Annunci

Il sacro catino, da Graal ad antichissimo vaso mesopotamico, tra archeologia e mistero

La storia, il restauro, le leggende e le visite al Museo del Tesoro della cattedrale
Personaggi e interpreti: Guglielmo Embriaco “Testadimaglio”, Jacopo da Varagine, Gesù Cristo, Parsifal, i templari, Napoleone e l’Opificio delle Pietre Dure

Rubato, assediato, oggetto di culto e di intrighi per la sua sottrazione, protagonista di leggenda. È un piatto di vetro verde. Ed è uno dei simboli della nostra città, ma al contempo uno dei misteri della nostra storia: il “sacro catino“. Fu ritenuto, nel tempo, il vero sacro Graal, un vaso di smeraldo (così lo si credeva fino al 1800), un cristallo bizantino (dal 1800 in poi) e, infine, dopo perizie moderne, un manufatto islamico realizzato tra il III e il XII secolo D.C. (probabilmente tra il III e il VII secolo) in area Mesopotamica. È stato portato a Genova in un periodo storico in cui gli arretrati eravamo noi “occidentali”, che avevamo perso cultura, nozioni e capacità di fare, mentre il mondo arabo discettava di filosofia, portava avanti le arti, riempiva le biblioteche.
Per esser chiari, in occidente non si sapevano nemmeno più tagliare le pietre preziose, tanto che persino le corone venivano impreziosite da pietre staccate da vecchi gioielli e ricomposte a caso, alcune “cabochon”, altre sfaccettate. Gli impianti idraulici dell’impero romano cedevano piano piano all’usura e al tempo e delle grandi città imperiali restavano, per dirla col Manzoni, <atrii muscosi> e <fori cadenti>. Intanto la cultura islamica produceva importanti progressi nel campo della scienza, dell’algebra, della chimica, della geologia, della trigonometria sferica che furono successivamente trasmessi anche in Occidente. Viene da quel mondo in cui anche l’artigianato e l’arte erano eccellenza, il sacro catino.

Guglielmo Embriaco “Testadimaglio” sulla facciata di Palazzo San Giorgio. In mano ha il sacro catino

Quando Guglielmo Embriaco “Testadimaglio” lo porta a Genova dalla Terrasanta dopo la prima crociata pensava di avere con sé un vaso di smeraldo, intagliato, scolpito in una pietra preziosa di enormi dimensioni. In realtà è sì una cosa preziosa, giudicata con il senso attuale del valore: è un manufatto di vetro di pregevole fattura che quando arriva a Genova poco dopo il 1100 (la presa di Cesarea avvenne nel 1101), presumibilmente sbarcando sull’arenile di fronte alla Commenda dove arrivavano e partivano le navi dei crociati, ha già diversi secoli. Perché il Testadimaglio, che non è famoso come studioso, ma come guerriero cresciuto col forte imprinting ricevuto in una famiglia di mercanti (anche all’epoca a muovere le guerre erano più i soldi e il potere che i principi), lo porta in patria? Perché qui un oggetto del genere, in quell’epoca, non avremmo saputo fabbricarlo. Quindi stupisce perché è “unico” e come tutte le cose rare anche prezioso.

L’arcivescovo Guglielmo di Tiro scrive nella seconda metà del XII secolo che i crociati lo avrebbero trovato in un tempio costruito da Erode il Grande e lo avrebbero comprato a caro prezzo, rivendendolo a caro prezzo a loro volta. Chissà partendo da quale millanteria dei crociati di ritorno da Gerusalemme, gli si costruiscono attorno le leggende, forse create consapevolmente ad arte per aumentane il valore. Comincia a girare la voce che sia il piatto usato da Gesù Cristo durante l’Ultima Cena. Insomma, il sacro Graal, dal latino gradalis, con il significato di “piatto”, o dal greco κρατήρ (kratḗr “vaso”).

La statua di Jacopo da Varagine nel Museo di Sant’Agostino

A dare corpo (nero su bianco) alla diceria popolare circa 150 anni dopo l’arrivo del vaso a Genova è Jacopo da Varagine, cioè Giacomo da Varazze, frate domenicano, arcivescovo di Genova e agiografo, proclamato beato della Chiesa cattolica. Nel frattempo anche l’arrivo del vaso a Genova è diventato prima più storia che cronaca e, infine, più leggenda che storia. Un secolo e mezzo in un periodo in cui pochi sapevano leggere e scrivere e la cultura era in mano a pochi era un periodo lunghissimo per la memoria. Jacopo fa parte di quel ristretto nucleo di persone che hanno “cambiato il corso della storia” o, meglio, hanno adattato e raccontato la storia così come la volevano tramandare i vincitori, mettendo in risalto alcune vicende, dimenticandone altre, modificando particolari non esattamente trascurabili, dividendo in “buoni” (i vincitori) e “cattivi” (i vinti). Esattamente come fece Tito Livio quando diventò il “pr” (come lo definiremmo ora) di Ottaviano, nel frattempo diventato il primo imperatore di Roma.
Jacopo scrive moltissimi testi, tra questi: la “Legenda Aurea” (biografia di santi che viene scritta in latino, poi tradotta in volgare e oggetto di una marea di copie, diventando una sorta di bestsellers, compatibilmente con le condizioni del tempo) e il l “Chronicon Ianuense” che racconta la storia della città dalle origini al 1297. È nel “Chronicon” che Jacopo racconta del vaso di smeraldo giunto a Genova.

Quanto scritto da Jacopo va a congiungersi con leggende orali gotiche (costruite a loro volta su racconti paleocristiani) che vengono trascritte in forma di romanzo tra la fine del XII secolo e l’inizio del XIII secolo. Gli antichi racconti sul Graal sarebbero stati imperniati sulla figura di Percival (i cavalieri del Graal vengono spesso fatti coincidere con i Templari) e si sarebbero poi intrecciati con il ciclo di Re Artù fondendo epoche, storia, paesi e leggende. Ma questa è un’altra storia.

La tradizione medievale vuole che “il vaso di cristallo” sia, appunto, la coppa con la quale Gesù celebrò l’Ultima Cena e nella quale Giuseppe d’Arimatea raccolse il sangue di Cristo dopo la sua crocifissione.

Il piatto in cui, come vuole la tradizione venne poggiata la testa del Battista

All’inizio del XIV secolo il cardinale Luca Fieschi ottiene il Catino in pegno del prestito di 9.500 lire da lui fatto alla Compagna Comunis che nel 1327 riscatta il Catino e stabilì che in avvenire non potesse più essere impegnato né portato fuori dalla sacrestia della cattedrale.
Jean Le Meingre detto Boucicault, governatore francese di Genova, nel 1409 ne tenta il furto.
Nel 
1470 Anselmo Adorno lo descrive con precisione, anche se poi lo confonde con il piatto nel quale era stata posta la testa del Battista, anch’esso conservato in San Lorenzo.
Alla fine del Quattrocento si sparge la voce che anche Venezia stia tentando la sottrazione e ovviamente si scatenano i servizi segreti dell’epoca. Nel 1522 l’esercito dell’imperatore Carlo V saccheggia Genova, ma non riesce a impossessarsi del tesoro della Cattedrale sia per la resistenza dei preti sia perché la Repubblica di Genova paga 1000 ducati al capitano che assedia la sacrestia.
Nel 1726 Gaetano di Santa Teresa lo descrive come alto otto once genovesi (16 centimetri) mentre quello esposto oggi è alto soltanto 9. Ciò ha fatto pensare a qualcuno che per impedirne il furto ne sia stata fatta una copia con misure diverse.
Quando Genova viene conquistata dai francesi guidati da Napoleone Bonaparte il piatto viene portato a Parigi nel 1806 e, quando il 14 giugno 1816 fu restituito, ritornò a Genova rotto in 10 pezzi, di cui uno non si trovò più ed è tutt’ora mancante.

Tanta è la leggenda che si incrocia con la storia, tante le storie, le tradizioni orali (da quelle paleocristiane a quelle celtiche) che l’unica cosa che si può affermare senza tema di smentite è che si tratta di un catino di vetro esagonale realizzato da un artigiano mesopotamico tra il III e il VII secolo dopo Cristo. Qui arriva la scienza, non oltre. Il recente restauro, costato 6.880 euro, è stato eseguito dal prestigioso Opificio delle Pietre Dure insieme all’Università di Venezia. Si sa ora che è stato realizzato in un particolare vetro silico-sodico-calcico, colorato con una tecnica a base di ferro e rame, riconducibile agli artigiani attivi tra il Tigre e l’Eufrate appunto tra il III secolo a.C e il VII d.C. Fu u ottenuto da una massa di vetro colata in un unico stampo, molata con la cosiddetta tecnica “della ruota”

Un’altra particolarità sta nel fatto che il colore verde, vivo, intenso, si vede solo se una luce taglia di sbieco il catino che, invece, osservato da sopra, appare nero. Certamente è quanto è bastato nel medioevo per farne oggetto di meraviglia e venerazione e anche quanto colpisce, oggi, chi va a vederlo.

Il recente ritorno del Sacro Catino, dopo un lungo restauro che ha permesso di scoprire attraverso le indagini scientifiche nuovi dati e notizie, il Museo del Tesoro della Cattedrale organizza ogni domenica alle 15 una visita guidata approfondita agli spazi e sugli oggetti  per dare la possibilità a tutti di conoscere il museo, la sua storia e genesi e soprattutto gli oggetti preziosi che raccontano frammenti di storia della città di Genova.

Il Museo del Tesoro  “scrigno” di oggetti preziosi e carichi di storia è eccezionalmente aperto tutte le domeniche dalle 15 alle 18, la prima ora di apertura (15-16) viene riservata ai partecipanti alla visita guidata e dalle 16 si potrà visitare liberamente al prezzo ordinario di € 6.

Oltre al già citato Sacro Catino si può conoscere la storia del Piatto della testa del Battista, dell’Arca processionale per Ceneri del Battista e la Bolla di consacrazione della Cattedrale, che ci ricorda un anniversario particolare che proprio quest’anno ricorre: i 900 anni di San Lorenzo.

Costo € 10  (biglietto d’ingresso + visita guidata). Apertura per visita guidata h. 15 presso la biglietteria del Museo del Tesoro. Inizio visita h. 15,10.

Per info e prenotazioni: Biglietteria Museo Diocesano tel. 010/2475127 (orario: da lunedì a domenica 12,00-18,00 chiuso il martedì) – email info@museodiocesanogenova.it  e Biglietteria Museo del Tesoro tel. 010 – 2091863 da lunedì  a sabato  9-12 e 15-18 .

Annunci

GenovaQuotidiana

Agenzia Giornalistica GenovaQuotidiana Partita Iva 02485610998 Direttore Responsabile: Monica Di Carlo

Rispondi

Annunci
Annunci
%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: