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Villa Croce, voci di esclusione di Serena Bertolucci dal comitato tecnico scientifico

Serena Bertolucci è il “manager culturale” migliore dei musei italiani. Se le voci fossero confermate, potremo dire senza ombra di dubbio che la Cultura di questa città è morta. E, sia chiaro, morta ammazzata

Sì, la telenovela sul museo di Arte Contemporanea di Villa Croce che sta esponendo quello che era  il secondo istituto d’arte contemporanea d’Italia al pubblico ludibrio del mondo dell’arte e della cultura nazionali e internazionali non sembra destinata a finire.

Artribune: <Vergogna, Villa Croce ridotto a un circolo ricreativo>

Prima di aggiungere la nuova puntata, dobbiamo dar conto con estremo dispiacere che una delle più quotate riviste di Arte, certamente la più quotata tra quelle online, Artribune, “grida”, attraverso un suo titolo: “Vergogna Villa Croce: il museo di arte contemporanea di Genova ridotto a circolo ricreativo”.

Serafini, festa caciarona: <Solo due palazzi si sono lamentati>

Prima ci sono le bandiere di un club di calcio appese sulle strutture dell’antica dimora per la duegiorni per cui un club di ultras la ha affittata, pratica vietata per legge nazionale, tanto che è dovuto intervenire il soprintendente per l’Archeologia, Vincenzo Tiné per fare terminare lo scempio. Ci sono le serate a base di birra e schiamazzi: lamentate, secondo l’assessore comunale alla Cultura Elisa Serafini, <di soli due palazzi>. Detto in seduta pubblica di consiglio comunale, come se i residenti dei due palazzi fossero figli di un dio minore. A parte che non è vero che sui social e non solo quelli che si sono lamentati siano stati solo i residenti dei due palazzi e, tra l’altro, non è certo l’assessore Serafini, che tanta attenzione presta ai social e al marketing di se stessa e del “prodotto Genova” che attraverso essi ha portato e porta avanti, che ora può nascondersi dietro le segnalazioni ufficiali “di soli due palazzi”.

Visitatori nel tempio dell’arte moderna conquistati a colpi di minculpop

In consiglio comunale, (sopra, al secondo 0,42) Serafini dice che 700 persone sono entrate nel museo (perché nel museo era stata esposta la coppa Italia vinta dalla Sampdoria) e che per questo lo hanno conosciuto. Forse hanno conosciuto o riconosciuto la coppa, perché se non c’erano mai entrati prima non sono, evidentemente, estimatori di Arte contemporanea e non sono entrati per essa. Conoscere l’edificio (allestito in maniera diversa al solito) non è in alcun modo conoscere il museo: è un concetto talmente basico che è persino imbarazzante doverlo ricordare.

Le contraddizioni di Serafini

A parte questo particolare, Serafini contraddice se stessa, che in commissione aveva detto che la festa si è <tenuta nel parco> (audio sotto), mentre ha avuto, come esposizione della coppa, accesso a una parte della festa che stava all’interno, dove era esposta, appunto, la coppa stessa.  Serafini dice anche che non c’è stata alcuna rilevanza dal punto di vista <legale e procedurale> (audio sotto). Dimentica, con tutta evidenza, l’intervento del Soprintendente Tiné che è avvenuto perché è vietato proprio dalla legge nazionale deturpare anche solo temporaneamente i beni vincolati (la villa e le sue pertinenze) con qualsiasi cosa, bandiere della Samp comprese. Non è un “particolare”, non è un “peccato veniale”. È stata palesemente infranta la legge nazionale e il Comune ha omesso la vigilanza a cui è tenuto nella qualità di proprietario.

Mancano le competenze specifiche professionali “da curriculum” per gestire la Cultura

Serafini inanella una serie di inesattezze per mancata conoscenza professionale dell’ambito dell’arte contemporanea che si evince in maniera palese dal suo curriculum che nulla ha a che fare con la cultura intesa nel se senso classico e, tantomeno, con l’arte contemporanea. E infatti laureata con tesi in Politica Economica in Scienze Politiche e delle Relazioni Internazionali presso l’Università Cattolica del Sacro Cuore e ha poi conseguito la Laurea Magistrale in Economia Aziendale con una tesi in Politiche Economiche sulla generazione dei cosiddetti “Beni Pubblici” da parte di soggetti privati. Ha lavorato come responsabile marketing per imprese italiane e internazionali. Insomma, titoli conseguiti in arte e cultura e nella loro gestione nemmeno l’ombra, perché non sono né un’agenzia immobiliare né una app. Forse è per questo che parlando in commissione ha inanellato, con la convinzione di chi pensa che un museo di arte moderna sia uguale a un museo di cultura materiale, una serie di inesattezze che hanno fatto inorridire gli esperti italiani ed esteri perché la registrazione della commissione, disponibile sul sito del Comune ha fatto il giro dell’universo europeo dell’arte contemporanea facendo maturare la convinzione che non ci sia più modo di salvare il museo di Genova e che i 18 mesi chiesti dall’assessore prima di giudicare metteranno la pietra tombale del “fai da te” più estremo a Villa Croce. L’opinione comune è che potrà, forse, fare aumentare le visite (magari con iniziative come l’esposizione della coppa Italia) alla villa, ma quello che ne nascerà non potrà più essere chiamato “Museo di Arte Contemporanea”. Ad esempio, nella commissione, Serafini si è schierata palesemente contro la presenza ingombrante delle gallerie d’arte <che sono negozi, aziende iscritte alla Camera di Commercio>. Non sapendo forse che il meccanismo dell’Arte Contemporanea (e quella di ogni arte contemporanea alla propria epoca) vede l’attività dei “mercanti” intrecciata alla vita degli artisti. Che sarebbe stato Rubens senza coloro che gli commissionavano le opere? Vale per tutti gli artisti, anche per quelli che, non venendo riconosciuti dai “mercanti” che ora si vogliono tenere fuori dal tempio, sono morti in povertà, come Van Gogh, Modigliani, Ligabue, persino Caravaggio. Non considerare questo è avere una versione superficiale dell’ambito così come superficiale è affermare che un museo di arte contemporanea (ma proprio tutti i musei pubblici) deve autofinanziarsi con i biglietti. È semplicemente non conoscere quello di cui si parla.

L’articolo 9 della Costituzione

E proprio su questo tema, in commissione, l’anima si esperta di marketing dell’assessore inciampa clamorosamente nella negazione dell’articolo 9 della Costituzione Italiana che recita:

La Repubblica promuove lo sviluppo della cultura e la ricerca scientifica e tecnica. Tutela il paesaggio e il patrimonio storico e artistico della Nazione.

E qui che Serafini dichiara a chiare lettere che la Cultura non è tra le priorità del Comune (ricordate l’articolo 9 della Costituzione?) facendo sbottare il consigliere comunale Pd Stefano Bernini, che ha parlato a chiare lettere in commissione di un <atteggiamento simile a quelli dei lanzichenecchi da cui l’architetto Galeazzo Alessi scappò trovando rifugio e lavoro nella nostra città> e che qui si potrebbe presentare <al contrario, facendo fuggire i giovani artisti genovesi che non avrebbero più alcun luogo in cui sperimentare> (sotto: l’audio).

Ma è Luca Pirondini, capogruppo M5S quello che riassume in maniera impietosa, punto per punto tutta la situazione, dall’abnormità della dichiarazione di Serafini sul grado di priorità della Cultura secondo la giunta, all’equivoco legato al portare i bambini a vedere il museo-contenitore grazie a una coppa di calcio invece di far conoscere il Museo di Arte contemporanea, fino all’uso, tocca di nuovo usare l’aggettivo “imbarazzante”, delle pagine social ufficiali di Villa Croce (si presume affollate di persone di cultura), a causa di post omofobi e che insultano i lavoratori comunali della cultura. <Li abbiamo fatti rimuovere> dice Serafini, ma poco dopo le scappa un poco opportuno <se li avere notati si vede che attirano l’attenzione>. Il tipo di attenzione che attirano, è decisamente meglio non dettagliarlo e il concetto di “purché se ne parli”, un’esperta di marketing come Serafini dovrebbe sapere che è superato da un bel pezzo.

