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Il testamento di Giacomo Filippo Durazzo che visse tra ossessione del peccato e opere pie nella Genova del Seicento

Visse 68 anni ai tempi del Re Sole e di D’Artagnan, ebbe 9 figli dei quali 4 morti giovani o bambini, 2 gesuiti, una monaca. Lasciò case e fondi A Pre’ e in Canneto per i primogeniti e le suore della famiglia.
Religiosissimo, pudico a livello quasi maniacale, ossessionato dal peccato.
Inventò con Emanuele Brignole e Anton Giulio Brignole Sale un fondamentale strumento per attenuare la potenziale pericolosità dello scontento sociale, una lezione per il tempo presente: l’Albergo dei Poveri.
Il suo testamento nell’archivio del Magistrato di Misericordia

La sede del Magistrato di Misericordia in via Giustiniani

Nell’archivio del Magistrato di Misericordia c’è anche il testamento di Giacomo Filippo Durazzo vissuto a cavallo di XVI e XVII secolo. Ne parla nel video Isabella Merloni, curatrice proprio dell’archivio e della biblioteca. Fu redatto il 24 maggio 1657, quando già, evidentemente, il Durazzo si sentiva sul collo il fiato della morte, avvenuta un mese dopo, sabato 23 giugno. Il testamento fu redatto dal notaio Pietro Gerolamo Scaniglia.

Luigi XIV
Card. Mazzarino

È l’anno in cui la Francia di Luigi XIV e l’Inghilterra di Oliver Cromwell firmano il Trattato di Parigi per combattere l’Impero spagnolo di Filippo IV d’Asburgo. L’artefice dell’alleanza è il cardinale Mazzarino, lo stesso per cui nella vita reale lavorava “d’Artagnan” (Charles de Batz Castelmore) inserito da Alexandre Dumas padre nel libro “I tre moschettieri” nel 1844, quindi un paio di secoli dopo. Nell’anno della morte di Giacomo Filippo Durazzo nasce il primo re di Prussia, Federico I; la Danimarca-Norvegia dichiara guerra all’Impero svedese; in Russia regna Alessio I Romanov.

Marcello Durazzo, fratello di Giacomo Filippo e marito di Caterina Balbi

Giacomo FiIippo Durazzo nasce 68 anni prima. A Genova, ovviamente. Discende da una stirpe di immigrazione albanese, fuggita nel 1389 dalla città di Durazzo (da cui appunto, il cognome).
I Durazzo furono fatti schiavi a Messina da un genovese e poi, liberati, si stabilirono con la famiglia a Genova. Diventarono setaioli e mercanti. Poi cardinali e dogi. La loro è una delle famiglie che più hanno influito sulla storia della città.
Nacque primogenito e vide morire tre (Francesco I, Francesco II e Dionigi) dei suoi cinque fratelli. La madre, Geronima Brignole di Antonio, spirò dando alla luce l’ultimo, Gian Domenico, che tuttavia venne sempre chiamato col nome della madre “al maschile”: Gerolamo. Il sesto fratello, figlio di Agostino e Geronima (nome molto diffuso a Genova fino alla fine dell’Ottocento, quando fu abbinato al nome del capo Apache e per quello abbandonato), si chiamava Marcello (1593-1630), e fu marito di Caterina Balbi. La coppia non ebbe figli. I nomi dei Durazzo e dei Balbi si incrociano parecchie volte nella storia.

Caterina Balbi Durazzo, moglie di Marcello Durazzo, nel dipinto di Antoon van Dyck (come quello di Marcello) esposto a Palazzo Reale

