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La storia del jeans e di Genova in una mostra di Palazzo Reale e del Museo della Seta a Mercanteinfiera

Vi raccontiamo la mostra, visibile per ora, fino all’11 marzo, a Parma, ma in futuro, si spera, anche a Genova, ma anche la storia delle celebre tela che porta nel mondo da secoli il nome della nostra città

Al jeans, il tessuto blu più famoso al mondo, è dedicata, a Parma, la mostra collaterale di MercanteinfieraBlu di Genova. Il Jeans è una storia italiana”, curata da Serena Bertolucci, direttore di Palazzo Reale di Genova e da Paolo Aquilini direttore del Museo della Seta di Como. Racconta – attraverso filati, tessuti e attrezzi d’epoca – i segreti della tintura del tessuto genovese che ha fatto nel mondo la storia dell’abbigliamento moderno.
Mercanteinfiera è una vera e propria città antiquaria nella quale più di mille espositori, da tutte le piazze antiquarie europee, esibiscono le proprie scoperte a decine di migliaia di visitatori professionali, collezionisti e cultori della memoria.

 

 

In esposizione: le origini di una storia italiana che ha varcato i confini nazionali per diventare leggenda, trasformandosi da blu di Genova a blue-jeans. Come si produceva e colorava il tessuto, come veniva utilizzato, quante volte ha incontrato la grande arte e quante volte la vita culturale italiana prima di diventare proprietà di tutto il mondo. Un viaggio tra materiali tessili, piante tintoree, documenti, antiche stampe e pezzi inaspettati per comprendere le origini di un tessuto che ha rivoluzionato il modo di vivere di ognuno.

Si scopre il segreto legato all’indaco o meglio all’estratto della indigofera tinctoria che arrivava in Europa sotto forma di panetti compressi detti, in francese, coquaigne (da cui il nome “Paese della cuccagna” per identificare la fiorente economia derivante) lavorati a Genova per dare colore al fustagno.

L’indaco è un pigmento di origine vegetale, già noto in Asia 4000 anni fa: il suo nome deriva infatti dall’India, che ne era il principale produttore. L’indaco è un composto molto particolare in quanto appartiene alla categoria dei “coloranti al tino”, ovvero sostanze normalmente insolubili che devono essere trasformate in forme solubili (detta leuco) per permetterne un uso tintorio.

 

 

Il colore si ricavava dalla fermentazione delle foglie di Indigofera tinctoria e anche dal guado (Isatis tinctoria) in grandi vasche o tini (da cui il nome) contenenti soluzioni riducenti alcaline (anticamente si usava urina di cavallo, attualmente ammoniaca o idrossido di calcio).

Il liquido giallo-verde che si ottiene da questa prima fase viene fatto ossidare all’aria in ampie vasche, nelle quali viene costantemente agitato. Man mano che progredisce l’ossidazione, il colore della soluzione vira gradualmente fino a diventare un viola-bluastro caratteristico, il color indaco. Il deposito melmoso che si è formato viene quindi raccolto e riscaldato per bloccarne la fermentazione. Una volta asciugato, viene messo in commercio, appunto, in forma di pani.

L’abito è visibile oggi, domenica 4 marzo, alla Galleria Nazionale di Palazzo Spinola che, come ogni prima domenica del mese è visitabile GRATUITAMENTE dalle ore 13:30 alle ore 19:30. Sarà visitabile il secondo piano nobile della dimora storica e il terzo piano sede della Galleria Nazionale della Liguria, con la straordinaria concomitanza delle due mostre in corso: “Bartolomeo Cavarozzi a Genova” e “Genova d’argento”.
Vestito tradizionale femminile genovese in “jeans” della fine del XIX secolo

La storia del jeans ricostruisce quella della Superba rivelando, spiega Bertolucci <intrecci commerciali, artigianali e artistici>. Inizia nel XII secolo e inizia per necessità, perché le carestie fanno diventare proibitivi i costi della lana. Si impone, quindi, un alternativa <a basso costo, mista, calda e resistente>: il fustagno, con trama in cotone ed orditura in lana o canapa, resistente e robusto. Nei secoli Genova produce e commercia tessuti, dai pregiati velluti e damaschi fino al bisso, una sorta di seta naturale marina ottenuta dai filamenti secreti da una specie di molluschi bivalvi marini (pinna nobilis) endemica del Mediterraneo e volgarmente nota come nacchera o penna. Ma anche il popolare fustagno, colorato di blu, usato per l’abbigliamento resistente e a basso prezzo dei marinai, popolane, servitori e contadini. Il nome “jeans” viene creato dagli inglesi che storpiano quello della nostra città. Il jeans è la “tela di Genova”.

 

 

 

Bertolucci spiega che anche il colore è casuale o, meglio, dettato dalla semplicità dell’utilizzo rispetto ad altre tinte. La materia prima non è particolarmente economica, ma lo è il trattamento, che garantisce una lunga durata. Il jeans lo si ritrova persino negli ex voto del santuario della Guardia e nelle statuine dei presepi, ma anche nei cinquecenteschi “Teli della Passione” (esposti al Museo Diocesano). Le tele blu dipinte a monocromo si collocano in un punto difficilmente precisabile tra devozione popolare e arte colta: provenienti dall’abbazia benedettina di San Nicolò del Boschetto in Val Polcevera, sono realizzati in fibra di lino tinta con indaco e possono essere considerati a pieno titolo illustri antenati delle tele di Genova o jeans.

I “Teli della passione” al Museo Diocesano

 

Ovviamente, il jeans, per la sua resistenza, diventa il tessuto degli abiti dei camalli. Lo indossa anche Bartolomeo Pagano, il camallo di Sant’Ilario, che prima di diventare per tutti il personaggio D’Annunziano di “Maciste” perché scelto come interprete del kolossal dell’epoca “Cabiria” (1914) e di tutti i successivi film del filone fino al 1926, lavora al porto come scaricatore. Lo si vede un’antica foto, seduto in mezzo ai colleghi.

 

 

 

 

Anche l’eroe dei due mondi, Giuseppe Garibaldi, lo sceglie per la sua divisa insieme alla camicia rossa.
I più vecchi jeans del mondo attualmente conservati sono proprio proprio quelli che indossava Garibaldi. Hanno 158 anni e sono al Museo Centrale del Risorgimento, a Roma. Sono lunghi fino alla caviglia. Con quei calzoni Garibaldi fece lo sbarco a Marsala e la guerra in Sicilia, nel maggio 1860. Hanno un segno particolare: una toppa sul ginocchio sinistro, anch’essa in jeans, che copre uno strappo, risultato di un attentato a cui scampò il condottiero protagonista del Risorgimento italiano.

 

 

 

 

 

 

In mostra, a Parma, piccoli utensili, documenti medioevali, un’antica pirola in rame che veniva utilizzata per tingere i tessuti, pani tintori di indaco e guado, preziosi erbari del XVIII secolo che raccontano per immagini le essenze tintoree, antichi oggetti di uso comune o di alta moda. L’auspicio è, ovviamente, che la mostra possa essere esposta anche a Genova. Intanto, la si può vedere a Mercanteinfiera, che chiude domenica 11 marzo.

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