passa attraverso questi paesi. Impiantarono dei pali con relativi isolatori trovati col filo e collegarono i due capi a un trasformatore che era a Montebruno e arrivò così nelle famiglie la luce elettrica. Era una luce fioca perché la distanza dal trasformatore era grande, ma alla gente parve una cosa meravigliosa. A volte mancava perché la linea era precaria, ma si ovviava sempre in qualche modo a questi inconvenienti, facendo di necessità virtù. Un segno di civiltà era arrivato anche a Barbagelata.

La resistenza e l’incendio

Con l’avvicinarsi della Liberazione, racconta ancora Cavagnaro, il movimento partigiano si organizzò e rinforzò ulteriormente mentre il transito per la via obbligata di Barbagelata, conseguentemente, si intensificò. Il 13 agosto 1944, le truppe nazifasciste (circa 400 uomini), attestatesi nei pressi di Barbagelata in seguito agli scontri avuti il girono precedente con gli uomini del distaccamento Peter della 57ª Brigata della divisione Cichero, vennero colti di sorpresa dal fuoco dei partigiani proveniente dalle alture attorno al paese. Nella notte, i partigiani, esaurite le munizioni, si ritirano su posizioni già stabilite. I nazi‐fascisti considerarono gli abitanti di Barbagelata tutti colpevoli di collaborazione e per questo bruciarono tutto il paese. Gli abitanti si salvarono perché si allontanarono in tempo con i loro animali d’allevamento. Fu in parte risparmiata la Chiesa perché la porta in ferro aveva resistito ai nazi-fascisti e perché la canonica aveva muri e solai in cemento. Fu risparmiata anche la casa di un anziano che, vecchissimo ed infermo, non aveva potuto lasciarla e scappare con gli altri residenti. Per il resto, fu portata ovunque la distruzione. Persino i cani furono abbattuti a colpi di pistola. La gente del paese ricostruì, poi, tutto, realizzando anche una nuova chiesa.

La responsabilità dell’uccisione delle tre persone e il rogo di Barbagelata pesa sulla brigata nera genovese “Silvio Parodi” e, in particolare, su due persone.
Il federale comandante e commissario federale delle brigate nere di Genova Livio Falloppa che ebbe altre 65 vite sulla coscienza fu processato in contumacia a Pisa nel 1950, ma non scontò mai, perché fuggi nella Spagna franchista subito dopo la guerra.
Vito Spiotta, federale di Chiavari, vicecomandante delle brigate nere condannato dalla Corte alla pena di morte in data il 18 agosto 1945, giustiziato l’11 gennaio 1946.

Il partigiano Remo, che ha 92 anni e 74 anni fa era “in montagna” proprio nella zona di Barbagelata, racconta nel video i suoi ricordi di quei giorni

 

Calamandrei e la Costituzione

<Ricorderò a nome del sindaco e di tutta amministrazione questa pagina drammatica della storia e della resistenza italiana – anticipa Fontana -. Ricorderò le parole di Piero Calamandrei: “Se voi volete andare in pellegrinaggio nel luogo dove è nata la nostra Costituzione, andate nelle montagne dove caddero i partigiani, nelle carceri dove furono imprigionati, nei campi dove furono impiccati”. I nazifascisti hanno rappresentato una forza distruttiva e quanto è accaduto rappresenta per noi un monito. Bisogna rimanere sempre vicini ai valori della difesa della Repubblica e ai valori della Costituzione>.

Gli emigranti

Barbagelata è anche terra di emigranti. All’anagrafe del paese sono registrate diciassette persone, tutte sopra i 35 anni, con due ultrasettantacinquenni, un uomo e una donna: tre celibi, otto coniugati o separati di fatto, due separati legalmente, due divorziati e due vedovi. Sette, i più vecchi, hanno la licenza elementare, quattro quella media e sei il diploma. Il paese s’è svuotato con due diversi tipi di emigrazione: quella verso le città e le località della riviera e quella verso i paesi stranieri. Scrive, infine, Cavagnaro:

Un giorno lessi sulla lamiera del portone della chiesa vecchia una frase che non mi fece molto piacere: ʺingrata patria non avrai le mie ossaʺ. Voleva dire: ʺNon ritornerò mai piùʺ. E infatti, ad eccezione di due, nessuno più ritornò. Le loro ossa sono disperse negli Stati Uniti, in Argentina, nel Perù, nel Cile e in qualche altro paese che non ricordo. Molti hanno ancora qui la loro casa, la loro terra, in pieno degrado, contesa e in una vana attesa dʹessere messa, come si usa dire, allʹonor del mondo.

Barbagelata nel 1914
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