Con Emanuele Brignole e Anton Giulio Brignole Sale, Giacomo Filippo Durazzo fonda l’Albergo dei Poveri destinato a dare asilo agli inabili (infanzia abbandonata, minorenni sbandati, donne malmaritate, vedove, vecchi, pazzi non furiosi) e gli indigeni (mendicanti e vagabondi) il cui governo rappresentava evidenti problemi di polizia e di ordine pubblico per la città. Le opere di misericordia, quindi, gli erano proprie già prima del testamento, che all’epoca erano anche un po’, oltre che motivo di distinzione sociale per la famiglia, il modo per ottenere “benemerenze post mortem” in modo da accedere più facilmente al cielo, ottenute impegnano denaro che al defunto, ovviamente, non serviva più.
L’attività assistenziale e la sua efficiente organizzazione nella Genova del Seicento, poi, erano un modo – meno esplicito, quasi più raffinato – di far politica, nel senso che, consentendo condizioni di sopravvivenza ai ceti più disagiati, l’assistenza pubblica ne sfruttava sottocosto la produttività, consentiva un controllo dei prezzi di mercato e attenuava la potenziale pericolosità dello scontento sociale.
Abbiamo molto da imparare da questi uomini che fecero grande Genova. A parte il capitolo dello sfruttamento della produttività, ovviamente.

Il dato che riempie il testamento di Giacomo Filippo Durazzo di valore storico è la possibilità non solo di capire come funzionava nella nostra città la “beneficenza post mortem” nel XVII secolo (non venivano consegnati i denari dell’eredità, ma si faceva in modo di investirli in modo che dessero una rendita costante e prolungata), ma anche di comprendere quali immobili venivano utilizzare per ottenere la rendita. Quelli di Filippo Durazzo, ad esempio, erano in Canneto il Curto ed erano “case con bottega”, vicini a quelli di altre famiglie prestigiose, come i Sauli. Ancora adesso molti immobili del centro storico sono di proprietà di opere pie o fondazioni e la ragione è proprio questa.


Un altro immobile si trova, “nella piazza detta di Pre'”, dirimpetto alla cosiddetta “casa grande” (una casa ricca, dove avrebbe potuto tranquillamente vivere una famiglia molto ricca o nobile). Un altro ancora era a Roma e venne venduto per comprare “azioni” per istruire una fidecommisseria perpetua (una sorta di fondo gestito) per i discendenti in linea maschile di Giuseppe Maria e Marcello Durazzo, suoi figli (gli unici non morti o monacati, quindi gli unici che potevano garantire una discendenza) con particolare riguardo alla primogenitura, per tenere unito il patrimonio familiare. In caso di estinzione, sarebbe andato tutto al fratello del testatore. Il resto era distribuito a monache e monacande della famiglia Durazzo nel convento Sant’Agostino (anche se l’unica figlia femmina di Giacomo Filippo era nell’ordine delle Turchine). Una curiosità: l’attuale marchese Durazzo, avvocato e console dell’ Albania per Genova e Montecarlo, si chiama proprio Giuseppe Maria e suo figlio Marcello: nomi di famiglia.

Nove figli, quattro morti, tre monacati

Giacomo Filippo Durazzo sposa il 2 marzo 1620 Maddalena Brignole Sale, figlia di Giovan Francesco e sorella del celebre Anton Giulio. Dal matrimonio, in 14 anni (dal 1621 al 1635) nascono nove figli, ma quattro muoiono prima del padre e tre si fanno monaci: nel 1621 nasce Maria Geronima, monaca turchina; nel 1622 Giovan Agostino, premorto al padre; nel 1624 Giuseppe Maria (sposato a una Balbi, ma senza prole maschile, morto nel 1701); nel 1627 Vincenzo, gesuita; nel 1628 Ippolito, gesuita; nel 1630 Paolo Agostino, morto a pochi giorni; nel 1631 Agostino, morto a vent’anni; nel 1634 Marcello (sposato ad Anna Maria Pallavicini; lui e la sua vasta discendenza eredi, dopo la morte di Giuseppe Maria, del titolo di marchesi di Gabiano); nel 1635 Giovan Andrea, morto bambino.

La città dei 31 conventi femminili pieni delle figlie di nobili e ricchi mercanti

Da tutto questo si evincono due cose: all’epoca non bastavano i soldi a sopravvivere. La medicina era ancora piuttosto indietro e i frequenti incroci tra le famiglie nobili genovesi non aiutavano certo a far nascere figli sani. Giacomo Filippo sposa una Brignole, ma anche sua madre era una Brignole; per togliere dalla linea ereditaria parte dei figli, questi vengono monacati ancora bambini. In particolare, nel ‘600, i conventi femminili arrivarono ad essere trentuno contemporaneamente e questo per ospitare tutte le figlie della Genova nobile con cui i primogeniti non avrebbero dovuto dividere le eredità evitando l’impoverimento della casata, ma condannandole a una vita che non avevano scelto.
In particolare i conventi agostiniani dell’epoca, dove afferivano le donne della famiglia Durazzo sacrificate ancora bambine alla vita monacale, nell’anno della morte di Giacomo Filippo erano ben 5: quello di San Tommaso, quello di Santa Maria in Passione, quello di San Sebastiano, quello di Santa Maria Maddalena, quello di Gesù e Maria di Purificazione.

Religiosissimo, pudico a livello quasi maniacale, ossessionato dal peccato

Tiziano, l’assalto di Tarquinio a Lucrezia, databile al 1515 circa e conservato oggi nel Kunsthistorisches Museum di Vienna.

La serie di lutti durante l’infanzia e nella vita matrimoniale ha certamente inciso sul carattere di Giacomo Filippo Durazzo, riservato, religiosissimo, pudico a livello quasi maniacale, schivo del potere e delle pubbliche responsabilità (al contrario dei cugini che divennero dogi e cardinali): un carattere opposto a quello del padre Agostino. I suoi contemporanei lo raccontano pietoso e schivo, nonostante la vivacità dell’ingegno e l’avvenenza dell’aspetto, scrupolosissimo negli adempimenti religiosi, era cosi ossessionato dal timore del peccato (il suo motto era “Crepare anzi che peccare”) da apparire ridicolo per la verecondia giovanile nei confronti di dame invaghite di lui e, peggio, per i condizionamenti che tale atteggiamento avrebbe comportato nella sua attività di collezionista d’arte. Rinuncia all’acquisto, a Milano, di un quadro di Leonardo che, per la sensualità del soggetto, gli “dié da temere sull’anima del Pittore”, e si disfa di un quadro di Tiziano (rappresentante l’assalto di Sesto Tarquinio a Lucrezia), che aveva ereditato, per il turbamento che esso poteva provocare.

La statua di Giacomo Filippo Durazzo all’Albergo dei Poveri

Rifiuta ogni incarico politico ma, come abbiamo visto, si dedica (certamente, lui, non per interesse) all’Albergo dei Poveri, tanto che fauna grossa donazione rimanendo anonimo. Tutta la sua attività pubblica si esprime nella assistenza, dal gratuito patrocinio ai poveri alle generose e continue offerte ad ospedali ed opere pie, fino, appunto, alla progettazione con Emanuele Brignole dell’Albergo dei Poveri che viene ufficializzata con atto di donazione del 1661, quando Durazzo è già morto da quattro anni. È significativo che nel 1667 il Brignole, a garanzia che l’albergo sarebbe stato terminato entro sei anni, abbia versato al magistrato dei Poveri la somma di 100.000 lire, che da sola copriva i 2/3 della spesa prevista: somma donata da “persona pia” che aveva voluto restare anonima. Durazzo si può identificare grazie al testamento del Brignole, che cita come grandi benefattori e veri fondatori dell’opera, oltre ad Anton Giulio Brignole Sale, padre Luigi delle Scuole pie, Giovan Francesco Granello, Giacomo Filippo e suo fratello Gerolamo. L’anonimo donatore che rese possibile l’Albergo dei poveri va dunque cercato tra loro; o meglio: forse tutti concorsero variamente, o direttamente o attraverso disposizioni testamentarie, a formare quella “persona pia” di cui si legge (e il testamento di Giacomo Filippo lo conferma).

L’iscrizione posta sotto alla statua di Durazzo all’Albergo dei Poveri, in cui si legge “deficiente mascula stirpe”, va intesa nel senso che, morto il primogenito maschio Giovan Agostino, Giacomo Filippo passa a Giuseppe Maria l’incarico di provvedere finanziariamente alla costruzione. Giuseppe ne assume anche la direzione attorno al 1694.

Ecco cosa è il Magistrato di Misericordia, dove è conservata copia del testamento del Durazzo, raccontato dall’attuale priore, Luca Parodi.

 

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