Il capogruppo Pd Cristina Lodi chiede il nome di chi ha scritto quelle nefandezze (che potete in parte leggere qui sotto) perché ha deciso di querelarlo e l’assessore risponde che è Mario Mondini, responsabile della società di gestione. È lui stesso a confermarlo in alcuni post di commento all’articolo sui post di GenovaQuotidiana.

 

Cliccate sui post per “apprezzare” al meglio. Mondini dice di non avere alcuna competenza e di avere il compito di guardare alla cassetta, oltre a dimostrare di non capire nemmeno lui cosa sono arte contemporanea e sperimentazione non comprendendo che alcune mostre possono anche risultare un buco nell’acqua in termini di visitatori. A chi questo non va bene, se è chiamato a gestire o, peggio, ad amministrare, deve essere chiaro che deve avere il coraggio di cambiare il nome di “Museo di Arte contemporanea” e prendersi le proprie, conseguenti, responsabilità. In merito all’invito di Mondini ad incontrarci per discutere della cosa non abbiamo mai risposto e lo faremo ora: parlare di cultura con chi per sua stessa ammissione non sa cosa è e guarda solo all’aspetto economico di ogni vicenda è tempo gettato via e anche male.

Le voci: il super direttore Serena Bertolucci fuori dal Comitato Tecnico Scientifico

Pensate che il fondo sia stato toccato con quanto scritto da Mondini sulla pagina di Villa Croce o con la dichiarazione dell’assessore Serafini che dice che la Cultura è un po’ meno priorità di altre? Possiamo sempre provare a farvi ricredere. Ad esempio riferendo di alcune voci insistenti che vedrebbero Serena Bertolucci, il direttore-miracolo di Musei della Liguria, fuori dal Comitato Tecnico Scientifico deciso dalla delibera di giunta per rilanciare Villa Croce. Si faceva il suo nome insieme a quello del Sovrintendente Tiné e invece è previsto un solo rappresentante del Ministero per i Beni Culturali. Sarebbe difficile anche spiegare l’esclusione di Tiné, ma l’esclusione di Bertolucci sarebbe un affronto al buon senso e una palese contraddizione di voler aumentare i visitatori nel modo corretto e non con frisciolate, sagre della birra e feste di tifosi

Per chi non lo sapesse, grazie a Bertolucci, la Liguria è la regione italiana dove i visitatori dei musei statali nell’ultimo anno sono cresciuti di più e con i giusti sistemi, quelli della divulgazione, mica con fiere di paese ed eventi calcistici. Il dato strabiliante: 25,9%, più di 6 punti percentuali in più rispetto alla seconda classificata, la Puglia. Nonostante la Liguria non abbia quantità di musei comparabili a Lazio, Toscana, Piemonte e Lombardia e nonostante il turismo da noi sia un’”industria” recente, Serena Bertolucci, direttore, appunto, dei musei della Liguria, in poco più di due anni è riuscita a fare il miracolo.
I dati (del Mibact, il ministero dei beni e delle attività culturali e del turismo) dicono anche che, tra i musei con gli incrementi più marcati figurano diversi istituti resi autonomi dalla riforma figura proprio Palazzo Reale (+14%). Palazzo Reale è quattordicesimo nella classifica di gradimento dei luoghi esposiviti secondo i visitatori e supera diversi blasonatissime e frequentatissime gallerie (addirittura gli Uffizi e Galleria Borghese), il sito archeologico di Paestum e la Reggia di Caserta. Non un risultato scontato per un museo che fino a un paio d’anni fa è rimasto al palo e che con l’arrivo della direttrice, Serena Bertolucci, appunto, è decollato entrando nel cuore dei genovesi e in quello dei visitatori “foresti”. L’archeologo Tiné e il rappresentante dell’Università (quindi un cattedratico) potranno fare molto (in un Comitato di persone legate o espresse direttamente dal Comune) ma difficilmente potranno portare quel contributo di managerialità museale che Bertolucci porta con sé. È evidente che avere a disposizione una professionalità come la sua e non usarla equivale alla precisa decisione di fare chiudere deliberatammente il Museo di Arte Contemporanea. Lei non conferma e non smentisce (anche i “no comment” hanno un peso preciso, però), ma, se le voci fossero confermate, potremo dire senza ombra di dubbio che la Cultura di questa città è morta. E, sia chiaro, morta ammazzata.

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