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Agnus dei

MaxTurbatore – La prima domanda logica – più che logica – è perché intitolare un libro di novelle del terzo millennio, e da parte di un uomo di 35 anni, “Agnus dei”? Ah, volevo spiegarvi che “Agnus dei” è l’ultima fatica letteraria di Matteo Frulio (Ed. De Ferrari, 160 pagine, 12€) di recente in libreria. Intanto Matteo Frulio è assessore di Municipio, recentemente in polemica con l’assessore alla cultura di palazzo Tursi Elisa Serafini sulla maniera di utilizzare i beni culturali, dopo Euroflora e le proteste per gli ultras della Sampdoria a Villa Croce. Attivo, solerte, attento e preciso. Organizzatore e con una laurea in architettura e specializzazione in tecniche e architettura del paesaggio che cerca di mettere a frutto nel suo mandato politico. Comunque sempre disponibile al confronto, anche se poi di fronte a qualche critica faziosa talvolta non le manda a dire. Evangelicamente. Perché poi le due facce della medaglia finiscono per coincidere. E dicono del suo impegno come educatore, di capo scout. A contatto con la gioventù, con spirito di servizio, ecumenico, indagatore. E dunque con velleità di scrittura. Allora, collegando tutti questi capi anche “Agnus dei” viene da se’.

Agnus Dei è un’espressione evangelica in lingua latina che significa “Agnello di Dio” e si riferisce a Gesù Cristo nel suo ruolo di vittima sacrificale per la redenzione dei peccati dell’umanità.

E in effetti le quattro novelle narrano del percorso dei giovani nel passaggio fra l’infanzia e l’adolescenza. Lasciando sullo sfondo l’interrogativo pressante e attuale che in questo momento difficile di sbarchi negati e di vita preclusa aleggia sulle nostre teste. Con il dubbio, sempre presente, che i giovani  e le generazioni a venire finiscano per essere, in questo nostro mondo troppo gravato da individualismo ed esasperato da una comunicazione onnipresente che paradossalmente deprime e reprime lo spirito dell’esperienza collettiva, le future vittime sacrificali. Eppero’ in tutte le novelle di Frulio è presente un messaggio di speranza. Non a caso i protagonisti delle quattro novelle, quattro come le stagioni dell’anno, simbolo dell’esperienza che ci dovrebbe forgiare nel passaggio dall’infanzia all’età adulta, condividono, parlano, interagiscono, si confrontano e si consultano. E si aiutano fra di loro.

Un processo di crescita condito con un po’ di senso del mistero e vissute, tutte attraverso la musica, il canto, il coro o la band. In tre dei quattro testi rientra il tema della guerra e del ruolo dei soldati come vittime sacrificali per la redenzione dei peccati/mali dell’umanità che è ben presente. Come e’ presente, del resto, il senso della morte, quello della mancanza e della elaborazione del lutto. Temi che fungono da fili conduttori, in un ambiente spesso surreale che si divide e si dipana fra sogno e realtà.

Dietro a tutto questo c’e’ il cambio di passo e il cambio di linguaggio utilizzato dall’autore a sottolineare, nello spazio temporale di un solo anno, le diverse generazioni che si confrontano. C’e’ l’età delle elementari dei protagonisti, ospiti di un orfanotrofio, di “Un canto per Natale”, quella dei più grandicelli delle medie di “Agnus dei” in cui l’autore affronta il tema del bullismo. C’è l’attrazione degli studenti delle superiori, divisa fra rock e musica sacra di “Requiem”, che fa da sfondo alla fatica dell’elaborazione di un lutto vissuto attraverso la separazione dagli oggetti appartenuti al defunto. Con la trasformazione definitiva della mancanza nel riposo eterno. E tutto termina proprio li’, dove tutto è incominciato, in un orfanotrofio, con il protagonista che si confronta con la tragica realtà della guerra, vissuta non attraverso echi lontani, ma immerso nella simbolica sfida di questo ragazzo polacco, il protagonista, che si trova per le leggi naziste sulla germanizzazione a combattere in terra straniera per Adolf Hitler. Prende coscienza appena si confronta con il suo amico già risoluto nella sua difficile scelta di disertore e di entrare a far parte della resistenza per liberare se stesso dalla vergogna collettiva del nazismo. E non a caso è la novella più intrisa di simbologia. Volutamente si riallaccia con la prima e ne riprende alcuni personaggi. Come a significare che la rotazione, di cui parlava l’autore, prima coinvolge i protagonisti facendoli mano a mano, novella dopo novella, crescere nel libro.

Un lavoro dove mistero e simbologia intendono rimandare ad una serie di significati che si stratificano e si sovrappongono offrendo chiavi di lettura che si modificano via via, approfondendo i racconti. Con una percezione dell’inconscio in cui sono immersi tutte e quattro le novelle (dal sacrestano/fantasma al sogno con patto di sangue, dalla vecchia borraccia e dal libro cuore al canto inglese natalizio) che, attraverso l’irrazionale riesce a dare una morale finale ragionevole. Restituendoci comunque un senso generazionale che volutamente esula dallo stereotipo negativo che piace ripetere a molti: priva di valori, sentimenti e via dicendo.

L’idea è quella di una fotografia di quattro fasi del passaggio dall’infanzia all’adolescenza virata al seppia di un tempo. Dove la generazione dei pre-adolescenti iperconnessi non è presente mentre al contrario esistono temi che sconfinano nell’attualità. Percio quel senso di surreale legato al fatto che i ragazzi protagonisti dei racconti si incontrino, parlino fra di loro, si confrontino, si cerchino l’uno a casa dell’altro. Come ad indicare che il percorso di crescita debba doverosamente passare attraverso una pratica sociale e che, probabilmente, l’individualismo esacerbato e semplicistico a poco possa servire. Perché anche l’autocoscienza cresce solo attraverso processi di gruppo. Con la presenza e la confidenza reciproca. E guardandosi in faccia e negli occhi. E non si tratta, probabilmente di una bella fiaba, ma solamente dello spirito intriso di ottimismo, o forse, soltanto di composta nostalgia di Matteo Frulio che non ha potuto, o più semplicemente non ha saputo, mettere da parte la sua indole di educatore. Racconta l’autore “Il tutto parte da una serie di domande fatte a ragazzi di 12-18 anni e esperienze fatte come educatore ad “osservare”, dalle quali ho ricavato 4 storie raccolte in un unico libro di 160 pagine. Storie che si intrecciano, che vedono gli adolescenti senza stereotipi. Le loro paure, le loro speranze, delusioni, il passaggio dall’essere poco più che bambini alla scelta di passare oltre, diventare adulti o quasi.
L’obiettivo forse alla fine era quello. Quello di dimostrare che davanti a noi abbiamo esseri speciali, di cui non vediamo le meravigliose sfumature. Il linguaggio cambia da un racconto all’altro, in un gioco nell’uso delle parole che si adatta alle diverse fasce d’età descritte nei racconti. Ci sono mistero, sovrannaturale, riflessioni (non mie, non di un adulto che le adatta… sono proprio le loro) e molta simbologia. Anche al minimo dettaglio ho tentato di dare un senso“.

E ad attrarre il lettore è anche quel gusto per il fantasy, per L’oscuro. Quanta oscurità si trova di fronte un bambino e un preadolescente che cerca di formarsi una sua personale morale basta sull’esperienza nell’affacciarsi alla quotidianità dell’esistenza?

Poi c’e’ quel gusto di Frulio che ama incondizionatamente Charles Dickens e le sue atmosfere inglesi legate alla vita difficile di tutti i giorni della povera gente – tanto che è reduce dall’ennesimo viaggio con suo padre dalle isole britanniche – e ne vede la moderna trasposizione italiana in certi racconti avvolti di mistero di Italo Calvino. Tanto che mi piace concludere con le parole dello stesso autore riprese non a caso da Italia Calvino: “Le fiabe contengono una spiegazione generale del mondo, in cui c’è posto per tutto il male e tutto il bene e ci si trova sempre la via per uscir fuori dai più terribili incantesimi”. Bullismo, morte, elaborazione del lutto, ideali e spirito di condivisione, persino le guerre o il senso di esclusione, in fondo sono cose antiche. Che la realtà la quotidianità ci ripropongono, magari sotto forme diverse.

Il Max Turbatore

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