Annunci

Pre’ il Comune mette in moto la “macchina del recupero”, ma inciampa subito sul déjà-vu delle demolizioni – I VIDEO

Racconta Otello Parodi, una delle storiche anime del centro storico, che la rabbia travolse gli abitanti della città vecchia che ogni giorno facevano picchetto davanti alla casa di Paganini quando tornarono un bel mattino e trovarono che la dimora del grande musicista non c’era più, abbattuta da una palla di ferro giunta furtivamente attaccata a una ruspa nottetempo, proprio per fregare la gente della città vecchia che in orario di cantiere si parava a scudo della dimora dell’illustre musicista genovese. Il ricordo resta scritto (con tutta la rabbia, la deplorazione, la condanna, l’odio possibili a chi si vede strappare le radici) in piazza Sarzano, dove è stata murata la seconda colonna infame della città, come quella che nel 1628, ai tempi della Repubblica, era stata piazzata nello slargo ottenuto dopo aver raso al suolo la casa di Giulio Cesare Vachero, traditore della Superba, che, per inciso, ci perse letteralmente la testa: “obtruncato capite” recita la lapide. La seconda colonna infame proprio di traditori parla, i responsabili dell’abbattimento di edifici storici e interi quartieri della città: via Madre di Dio e quella Piccapietra che, in un progetto di abbattimento di tutto il centro storico, i primi sindaci della città, incapaci a recuperare, decisero di distruggere a partire proprio dall’area devastata dalle bombe.

Oggi in centro storico si è tornato a parlare di demolizioni e per chi ha assistito ai tentativi di messi in atto tra gli anni ’80 e i primi ’90 dalle giunte pentapartito pre Tangentopoli è stato un bruttissimo déjàvu. Dove si andasse a parare lo si capiva da diversi indizi, quelli seminati nella brochuretta del progetto “Pre’ Visioni” dell’assessorato all’Urbanistica (ma con la presenza ai Truogoli di Santa Brigida di ben cinque-assessori-cinque e un consigliere delegato) e della Scuola Politecnica dell’Università che, per stimolare gli studenti di due corsi di studi li coinvolge nel progetto e allestisce alla bell’e meglio una paginetta A4 su due facciate graficamente pretenziosa dove elenca anche punti di forza e punti di debolezza dell’area, a volte persino in contrasto tra di loro come i pro “zona ben servita dai mezzi pubblici”, “buona capillarità delle vie di comunicazione” e “zona totalmente pedonale” e il contro “quartiere isolato dai flussi veicolari”. Basta decidersi, insomma. Nel foglio si trovano diversi punti quantomeno “curiosi”. Ad esempio, tra i “contro”, c’è il capitolo: “Aree verdi di Palazzo Reale sono di proprietà privata“. Nell’informare gli illustri professori universitari estensori del foglietto che Palazzo Reale è un museo dello Stato, vorremmo che sapessero che lo Stato non è un “privato”. Alleghiamo, per praticità, un illuminante link di Wikipedia dove potranno consapevolizzarsi a tal proposito. Scherzi a parte, li informiamo che tutto il centro storico è privo di giardini (se non quelli, davvero privati, dei palazzi dei rolli): è un’area urbanizzata medioevale e rinascimentale non una periferia appena strappata alla collina.

 

Dalla mappa sembra che a dover cadere sotto la palla di metallo sia il Roso. Quel che ci vuole è proprio un bel giardino dove i tossici possano bucarsi come ai Giardini di plastica, che hanno preso il posto della demolita via Madre di Dio. Proprio durante il tour, in quella zona, abbiamo trovato una siringa appena usata, con sangue fresco.

 

Per quanto riguarda la “Presenza di vicoli stretti e scarsamente illuminati”, informiamo che le parole “vicolo”, “stretto” e “scarsamente illuminato” sono affermazioni tautologiche, vere per definizione, quindi fondamentalmente prive di valore informativo, che sembrano lì messe ad arte insieme a molte altre per costruire l’excusatio non petita delle demolizioni. Suvvia, lo dice anche De André: “Nei quartieri dove il sole del buon Dio non dà i suoi raggi, ha già troppi impegno per scaldare la gente di altri paraggi [continua a leggere…]. Vale per tutta la “Città vecchia”.
Curiosa anche la vicinanza, citata tra i “pro”, tra Pre’ e piazza Lavagna. A parte che tra la Commenda e lo slargo ci sono un chilometro e 100 metri (a farla a piedi) e quindi tanto vicini non sono, a parte che piazza Lavagna è in un sestiere diverso da Pre’ (quello di Maddalena), non si capisce perché non siano state citate, invece, via Garibaldi con i suoi palazzi dei Rolli o piazza Banchi, con la loggia della mercanzia o la Galleria Nazionale di Palazzo Spinola, tutte realtà ben più blasonate che stanno sul percorso. In piazza Lavagna non ci sono rolli, ma solo pubblici esercizi, come alle Erbe.

La stessa professoressa Renata Morbiducci, a capo del progetto per la Scuola Politecnica dell’Università, sembra non essere ferratissima nella toponomastica del centro storico. Tanto che dice di lavorare nella sede universitaria di piazza Sarzana, con la “A” finale. Peccato che Sarzana sia una cittadina in provincia della Spezia e la piazza si chiami Sarzano, con la “O” finale. Consigliamo, visto che dice <io lavoro e quasi vivo> nell’unica vera piazza della città antica, di alzare qualche volta di più il naso per leggere la targa stradale.

Facili battute a parte (davanti a tanta approssimazione non abbiamo saputo resistere), appare piuttosto chiaro che la conoscenza del territorio sia confusa e nebulosa e la lista dei “pro” composta delle parole “esatte” per tirare a giustificare il diradamento.

Dal video si evince che l’idea non sia stata ancora condivisa con il Municipio, ma con alcuni abitanti sì. O, meglio, con i comitati, in alcuni dei quali sono rappresentate persone che non abitano a Pre’, ma vi possiedono decine di appartamenti, in qualche caso anche un centinaio, i cui interessi non necessariamente corrispondono con quelli dei residenti. Proprietari immobiliari che dal diradamento dei palazzi più fatiscenti, spesso parcellizzati tra piccoli proprietari che non possono far fronte alle spese di recupero, e da un intervento “facile e veloce” (ma non rispettoso del patrimonio storico, col rischio di “outlettizzare” la zona, snaturarla, incidere in modo importante sul suo vero valore che è la sua unicità) ricaverebbero un enorme vantaggio (economico) altrettanto facile e veloce che non è detto coincida con quello dei residenti, soprattutto quelli più poveri (tanti sono gli anziani), che invece dovrebbero ricevere un aiuto per ristrutturare e certo non beneficeranno dell’eventuale demolizione delle case. In sostanza, la speranza è che il progetto sia a misura di abitante, non a misura di maxi proprietario immobiliare ed è bene che il Comune si informi bene su chi propone idee e progetti “dal territorio” per poterli interpretare anche sulla base di questo dato.
Da abbattere (ma non ne siamo certi, non siamo esperti in staticità degli edifici e forse anche in questo caso è possibile un recupero), c’è solo il civico 12, in realtà una malconcia scatola vuota, crollata all’interno da anni, per metà di proprietà comunale.

L’assessore Simonetta Cenci non parla direttamente di diradamento ma di “micro interventi”. Si scopre però, nell’intervista, che coinvolgerebbero interi palazzi e tanto “micro”, quindi, non sono.

Non una parola sul fatto che il centro storico è patrimonio Unesco, né sul fatto che tutti gli edifici siano tutti medioevali. In uno, nei locali di un negozio, perfettamente restaurato anni fa dal vecchio proprietario, c’è anche un antico “ospitale” come quello della Commenda. I famosi “diradamenti” anni ’80 e ’90, così come il tentativo fatto durante la giunta Pericu, furono stoppati dalla Soprintendenza proprio per il valore storico degli edifici. Alla certezza che la Sovrintendenza giudicherà secondo criteri oggettivi (gli stessi – se non più rigidi – già usati per le valutazioni dei progetti che si sono avvicendati) si affida quel centro storico che non è disposto ad accettare scorciatoie per il recupero che passino per la distruzione del patrimonio, quella che ha giurato a se stessa, scrivendolo sulla colonna infame, che mai più nessun ambito del centro storico sarà snaturato senza centinaia di persone dei carruggi scendano in piazza per difenderlo. Il tamtam di “radio vicoli” è già partito e il progetto rischia di trovarsi davanti a una fortissima opposizione del territorio.

Ed è un peccato, le altre idee sono buone, anche se difficilmente realizzabili “da sole”, senza che nessuno sponsorizzi (ma l’assessore al Bilancio Giancarlo Vinacci in questo senso sta lavorando e ha già alcune ipotesi) o proponga progetti in project financing di tipo edilizio ai quali la contropartita non può essere la trasfigurazione di una zona che, nel bene e nel male, è famosa nel mondo. È vero: la zona è degradata, la microcriminalità diffusa capillarmente (anche se da quando non ci sono più i napoletani di Marechiaro non esiste controllo del territorio), ma non è facendo di Pre’ un villaggio sintetico che questi problemi si risolveranno. I diradamenti, tra l’altro, sono uno strumento ormai un po’ fané e presentare come salvifico un sistema messo in atto 25 anni fa senza presentare nuove e più aggiornate idee pare un approccio al problema semplicistico oltre che superato. È un po’ come tagliare una gamba a chi si dovrebbe operare di menisco: la gamba, una volta persa, non c’è più e vale certamente la pena di sforzarsi di salvarla.

Ottime, invece, le altre idee: ristrutturazioni, illuminazione (ci penseranno i ragazzi del corso di impianti di illuminazione per la smart city del professor Morini), sicurezza (l’assessore Stefano Garassino, che ha già deciso l’istituzione di un nucleo dedicato della polizia municipale per la città vecchia, ha detto che, ad esempio,  si moltiplicheranno le telecamere), progetti per incentivare il commercio tradizionale e il turismo (settori dell’assessore Paola Bordilli) che non potrà mai decollare senza sicurezza e percezione di di sicurezza adeguate. Ma non c’è nulla che possa giustificare agli occhi del centro storico il ritorno del fantasma delle demolizioni. Pre’ ha bisogno assoluto di un progetto di rilancio, ma deve essere fatto da chi conosca davvero e profondamente il centro storico, magari senza scambiare una zona per un’altra, senza compromessi con le grandi proprietà immobiliari travestite da “cittadini” e senza demolizioni, una “non soluzione” (anzi, una devastazione) che non sarebbe compresa dai cittadini che da decenni lottano per evitarle e probabilmente, se confermerà il giudizio dato nelle passate occasioni, nemmeno dalla Soprintendenza. La storia della nostra città merita rispetto.

 

 

Annunci

GenovaQuotidiana

Agenzia Giornalistica GenovaQuotidiana Partita Iva 02485610998 Direttore Responsabile: Monica Di Carlo

Rispondi

Questo sito usa Akismet per ridurre lo spam. Scopri come i tuoi dati vengono elaborati.

Annunci
Annunci
Annunci
%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: