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Il recupero della tela più grande di Genova, grande quanto un monolocale: “L’ultima cena” di Procaccini

Del capolavoro (“nascosta” per secoli a 18 metri dietro la facciata della chiesa dell’Annunziata) e dei dipinti dei musei genovesi dell’esposizione “L’ultimo Caravaggio. Eredi e nuovi maestri” parlerà giovedì, nell’auditorium di Palazzo Rosso, Alessandro Morandotti, curatore della mostra in cui è esposto e di cui sono partner i Musei di Strada Nuova

Stava, tutto annerita, nella chiesa della Santissima Annunziata del Vastato, in piazza della Nunziata. È una tela gigantesca, probabilmente la più grande di Genova: misura quanto un monolocale: 40 metri quadrati. I pochi che l’hanno notata in passato (entrando nella chiesa stava alle spalle dei fedeli, appesa a 18 metri di altezza), la ricordano sicuramente come un rettangolo buio, in cui ormai era persino difficile percepire le figure. Ora, completamente restaurata (è così grande che per trasportarla è stato necessario schiodarla dallo “scheletro” e arrotolarla perché non c’era mezzo in grado di caricarla), è il pezzo forte di una mostra che, grazie anche a tante altre opere genovesi, sta conquistando Milano insieme all’esposizione “Dentro Caravaggio” (aperta fino al 4 febbraio a Palazzo Reale): “L’ultimo Caravaggio. Eredi e nuovi maestri”. Si tratta de “l’Ultima Cena” di Giulio Cesare Procaccini che l’aveva appositamente realizzata per l’amata chiesa dell’Annunziata del Vastato, riferimento delle famiglie aristocratiche della città. La tela è stata oggetto di un lungo e articolato lavoro di restauro presso il Centro Conservazione e Restauro “La Venaria Reale“ dove è stata protagonista di 3 anni di interventi e 2 tesi di laurea dedicate al suo recuperoLa superficie pittorica è stata semplicemente ripulita e protetta e la gran parte del lavoro è stata la realizzazione del nuovo supporto. La tela originale si era staccata da una precedente tela di foderatura e ne è stata realizzata una nuova. Anche il telaio metallico è stato sostituito con una struttura in legno con tensionamento a molle che asseconderà piccoli movimenti possibili a causa delle variazioni di temperatura e umidità.

Dopo la mostra, la grande tela tornerà a Genova, a dare luce al retro della facciata, ma una volta issata di nuovo a 18 metri sarà difficile ammirarne i particolari come invece è possibile oggi visitando la mostra Milanese realizzata col contributo dei musei di Strada Nuova. È forse la più bella opera della chiesa e la più grande tela esistente a Genova. Eseguita per il refettorio del convento, si trova oggi sul retro della fac­ciata. Insieme al prezioso bozzetto conservato a Palazzo Spinola, il dipinto esercitò una profonda influenza sugli artisti genovesi del secolo d’oro, per la stesura fluida delle pennellate e per l’attenta resa luministica che conferisce alle figure straordinario dinamismo e accentuata teatralità.

L’esecuzione del dipinto fu finanziata da uno sconosciuto  milanese come ringraziamento per le cure mediche ricevute. Venne promossa da padre Gerolamo da Nervi frate della Santissima Nunziata per il refettorio del convento dove rimase fino al 1686. In quell’occasione, la tela venne ingrandita in ogni lato è munita di centina ribassata per essere collocata nella cornice sagomata stucco dorato che ancora l’accoglie. Si tratta di un esempio dinamico e movimentato di barocco che guarda la pittura veneta, si ispira al cenacolo di Leonardo da Vinci, ma anche a Pietro Pietro Paolo Rubens. Alessandro Morandotti, curatore dell’esposizione, spiega che resta fondamentale l’esperienza scultorea di Procaccini che aveva lavorato in gioventù al cantiere del Duomo di Milano.

Nel 1886, il dipinto fu trasferito proprio nella controfacciata della chiesa, in fase di modificazione per volontà della famiglia Lomellini che incaricarono Taddeo Carlone di realizzare i primi adeguamenti architettonici, cioè l’allungamento del presbiterio con la costruzione dell’abside, così da trovare spazio per il coro, e la sostituzione del tiburio con una cupola ad alto tamburo. A partire dal 1615 il cantiere venne diretto da Giovanni Domenico Casella detto Scorticone e Giacomo Porta che curarono l’allungamento dell’edificio verso l’attuale piazza della Nunziata di una campata e mezza, dopo che i frati ebbero acquistato le costruzioni che impedivano l’opera (il fienile della famiglia Balbi, l’oratorio di San Tommaso e l’osteria di Santa Marta).
La spettacolare tela “l’Ultima Cena” di Giulio Cesare Procaccini si salvò dai molti bombardamenti della seconda guerra mondiale, in particolare da quello, devastante, del 29 ottobre 1943 in cui andarono distrutti molti affreschi delle cappelle laterali sul fianco verso via Polleri (lato Sud-Est) andarono distrutti, tra i quali diversi di Domenico Fiasella.

Il time lapse dell’allestimento

La storia artistica di tre città italiane: Genova, Napoli e Milano legate all’orbita spagnola in anni di rinnovamento del gusto, tra la rivoluzione tutta tesa al naturale di Caravaggio e la nuova età colorata e festosa del Barocco. Giovedì prossimo, 25 gennaio, Alessandro Morandotti, curatore della mostra, dalle 17 alle 18,30 terrà una conferenza nell’auditorium di Palazzo Rosso, a Genova. Tra tutti i partecipanti verrà estratta a sorte una copia omaggio del catalogo della mostra milanese. I Musei di Strada Nuova sono partner della mostra milanese “L’ultimo Caravaggio. Eredi e nuovi maestri”. Infatti dieci dipinti hanno temporaneamente abbandonato le sale dei Palazzi genovesi e sono esposti alle Gallerie d’Italia (fino all’8 aprile) in un percorso che intreccia la storia di Milano, Genova e Napoli.
A Milano sono esposte oltre 50 opere di seguaci di Caravaggio (amati da Marco Antonio), come Battistello Caracciolo e Ribera, e nuovi maestri (ai quali guardava invece Giovan Carlo), quali Rubens, Van Dyck, Procaccini e Strozzi.

Dal 1610 al 1640, può esistere una storia dell’arte nell’Italia senza Caravaggio, tanto più in un arco cronologico così legato all’eco delle sue recenti esperienze? È quanto la mostra, realizzata da Intesa Sanpaolo in partnership con i Musei di Strada Nuova di Genova e in collaborazione con l’Università degli Studi di Torino, vuole verificare.
Infatti, in quegli anni, la cultura caravaggesca si afferma rapidamente in tutti quei luoghi dove il maestro soggiornò, in particolare a Roma, Napoli e nell’Italia meridionale. Tuttavia ciò non avviene in altri importanti centri della penisola dove pure si continua a dipingere, e anche molto bene: non succede, a titolo d’esempio, se non incidentalmente, a Firenze, Bologna, Venezia, Torino, Genova e persino a Milano, dove Caravaggio nacque e si formò, ma da dove si allontanò precocemente senza più lasciare tracce di sé.
L’eccezionale punto di partenza dell’esposizione è un interessante ed emblematico confronto tra il Martirio di sant’Orsola dipinto a Napoli da Caravaggio nel 1610 su richiesta di Marco Antonio Doria e la tela di analogo soggetto di Bernardo Strozzi, realizzata a Genova tra il 1615 e il 1618 negli anni in cui il pittore era in contatto con il fratello di Marco Antonio, Giovan Carlo, forse il più grande collezionista nell’Italia del Nord agli inizi del Seicento. Le scelte collezionistiche dei due fratelli genovesi hanno un ruolo chiarificatore nello sviluppo della mostra. Uniti nella vita e nella gestione del patrimonio economico familiare ma divisi nelle scelte in campo artistico, maturate perlopiù in seguito ai loro orizzonti di affari e di affetti: Napoli per Marco Antonio, Milano invece per Giovan Carlo.

Ecco alcuni dipinti “genovesi” presenti alla mostra.

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